Tre dei quattro soli (I, 4)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Primo sole

Tigri, gattopardi, simboli di potenza. Lo scettro della colomba, lo scettro alato, il vento. Lo scettro del serpente, la reptazione della terra. Lo scettro degli esseri col gozzo, sapere innato, sapere di colui che nasce sapendo. Tigri, gattopardi, simboli di potenza. Tigri dagli artigli che sputano fuoco. Camminano su delle torce. Gattopardi dagli occhi svaporati. Scettri. Quello dell’aria. Quello della terra. Quello del sapere. Scettri nel cuore dell’albero di ceiba. Dipinti con i colori originali. Il loro potere è quello del cielo. Non pesano nelle mani del saggio. Cadono dalla mano di chi è totalmente ignorante. Nella mano del saggio mettono radici, gli spuntano delle foglie che sono i pensieri, dei fiori di grazia e dei frutti dal sapore di mora. Le tigri leccano e rileccano le cuciture d’oro e d’ombra delle loro schiene. E mentre leccano le loro schiene e le torce dei loro artigli di fuoco ungulato, serrano le fessure cigliate dei loro occhi felini. Le tigri. Le nuove tigri antenati. I gattopardi vanno e vengono, ondeggiano come bandiere, vanno e vengono, ondeggiano come bandiere. Si avvicinano, sfregano i loro corpi, lanciano scintille di pelame di folgore. I gattopardi-lampi, così spaventosi. Ma più spaventosi ancora sono gli scettri. I Molariani, i terrigeni del molare del sole in fiamme, del primo sole, sono là, con i loro scettri. Il loro potere, la loro magia, il loro sapere li sbalordiscono. Si sfregano, sfregano la luce nei loro occhi, il rumore nelle loro orecchie, la sete nelle loro gole e, intorno ai loro ombelichi, la fame delle cose desiderate. Che la radice di questi scettri gli dia la felicità. Che i loro piedi calpestino le foglie morte di questi scettri. Che fiori e frutti nutrano i loro nasi e le loro bocche. Sono là, con i loro scettri, i terrigeni, i Molariani. I loro passi sono onde quando camminano, solenni, fra tigri e gattopardi, coi loro scettri. Non dovranno difendersi dalle fauci dei serpenti. La cenere occulta non li annerirà. I loro capelli mollemente annodati danno alle loro teste un aspetto grazioso. Le loro mani sono come ventagli di dita. Un albero. Due alberi. Tre alberi. Quattro alberi, cinque alberi, cento alberi, mille alberi. Si trovano nella foresta della notte nascosta. Della notte nascosta tra questi alberi dal sangue elastico e dalla respirazione di uccelli. La notte elastica. Quella che insegna la callistenia alle stelle. I terrigeni con gli scettri si strofinano gli occhi. I loro occhi sono doloranti come semi pestati. Bisogna chiuderli. Un vetro vulcanico che lenisca le palpebre. Lasciare che si riempiano di ciò che gli dèi dai denti neri di caucciù hanno mangiato. La gomma, il caucciù già cotto, già fatto sogno, non più sangue e sudore dell’albero. La terra intera saltellerà come un’ombra rotonda, un’ombra rotonda che solo l’albero di ceiba sa offrire, se riescono a ricoprirla con questa gomma sacra che salta e rimbalza da sé, al minimo impulso. Apprendista-Stregone, Signore dei Terremoti stellari, ha cercato di intromettersi, di opporsi a coloro che rovesciano fuliggine grassa sul molare, terra dei Molariani, nella bocca del sole in fiamme, del primo sole, ma non ne ha avuto il tempo. Il balzo folgorante del molare avvolto nel caucciù l’ha disarmato. Conosceva i denti di copale del pianeta con gli anelli. Denti di copale per impedirgli di mangiare i suoi anelli. Tutti gli altri pianeti avevano divorato i loro. Ma non sapeva niente di questa resina che si allungava e si contraeva con una rapidità di lampo, di questa sostanza inseparabile del miracolo. Chi, tre volte in un giorno, senza scettro, uno scettro fatto di betulla e di tigna divina, chi, senza scettro, tre volte in un giorno, può assistere alla lotta degli alberi di caucciù che ardono, trasformati in astri che combattono nell’immensa notte dell’origine? Scalinate, ponti, scintille di braci, fiamme, scalinate di tigri, ponti di tigri attraverso i quali a salti, a ogni salto un sisma, la terra scappa dalla bocca del sole. I Molariani sopravvissuti sono rari. Rarissimi. Chi, senza scettro, tre volte in un giorno, racconterà l’impatto dei basalti, il miscuglio e la dissociazione delle masse incandescenti, senza che le rocce solidifichino, prima della lava bagnata dagli oceani e la vetrificazione dell’ossidiana? Il sole in fiamme ha atteso invano il ritorno del corvo, il suo messaggero. L’ha mandato a picchiettare il disco della luna per avvisarla di girare la testa se non voleva vedere quello che sarebbe successo. Ecco perché la luna è rimasta col viso al contrario. Per avvisarla di gettare degli anni, molti anni, nella sua manna, nel caso in cui il tempo avesse fine. E’ per questo che la luna si vede così vecchia, come se fosse fatta di polvere di copale. Per chiederle di prosciugare i suoi mari e di nascondere tra le sue rocce la testa dell’acqua. Per chiederle di seguirlo, di camminare sui suoi passi come la sua ombra d’oro, dal momento che era giunta per lui l’ora di cambiare forma, di non essere più Mago ma Saltimbanco… (Cioè creatore di favole, perché anche per te è venuto il tempo di creare…)
…… (Io non sono un creatore, preferisco essere bruciato dai tuoi raggi, o che il creatore di cui tu parli mi scortichi e si nasconda, se è il caso, sotto la mia pelle…)
…… (I tuoi cinque sensi si indigneranno se si accorgono che la tua pelle trema come quella di un animale, quando crei…)
…… (Io sono un creatore di figurine d’argilla, di tutte quelle figurine che compaiono nel mio Figuraio, un creatore di greche e di mosaici di quarzo, di turchesi, di giadeiti; ma di favole, no… Oh mutismo! Oh Sorpresa!…)
…… (E dunque, chi renderà visibile la storia del Sole che si è trasformato in saltimbanco traballante e buffone?)
…… (Le tigri e i gattopardi ti danno la caccia, seguono già le tue impronte di acquaragia dorata, e se tu non ti metti in salvo al più presto, mangeranno le tue carni e spezzeranno le tue ossa con i loro denti.. Il potere magico di quelli che possiedono gli scettri ti annienterà…)
…… (Non mi daranno la caccia. Fuggirò attraverso l’impalcatura del cielo verso il paese dove si lavano i rubini.)
…… (Non abbassare la testa, ci sono già molti soli che penzolano, non abbassare la tua testa gialla.)
…… (Cammino e già le mie gambe sono scomparse, le mie braccia, le mie spalle, i miei piedi, la mia cintola sono spariti…)
…… (Sei arrivato nel più alto dei cieli, nel più alto. L’occhio dello zenit pensa che tu sia il suo occhio…)
…… (E io non potrò ridiscendere…)
…… (Non importa. I raschiatori di legno fanno zampillare nuovi soli…)
…… (Ma, come non tornare sulla terra, questo molare saltato dalla mia bocca, anche se dovessi essere smembrato dalle fiere che mi aspettano, e dagli artigli dei cactus e dai vessilli di salnitro della morte nelle mani dei capi che hanno barattato i loro scettri con delle spade?…)
…… (Io chiederei ai pappagalli le loro spade verdi, rosse, viola, blu e nere, affinché tu possa difenderti…)
…… (Io mi difenderò con la mia immagine…)
…… (Tu sei come me, un creatore di immagini. Il sole non è nient’altro che questo: un creatore di immagini di esseri e di cose che non sono mai veri…)
…… (Se tu sei un creatore di immagini e vuoi la mia salvezza, devi prestarmi i tuoi specchi d’acqua, i tuoi specchi di cristallo di rocca, i tuoi specchi notturni di talco nero…)
…… (La tua immagine sarà la tua salvezza…)
…… (La mia immagine sarà la mia salvezza…)
…… (Ma sali, sali in fretta, che già gli animali selvaggi ti raggiungono, e anche i Molariani, questi giganti che hanno barattato i loro scettri con le spade. Lo zenit ha tredici piani, e tu sei ancora appena al primo…)
…… (Il problema non è salire i tredici piani dello zenit, i tredici occhi dei cieli verticali, ma di ridiscendere irrimediabilmente una volta raggiunta la sommità. Di gettarsi a testa in giù attraverso spirali di giada, scalinate di ventagli di fumo, gradini di cactus di pietra, sapendo che la marmaglia e le fiere – da quanto si capisce dal turbine di polvere che sollevano – corrono verso il Tramonto…)
…… (Non voglio assistere alla tua agonia, lasciami ubriacare con dell’acqua di cacao!)
…… (Un coniglio si era infilato tra le squame di una tartaruga e si era trasformato in tartaruga… Te ne sei accorto?…)
…… (I dardi luminosi delle prime stelle ti difendono dalla nebbia addormentata della sera. La terra è completamente cieca. Tu discendi in un mondo cieco… sole di mezzogiorno… Tu discendi verso il sacrificio, signore della luce del giorno. Verso il Tramonto corrono la marmaglia e le fiere, i giganti, le tigri, i giaguari, i gattopardi, i puma, le iene, i coyote.)
……(Quattro-Occhi-di-Trifoglio, tu mi vedi scendere e tremi…)
……(E anche il frenetico colibrì trema, tremano gli uccelli acquatici, e le farfalle volano alla cieca, e gli scorpioni di copale ardono in fiamme che non bruciano…)
…… ( – Mi riconosci?… Uno degli uccelli acquatici mi si avvicina: – Io sono come te, come te ho una testa di specchio e, come te, io non penso, copio con gli specchi della mia testa… E ora che ti sei guardato nel mio pensiero, nel mio specchio, stai bene attento a non smarrirti nella visione del grande inganno…)
…… (- Le muraglie sputano sangue, ha aggiunto senza aspettare. Muoveva la sua piccola testa scintillante: – Prendi il mio manto di perle d’acqua ed entra nella casa dei bagni di vapore…)
…… Ho lasciato là il mio corpo. L’ho abbandonato nei bagni di vapore e tra alberi bianchi che, bruciando, moltiplicavano i loro rami di fumo odoroso, mi sono salvato ed anche perduto nel vortice di polvere sollevato dai giganti e dalle fiere; tutti aspettavano che il sole cadesse senza fretta, spinto dai piedi degli astri. Tigri striate col ferro rosso, iene macilente, puma affamati, coyote sbavanti andavano e venivano sul mare giallo del sole che entrava nell’atmosfera terrestre, incatenato all’apoteosi finale, senza braccia, senza spalle, senza mani, senza ginocchi, senza piedi, senza ombelico, senza sesso, senza gambe né fianchi. I Molariani, giganti fatti di abissi e montagne, teste di molare e visi a nodi di serpente, contendevano alle bestie il privilegio di colpire per primi il sole; e per meglio accampare la loro pretesa, agitavano le loro collane d’acqua e di burrasche.
…… (- Girasole lancia la sua corda in direzione del sole mentre discende: non è l’esecutore di alti disegni, egli è colui che fa orbitare i soli. Se lo afferra nel suo nodo scorsoio, se lo stringe, lo farà girare a tutta velocità sull’universo, senza spandere una sola goccia dei suoi metalli fusi… Il piccolo uccello dalla testa scintillante e dalle zampe di brace gialla che non si spegne nell’acqua parlava nella sua lingua di riflessi dei prodigi dei magi: – Tostamais, colui che realizza la torrefazione del granturco nei palmi delle sue mani, lancia la sua sfida: “Vediamo chi tosta con più delicatezza i grani di mais, io con le mie mani o il sole che ci infiamma con i suoi raggi…”)
…… Colui che non aveva braccia e che infiammava con le sue braccia di brace; colui che non aveva mani e che aveva delle dita, dita che gli uscivano dal viso rotondo, un occhio per ogni dito, migliaia e migliaia di dita, un occhio per ogni dito, un occhio in ogni raggio; colui che non aveva piedi e che camminava; colui che non aveva viscere e che inghiottiva delle tempeste; colui che non aveva il cerchio della vita, l’ombelico, contro il quadrato della morte; colui che non aveva fianchi, ma musica; colui che non aveva un sesso ma dei sessi; colui che si pensava lui stesso – pensarsi è bruciarsi, ed è per questo che esisteva: perché si pensava -; colui che non aveva né petto, né costole, né vertebre, né scapole, né clavicole, si è consegnato, ha posato la sua testa opulenta a una certa distanza dai suoi nemici, le fiere e i giganti, nel campo delle nuvole in movimento. Un festino di predatori e di diamanti. Lo si scuoia, lo si colpisce, si lacerano le sue carni, si strappano i suoi capelli di luce con tutti i loro attributi e il loro specchio villoso, mentre gli orribili Molariani, giganti a quattro corna, gli estirpano il cervello per mangiare il suo pensiero, e gli occhi, per mangiare l’arcobaleno dei suoi colori allucinanti, lilla, violetti, malva, corallini, arancione, verdi, gialli. Una pioggia, una grandine di specchi, di specchi fracassati, infranti, polverizzati. Scarichi luminosi, un luccichìo di acque marine, un’esplosione di nuvole di pietra rosa, colline di schiuma, leggere, senza peso, vaporose, attaccati da scie di fuoco, mari d’ambra dove navigano degli ocra e dei grigi. Immagini. Di mondi dispersi. Immagini, immagini, immagini. I rossi vivi del sangue. La riverberazione. Bracieri. In alto. In basso. Da un lato della sua testa, nient’altro che la sua testa. Dall’altro, nient’altro che quella ancora. Stelle di sale, scheletri di pesci, ossidiane tatuate di evidenze, selci a punta, bagni di allume. La sua testa. Da un lato della sua testa, nient’altro che la sua testa, quella che si muove senza muoversi nelle mani dei giganti sanguinari che sradicano i suoi denti pieni di mobili smeraldi, di smeraldi-laghi, di smeraldi-oceani; e dall’altra parte della sua testa, nient’altro che quella ancora, la sua testa che lascia fuggire colate di nero luminoso mentre gli si strappano i suoi emblemi: il disco di pietra con le cifre del calendario che portava sulla fronte, i ventagli rossi ornati di nomi illustri che esibiva dietro le sue orecchie d’oro, gli anelli di giadeite lucente del suo naso, le pietre preziose incastonate nei suoi denti – ognuno dei suoi denti era come una spiga di mais scintillante -, le sporgenze delle sue labbra di specchio, costantemente liquide e costantemente evaporate, i diademi celesti e gli ornamenti di cristallo e le perle nere, ornamenti delle sue guance, tutti i suoi emblemi strappati, calpestati, distrutti, distrutti come lui stesso, come la sua luce, il suo potere, la sua maestà di fuoco. Uno dei giganti è rimasto terrorizzato vedendosi riprodotto da una roccia di quarzo. Era lui insieme a un altro gigante. Ha dato l’allarme. Tutti i giganti sono corsi a piazzarsi davanti alla parete di cristallo di rocca, dove hanno visto levarsi da terra nuovi giganti che non erano altri che se stessi. Hanno interrogato i cieli. Le bestie continuavano a fare a pezzi ciò che ancora restava dello splendore solare. Valanghe di colline che si sgretolavano gli hanno risposto che niente di quello che avevano visto era certo. Tutto è saliva di specchio. Finzione, apparenza, illusione dei sensi. Il sole in fiamme, per non morire quel giorno né mai, fece recitare gli specchi magici dell’orizzonte concavo della sera e, Signore del Reale e dell’Artificio, non discende in persona verso il Tramonto, invia la sua immagine, un’immagine come quelle di quei giganti che escono dal cristallo di rocca. Ed è la sua immagine che si offre all’olocausto del Crepuscolo mentre egli riparte, ritorna, discende per dove è salito, per rifugiarsi nei domini della notte. Millenni sono passati. Il primo sole, il sole in fiamme pone fine alle sue ere e al suo posto va sul carro del tempo il sole del vento. Ruote di calendari. Pietre rotonde. Ruote di calendari. Pietre rotonde. Rotonde pietre. Pietre rotonde.

4 pensieri riguardo “Tre dei quattro soli (I, 4)”

  1. non riesco,molto sinceramente se non stupidamente parlando, a stare dietro alle vostre splendide pubblicazioni. Lo dico già prevedendo che domani ci sarà un’altra pubblicazione e dopodomani…Forse non pensate ai vostri lettori lenti, ruminanti….Invecchiando si amano di più le afferrabili cose brevi, intendo dire testi più brevi. Se non lo sono, lasciateli riposare per qualche giorno lì nel luogo della pubblicazione. Ve ne sarei molto grata, E perdonate questo commento nato impulsivamente.

  2. Invece io trovo splendido e bruciante questo Asturias che non conoscevo, una scrittura lavica e metamorfica che un po’ mi evoca Lezama Lima e il suo incredibile “Paradiso” che mi travolse negli anni della giovinezza. Grazie a Francesco per trovare nel suo passato il presente e il futuro che permettono di resistere..

  3. Vi ringrazio per i commenti.

    @ Lucetta
    La tua considerazione è più che pertinente, perché investe il tema della fruizione complessiva degli articoli di un blog.
    Io parto dal presupposto che un blog che voglia fare “cultura” – e questo, con tutti i suoi limiti, cerca di farlo o, almeno, cerca di non essere banale nelle proposte né ossequioso verso le “mode” del momento – deve muoversi su rotte completamente diverse da quelle dettate dalla logica dei social mordi-e-fuggi.
    Noi pubblichiamo dei post che possono essere letti in qualsiasi momento, non per forza all’atto della pubblicazione; post sui quali si può ritornare con calma quando uno ha tempo e voglia di leggere, magari rileggere, approfondire, eventualmente lasciare un commento, chiedere un chiarimento, proporre percorsi paralleli, dare ulteriori indicazioni, criticare. Senza costrizioni, senza scadenze, senza fretta.
    Nel caso specifico di questa traduzione, può succedere – e non ci vedo niente di male – che la lunghezza dell’articolo scoraggi. Però, se ho intenzione di leggerlo, posso decidere io quando farlo – magari raccogliendo gli altri tre già pubblicati e leggerli in sequenza: avrei in mano la prima parte, completa, dell’opera di Asturias.
    Questi, purtroppo o per fortuna, sono dei “capitoli” che è difficile dividere in sequenze più brevi, ne va dell’intelligenza complessiva dell’opera e delle sue ragioni profonde.

    @ Marco
    Il tuo accostamento con Lezama Lima mi è piaciuto molto, lo trovo molto pertinente (anche per il riferimento “anagrafico” che riporta agli anni delle prime e fondamentali scoperte di autori e opere) e mi ha dato sicuramente da pensare a una molteplicità di altri agganci possibili, di altri universi tangenti o paralleli reperibili nell’area di quelle culture.

    Un caro saluto a entrambi.

    fm

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