Il plastico (1)

Yves Bergeret

La Maquette (1, La tempête)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (1)
La tempesta

 

In questo tempo di crudeltà
in cui la montagna ci è sottratta,
in cui l’orizzonte ci è sottratto
l’architetto, tagliando alla dimensione
di un cinquecentesimo, sovrapponendo,
incollando a strati del cartone ondulato
ha costruito un’alta collina rocciosa
che domina una baia
di cartone ondulato.

Poi me ne ha inviato la foto via mail.
«Consoliamoci, mi ha scritto.
Domani aggiungerò gli edifici».

Un modello immaginario, oltretutto in foto,
piccola promessa di un grande futuro:
potrebbe essere l’inizio di una storia
che prosegue come alcuni racconti, rigenerando
chi la narra e chi la ascolta.

Oggi siamo sballottati tra narrazioni differenti.
Ben pochi sono i racconti efficaci.
Tra di loro molte cavità, intervalli
velenosi, mai vuoti: la violenza senza suono,
la tempesta oscura, vi si abbattono in ogni direzione,
un oceano in tempesta…
Noi siamo qui. Inquieti, vigili,
abbastanza leggeri (di certo preoccupati)
per non affondare.

 

*

 

Da dietro la collina di cartone
s’avanza un corteo di donne
dal canto profondo e deciso.
Piccoli tamburi dalla pelle molto tesa,
ignoro chi li regge, chi li batte.
Ogni sillaba del canto è un passo del corteo.
Tre note sempre uguali si ripetono.
Il canto è il corteo.
Le donne navigano all’interno del canto.
Austere e leggere, esse non annegano.
Non sprofondano.

Avanzano sulla cavità oscura
tra i racconti, molti dei quali sono
di marmo e di acciaio.
Navigano tra i racconti.
Femminile è il canto.

La collina di cartone dell’architetto
fluttua. Naviga sulla violenza.
I suoi strati di cartone ondulato vibrano
e crollano sulla tempesta di fuoco.
La collina si infiamma.

 

*

 

Una cantante del corteo
cammina davanti alle altre.
La sua voce precede le altre voci.
La sua voce solleva la collina di cartone
sulla cavità nera e gli abissi amari.
La cavità nera brucia. Come olio in fiamme.
La collina brucia senza fumo
né cenere ma resiste,
sopravvive, collina
flessuosa sui vortici delle fiamme
e del buio. La voce della donna
abbraccia la collina e
la partorisce.

Le altre donne avanzano in corteo
nel respiro della neonata.
La collina di cartone riceve
il respiro delle austere cantanti.

La collina naviga,
vela orgogliosa nella quale soffiano
la prima cantante e le sorelle.

La collina che brucia
non si consuma.

E’ qui che l’architetto capisce di poter
sistemare le costruzioni. Piccoli pezzi di
cartone incollati nei dislivelli del
pendio della collina. E mi manda via mail
la foto della collina abitata. Piccoli edifici,
vocali idonee al canto.

 

*

 

La collina di cartone si muove.
La città di cartone sulla collina
di cartone si muove.
Dei pesci guizzano dal fondo
della cavità buia e saltano al di sopra
della mobile collina.

Pesci di tutti i colori saltano
poi ricadono nell’acqua nera, che arde
ma non li brucia.

Saltando, i pesci formano
un enorme sciame di cento colori, i pesci,
colori fluttuanti nel cielo della città che si muove.

Cantando
le donne sollevano i pesci
dal fondo dell’oscura cavità di nere fiamme.

Saltando fuori dall’acqua opaca
i pesci aprono la luce
dai cento colori.
La città vive.

Ogni goccia salata che ricade
s’incarna, si cristallizza per dieci secondi
seguendo il ritmo dei passi
del corteo delle donne che cantano.

 

*

 

Al tocco delle gocce di sale
subito le rocce ritmicamente si colorano.
Le falde della collina di cartone
diventano strati di roccia rossa,
strati di roccia blu.

Sotto le gocce di sale che cadono
gli edifici sulla collina di cartone
si popolano, è l’alba,
è il momento. Ognuno si rigira nel suo letto,
la prima luce attraversa le palpebre
e la città comincia a parlare.

Muri ocra e arancione,
bianche facciate dove le donne
aprono finestre nel loro canto,
nel sole che si muove nel cielo,
nei vagiti dell’infante
e nella fiammante cavità nera che esse eliminano.

Muri arancione e bianchi
rampicano lungo il pendio della collina,
muri colorati, distese di abiti, dalla vita
ai piedi, delle donne. Che cantano in corteo,
leggere e austere; risalgono il pendio,
alleviano la città,
l’architetto è il loro figlio,
placano il fuoco nero dell’oscura cavità
e degli abissi amari.

L’umile cartone che ogni notte
l’architetto taglia e incolla,
si muta in carne viva del poema che scrivo.

Eccoci al punto rosso
verso la base del pendio,
la sorgente
dove la parola zampilla.

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