Prestare parola al desiderio

Antonio Devicienti

Prestare parola al desiderio.
Su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

Tutto è sempre ora (Torino, Einaudi, 2019) è una precisa visione della poesia, una postura della parola, un ritmo della scrittura. Questo libro è luminosa regione di un continente composito e affascinante, ricco e complesso, costituito da saggi scientifici, traduzioni, racconti, scritture al confine tra il journal intime e il carnet de voyage, memoria e descrizione.
Antonio Prete ha affermato più di una volta di aver scritto in poesia fin dall’adolescenza, ma di fatto ha pubblicato la sua poesia in età matura, come se avesse avuto pudore di farlo troppo precocemente o timore nel mentre si confrontava da lettore innamorato e da valente studioso con giganti che rispondono al nome di Leopardi, Baudelaire, Char, Hölderlin, Jabès…
Credo infatti che esista, in alcuni autori, un’umiltà, un pudore, che li spinge a un limae labor indefesso e a mantenere a lungo nell’ombra (parola, concetto e immagine fondamentale nell’opera di Prete) la propria produzione artistica, e quest’atteggiamento è accentuato se per scelta esistenziale e per mestiere si smontano e si rimontano, si studiano, si amano nelle loro intime pieghe le opere dei grandi. […]

(Continua a leggere qui…)
L’articolo sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine“, XCVII

Scritto 33

Richard Serra: Drawing in Five Parts (2005).

Anche il disegno è filiazione della luce.
Sulle lastre fotografiche provenienti dai telescopi puntati sulla piccola Nube di Magellano Henrietta Swan Leavitt traccia segni, linee, cerchi, ne estrae calcoli e sequenze di cifre: stavolta è un proiettore con la pellicola a vista a rendere visibili sulla parete quegli studi pazienti e quotidiani, quei disegni figliati dalla posizione delle stelle e dalla mano della scienziata che traccia linee, archi, triangoli: relazioni: nell’opera di Rosa Barba Drawn by the pulse quei fotogrammi si alternano alle riprese fotografiche attuali – sempre provenienti dall’osservatorio dell’Università Harvard – della medesima porzione di cielo, è un film muto in 35 mm la cui colonna sonora è il rumore del proiettore che fa scorrere la bobina e la pellicola, il cui pensiero portante è quel disegnare con la luce, seguendo le variazioni della luce, lo svelarsi dello spazio-tempo alla mente, mentre l’inchiostro o la grafite tracciano segni che corrispondono esatti alla sete di conoscere, alla curiosità di chi si sa, minuscolo essere, collocato in qualche luogo dell’universo.

La luna, il plenilunio che erra nella notte, senza turbarla, senza abolirla, senza la profanazione diurna, la luna e le stelle sono per i nostri piccoli occhi mortali, i sintomi del tutto. Ma che sarebbe il tutto, l’universo senza i nostri, piccoli, effimeri occhi viventi e mortali? Non possiamo conoscere il tutto, ma soltanto i suoi sintomi. Andrea Emo, Aforismi per vivere, Milano, Mimesis Edizioni, 2019, pag. 112 (dal quaderno 364 del 1974).