Tre dei quattro soli (II, 1)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Secondo sole

La notte aveva occupato il cielo davanti e dietro gli astri. La notte oramai senza fine. Sottomesse soltanto a lei, alla sua volontà, al suo splendore, alla sua bellezza, le cose visibili ed invisibili erano come colloqui intimi delle sue singolari luminarie, pianeti folgoranti, testimoni che le tenebre non si estinguevano, le tenebre pronte a far cadere milioni di tonnellate di ardesia cieca su ogni luce nascente che non facesse parte della notte, per seppellirla e rendere impossibile, nei secoli dei secoli, ogni altro chiarore. La notte e le sue luminarie. La grande stella, la più grande delle stelle, pesce-serpente avvolto in una marea di piume. Le tre piccole stelle per far nascere la scintilla. Gli ottocento occhi dei quattrocento ragazzi che trasportano il tronco dell’Albero Maestro Volante. La tigre stellare. La conchiglia dal profilo a S. Lo scorpione di copale che arde. Davanti e dietro gli astri fissi o spargitori d’oro, la notte e nient’altro. La notte eterna. Un bagliore insolito, un accenno di luce estranea al chiarore delle stelle conosciute, una pagliuzza, una scintilla, un verme lucente, una stella filante, una lucciola, tutto ciò che poteva essere un embrione di sole mobilitava prontamente le tenebre e le loro schiere di distruzione attraverso i tredici cieli, i tredici piani del cielo, a malapena rischiarati. Al primo stavano le nuvole e la luna. Le nuvole idropiche e la luna isterica a forza di stare rinchiusa. Il secondo era vuoto. Le stelle che lo occupavano non rientravano più a dormire di giorno. Il giorno non esisteva. Inabitato, il terzo, la dimora del sole, portava un cartello: A CAUSA DI IMMEDIATA DEMOLIZIONE, SI VENDONO I MATERIALI DI QUESTO CIELO COSTRUITO COME UN FORNO. Non c’era nessuno al quarto, dimora della grande stella che ormai navigava a suo piacimento attraverso cieli e oceani, senza mai far ritorno al suo domicilio. Al quinto, erano state incatenate le comete, per evitare brutte sorprese. Se fossero state lasciate libere di circolare, il sole, travestito da cometa, avrebbe potuto intrufolarsi tra di loro, occupare il centro della volta celeste e ridiventare quello che era, un satrapo dispotico e arbitrario. Attaccate a una catena di nero sogno e a collane di cuoio annodate, si agitavano irritate muovendo i loro occhi, le loro creste, i loro speroni. Un particolare strano: esse non abbaiavano ma cantavano come dei galli. Al primo chicchirichì la notte intera si precipitò su quella che fino ad allora era l’alba, si scavarono delle trincee di notte nera, fu impedito alle stelle di avanzare e le tenebre rischiarono anche di soffocare le comete sotto masse di polvere. Il canto del gallo annunciava il nemico. Al sesto piano, il blu era agli arresti domiciliari. Né onde né uccelli blu, né “grandi montagne blu”, né indigofere. E anche lui condannato alla clausura – non aveva nemmeno il diritto di avvicinarsi alla porta – il verde, che occupava il settimo cielo, tutto di giada e smeraldi. All’ottavo vivevano la tempesta e i suoi figli adorati: la folgore, il lampo, il tuono, l’uragano, il ciclone, il tifone. Questa famiglia di infiammabili usava il fosforo e ne abusava. Se ne regolamentò l’impiego. Niente più fiammiferi da accendere nell’oscurità! Il faccino di un fiammifero acceso poteva essere un sole nascente. Nei cieli superiori, al nono, decimo e undicesimo piano, alloggiavano i colori detestabili, il bianco, il giallo e il rosso. La notte non poteva sopportarli, nemmeno in pittura! Essi erano la morte, la ricchezza e il sangue. Non avevano neanche il permesso di guardare verso la porta. Il dodicesimo ospitava la pietra per distillare i destini, goccia a goccia. Le tenebre sentirono le sue gocce cadere: “Il sole è nel sale… Il sole è nel sale…”, sussurravano. La notte si affrettò a barattare le sue clessidre con degli orologi di sale. Attraverso le gole dei suoi orologi sarebbe passato tutto il sale dell’universo fino al momento in cui sarebbe stato scoperto il granello di sale nel quale il sole si nasconde. E infine, nel tredicesimo cielo, al tredicesimo piano, stavano i creatori, coloro che si inventavano da se stessi. Avvolti nelle loro vesti filate da bachi da seta, conservavano la loro luce, ombelicale, immanente, un chiarore anteriore alla nascita del sole che ora non esisteva più. I suoi tesori favolosi, col favore delle ombre navigabili, furono trasportati dal terzo piano del cielo nelle casseforti della notte, la quale faceva sfoggio, su uno solo dei suoi tappeti, di tredicimila stelle. Notte di diamanti. Le mie dita. Le mie marionette. Non hanno occhi. Parole cieche. Vanno a tentoni. Camminano. Aprono le porte sbarrate del mistero. Idoli, amuleti, utensili. Le mie mani parlano. Uno schiaffo. Il segno delle dita sulla mia guancia umida e profonda. A partire da questo colpo rituale inferto con la mano aperta, a partire da quelle dita sulla mia guancia simbolo dello zero, ecco le matematiche comunicative, il diluvio dei numeri. Le cifre dei calendari domestici. Le cifre dei calendari agricoli. Le cifre dei calendari lunari. Le cifre dei calendari della divinazione. Le genti annegano in questa pioggia alluvionale di calcoli e di cifre. Niente si crea. Niente si perde. Tutto si trasforma. Errore. Tutto si crea, tutto si perde e tutto si trasforma nell’essere vivente. L’essere vivente si crea da sé e crea le cose della sua vita. Un creatore di cose vive, ecco quello che sono. Il mio creatore e la mia creatura. Nelle piccole fogne dei miei reni, nel mio cuore polmonare, nei miei polmoni cardiaci, nella mia testa stomacale, nel mio ventre, cervello di budella, io trasformo le sostanze morte in alimenti viventi e ricreo delle nuove sostanze. Non ho né piedi né testa. Sono tutto piedi e tutta testa. Le mie braccia hanno origine nelle mie orecchie. Sento con le braccia. Guardo con le labbra. Abbraccio con gli occhi. E parlo con la mia guancia, la mia guancia umida e profonda, tatuata da quelle dita aperte a ventaglio, la lingua cosmica dello zero che, fuori dal tempo e dallo spazio, contiene tutti gli avvenimenti dell’universo. Il fuoco non è andato perso. Lo zero, sì. Non sono le genti ad averlo perduto. Sono gli astronomi sulla tavola astronomica. Sono i negromanti nel libro dei segni umani. I costruttori che lo cercano come esaltati. Senza di lui, impossibile continuare a costruire delle piramidi, dei templi, dei palazzi. E se si sfregasse il nulla contro il vuoto? Me lo chiedono. Io me lo chiedo. I miei idoli sono lontani. Li riporto indietro. Mi servono. Sono divini. Riporto anche i miei amuleti, con la loro magia delle tredici fedi. E i miei utensili. Quello che ho recuperato nella mia casa distrutta dal terremoto è stato il mio sapere poetico. Io parlo. Racconto. Prima del sisma l’uomo trema. Anche le cose sussultano. Gli alberi immobilizzano le loro foglie, come se fossero orecchie di cervi. Ascoltano la vibrazione che si avvicina. Nell’aria o sotto terra, su un letto di pietre o su un letto di sabbia. Non confondiamo, però. Nelle pietre il sisma diventa furioso, si impenna, scalpita. Nella sabbia scivola, scorre, si scrolla. Io parlo. Racconto. Quando le cose sfuggono all’attrazione magnetica, quasi sessuale, che le mantiene tranquille, scalciano le une sulle altre, si aggrediscono come bestie feroci, si battono con la rabbia provocata dalla delusione, perché non sentendosi più né stabili né eterne non solo si smagnetizzano ma si disincantano. Dopo un terremoto, le cose hanno un’aria disincantata. Il ricordo della mia casa. La battaglia della mia casa. Nella sala da pranzo, coltelli, forchette, asce, cesoie da pollame, in guerra di sterminio. E il miele, e gli amaretti, e le millefoglie, e i marzapani, e lo zucchero di canna, e l’essenza di agrumi, e i barattoli di confettura, in lotta mortale contro l’aceto, le salse nere, le spezie rosse. E, a passo di carica, i bicchieri, i piatti, le coppe di cristallo tagliato… Un piantone, che non si vedeva se non toccandolo, mi ha ordinato di tacere. “Il cristallo tagliato fa parte della famiglia…”, ha detto; io ho capito. Ha creduto opportuno aggiungere: “Il sole era di cristallo tagliato…” Il ricordo della mia casa. La battaglia della mia casa. Nel salone, sulla superficie di un tappeto cinese, il divano si batteva come un selvaggio con le poltrone, i paraventi con le credenze, tra muri e ritratti caduti e soffitti dalle fessure grandi come occhi-di-bue. La sentinella delle tenebre mi ha imposto di nuovo il silenzio. Gli occhi-di-bue erano gli alleati del sole. Ora, poiché ci sarà eternamente notte nelle case, non li si chiamerà più occhi-di-bue ma occhi-di-stella. La paura mi costringeva a dare spiegazioni interminabili. Sono uscito di casa quando su un pavimento tappezzato una guerra spietata scoppiava tra le dispense, le voliere, i tinelli, la cucina dove il forno, caduto dai muri che si sgretolavano, saltava come un rospo mentre negli armadi signorili i colletti rigidi, i colletti spezzati si ergevano a giustizieri. Quello che erano sempre stati durante tutta la loro vita: i parenti stretti della corda del patibolo, della mannaia per tagliare le teste, del collare della garrota. I colletti rigidi affilati su una pietra da arrotino, come i manicotti che si contentavano di essere gli ausiliari del carnefice, gli accoliti del colletto duro, ma più grandi di lui, della misura di un braccio, attaccati a una cintura elastica o completamente liberi per conservare la possibilità di impedire al loro possessore di oltrepassare i limiti della decenza nelle discussioni, perché appena faceva un uso eccessivo delle sue braccia (nelle discussioni o negli assalti amorosi), questi manicotti gli scivolavano sulle mani, vicino alle dita, o andavano a finire, soprattutto negli avari, al di là dell’attaccatura della manica, dalle parti della spalla. I colletti rigidi e i manicotti inamidati, terrore degli armadi. Essi fanno piangere i fazzoletti. Minacciano con grossi spilli da cappello le cravatte annodate. Slacciano i cordoni ombelicali dei corsetti nei quali le pance da dromedari prendono la forma civilizzata di ventri di borghesi ricchi e perbene. Aprono i cofanetti dove ridono le dentiere degli antenati defunti. Conservano l’aria compassata tipica dei testimoni nei duelli tra bastoni con pomello d’oro e bastoni col manico d’avorio, e rifiutano di partecipare agli assalti dei bastoni di radica contro un ombrello nero all’esterno e viola all’interno che hanno soprannominato il Vescovo in Lutto. Nel corso dell’ultimo passaggio, il Vescovo in Lutto ha allentato le sue gonnelle e con tutta l’ampiezza rigida delle sue costole di metallo articolato ha picchiato con una pioggia di colpi non solo i bastoni in oro e in avorio ma anche i bastoni di lamantino che disseccano le carni di coloro che ricevono le loro carezze, flessibili come il fumo e fatti, stando a quel che si dice, con i membri virili di quei misteriosi uomini-sirene. La sentinella delle tenebre che camminava al mio fianco senza che me ne rendessi conto, mi ha fermato con un gesto della mano, una mano di tela di ragno. Ai miei piedi si aprivano le fosse degli scomparsi. Un rumore di mulini a sabbia. La nuvola di polvere che si levava dal fondo asfissiava. Si trituravano le ossa dei morti per conto della notte. Che voleva a ogni costo offuscare la luminosità della luna. Spesso, allarmata dalla presenza di questo disco simile al sole, rotondo, luminoso, aveva dovuto mobilitare le sue armate di civette, di pipistrelli, di vampiri. Nove piani più in basso, nei sotterranei di coloro che si sbarazzano delle loro carni e restano nella nudità del loro scheletro, si schiacciavano le ossa dei morti, e legioni di formiche nere, pompose nel loro incedere, si schieravano alla velocità delle nuvole nere; temerarie nell’attacco, voraci distruttrici della luce, controllavano alla traccia, nelle viscere della terra, il possibile nascondiglio del sole del vento. Avevano qualche conoscenza della questione o semplicemente l’istinto di divorare degli astri? Il sole del vento era in effetti nelle viscere della terra.

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