Un tisico professionista

Manuel Bandeira

Provinciale mai stato capace
d’abbinare la giusta cravatta
Pernambucano cui fa ribrezzo
il coltello del pernambucano
Poeta scarso che nell’arte della prosa
s’è fatto vecchio nell’infanzia dell’arte
e che pure scrivendo delle cronache
è rimasto un cronista di provincia
Musicista e architetto fallito:
una volta ha inghiottito un piano:
la tastiera è rimasta fuori
Senza famiglia e filosofia
né religione e poco portato
all’inquietudine dello spirito
che viene dal soprannaturale
E in materia di professione
un tisico professionale

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Pensare il volo (4)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Rebecca Chappell: illustrazione per “Le città invisibili” di Italo Calvino.

Amo i tetti di Parigi, quell’elevazione vastissima tra la Senna e la mente: in una fotografia Italo Calvino passeggia, scrittore-barone rampante, sopra i tetti di Parigi. Ma noi abbiamo dimenticato la lezione libertaria di Cosimo di Rondò e il balzo leggero e geniale di Cavalcanti oltre le arche di marmo.
Di Parigi ricordo la terrazza vastissima dell’Institut du Monde arabe donde benissimo si contempla l’abside di Notre Dame – ma è il tetto del Beaubourg a richiamarmi: tenersi in equilibrio sulle sue cuspidi – non penso affatto al caffè per turisti danarosi allestito all’ultimo piano dell’edificio (oscena insignificanza dei luoghi trendy) – no: penso proprio a un fantasticante andare lungo e sulle tubature a vista e tra le griglie metalliche e guardare Parigi dal vertice della mia contemporaneità, cuspidi non più gotiche, naturalmente, ma novecentesche, piegate e sagomate in gomiti e curve donde guardare la città stratificata e sulle quali coltivare una mia passione di funambolo perdigiorno (scrittura è arte di funamboli, camminare sopra invisibili fili dai quali facile è il rovinoso, goffo precipitare).

OISEAUX

Flammes sans cesse changeant d’aire
qu’à peine on voit quand elles passent

Cris en mouvement dans l’espace

Peu ont la vision assez claire
pour chanter même dans la nuit

Philippe Jaccottet da Airs (1961 – 1964)

È ben vero che il volo possa essere grida e richiami in moto nello spazio (lo spazio è altezza, larghezza e profondità, ma anche suono e visione) e altrettanto vero è che occorre una visione chiara e ferma per attraversare la notte quando sopraggiunge.

Pensare il volo (3)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Richard Serra: East-West / West-East, Doha (Qatar), 2014.

È nella percezione che il peso mostra l’eventuale distanza tra il proprio valore reale e la sua manifestazione visiva: si pensi ai pannelli di Richard Serra, davvero gravosi in termini di peso fisico, i quali trasmettono però allo sguardo la sensazione della leggerezza, come se il progetto dell’artista fosse quello di liberare la materia dalla forza di gravità, studiando la dialettica che unisce la terra e la materia lavorata, quella che mi azzarderei a chiamare la fatalità della forza di gravità che si esercita sui corpi e che l’arte cerca di superare in un empito che è, contemporaneamente, riconoscimento della terrestrità della materia stessa e intervento su di essa non per negarne la terrestrità, ma per liberarla da quei legacci che la trattengono o la frenano o la imprigionano nella pesantezza (o questa è l’impressione che la mente ne ricava). Ecco allora il desiderio di vincere la forza di gravità, di risolvere la gravosità della materia quando quella è avvertita come negativa e limitante, massa impediente (e non sempre, in verità, lo è). L’arte cerca il luogo e il momento nei quali lo slancio del pensiero riesce a togliere peso all’esistere permettendogli di passare traverso una fessurazione che s’apre allo sguardo, che apre lo sguardo.

Pensare il volo (2)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Tra il 1976 e il 1977 Eduardo Chillida crea Haizearen orrazia XV, in spagnolo Peine del Viento XV (il Pettine del Vento, quindicesima versione di un tema che lo accompagna fin dal 1952) – Chillida pensa dapprima a una sola scultura, poi decide che debbano essere tre e le colloca nella Baia di La Concha, all’altezza della spiaggia di Ondarreta a San Sebastián: pesanti ognuna circa dieci tonnellate, in acciaio corten trattato, esse rendono visibile una cifra peculiare dell’arte di Chillida, vale a dire alludono a dita o a ganci protesi ad accogliere qualcosa; il luogo per il quale vengono pensate ha un profondo significato per l’artista, è lo stesso in cui si recava fin dall’infanzia per trovare tranquillità e per ammirarvi il mare e l’orizzonte.
Chillida e l’équipe di tecnici e operai che lo coadiuvano devono superare non pochi problemi relativi alla realizzazione delle tre sculture e alla loro collocazione (le notevoli difficoltà derivano dal dover assemblare le varie parti di ogni singola scultura, dal trasporto fino alla baia di quegli elementi così pesanti e dall’installazione delle tre sculture sugli scogli) – il risultato trasmette allo sguardo una sensazione di leggerezza e di giocosità, di festa direi, perché davvero il vento entrando in città dal mare viene pettinato e accarezzato, mobilissimo elemento.
Trenta tonnellate di peso abbarbicate alla scogliera ma capaci di trasmettere una sensazione di leggerezza – e c’è affinità con le Gravitaciones di fogli di carta ritagliati e sovrapposti, sospesi alle pareti tramite fili e gravitanti per loro materica costituzione (carta o talvolta feltro, soggetti quindi alla gravità terrestre), per loro figurale manifestazione (ritagli, inchiostrature, accostamenti, sovrapposizioni e nascondimenti), per loro stare sospesi alla parete.

Pensare il volo (1)

Pensare il volo, pensarlo come slancio della mente e dello sguardo, identificarlo con il necessitato senso di libertà e con il sogno, lucidissimo, di menti intese a liberarsi dal giogo della gravità.

Una fotografia mostra Emilio Vedova mentre effettua una prova di lancio dell’aquilone dipinto con gli stessi motivi e con i medesimi colori che caratterizzano la serie in continuum, compenetrazioni/traslati ’87/’88: il Canale della Giudecca e la Chiesa del Redentore alle sue spalle, l’artista, macchiato di colore e ritto nello sforzo del lancio, dedica serietà e impegno al progetto che chiama un Drachen per Osaka con il quale partecipa all’iniziativa di ampio respiro del Goethe Institut della città giapponese (Bilder für den Himmel. Kunstdrachen) e che implica che molti artisti disegnino o dipingano gli aquiloni che maestri giapponesi avrebbero assemblato e che per almeno tre anni sarebbero stati lanciati e fatti volare in vari luoghi del pianeta.
L’arte energica e materica di Emilio Vedova sa farsi aerea e lieve, seriamente giocosa: senza per nulla scollarsi dal ductus della ricerca artistica e politica vedoviana.
L’aquilone, accogliendo anche un’antichissima tradizione giapponese che ne fa un mezzo di contatto tra terra e cielo, si leverà nel cielo sollevato e sostenuto dal vento e i segni pittorici di Vedova sono i medesimi, pura energia di pensiero, dei dischi e dei plurimi, furibondi atti di pensiero.

Sul concetto di scrittofigurazione nell’opera di Yves Bergeret

C’è un aspetto da non trascurare, ma, invece, da sottolineare e studiare nell’opera di Yves Bergeret, vale a dire il fatto che scrittura e pittura formino un tutto inscindibile – darei a questo aspetto il nome di scrittofigurazione e vado subito a spiegare che cosa intendo. Continua a leggere Sul concetto di scrittofigurazione nell’opera di Yves Bergeret

Scritto 36

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

Derek Jarman acquistò un cottage di legno (Prospect Cottage) a Dungeness nel Kent che gli si profilò subito come pausa di serenità dai frequenti ricoveri ospedalieri cui doveva sottoporsi; lì il regista mise mano a un giardino, esistente ancora oggi, e sulla parete esterna che guarda a oriente fece scolpire nel legno le parole di una poesia di John Donne:

Busy old fool, unruly Sun,
Why dost thou thus,
Through windows, and through curtains, call on us?
Must to thy motions lovers’ seasons run?
Saucy pedantic wretch, go chide
Late school-boys and sour prentices,
Go tell court-huntsmen that the king will ride,
Call country ants to harvest offices;
Love, all alike, no season knows nor clime,
Nor hours, days, months, which are the rags of time.
In that the world’s contracted thus;
Thine age asks ease, and since thy duties be
To warm the world, that’s done in warming us.
Shine here to us, and thou art everywhere;
This bed thy center is, these walls thy sphere.

La forte esposizione ai venti marini e alla salsedine furono sfida ardua per Jarman che seppe intessere un giardino di ciottoli e piante basse, capaci di resistere alle intemperanze delle stagioni e alla prossimità di un mare non sempre clemente, irrinunciabilmente aspro, vasto, presente.
Da un lato il cottage di Dungeness vede una centrale nucleare, da un altro si scorgono in lontananza molti alti tralicci e nel giardino Jarman volle accogliere anche avanzi di legno o di metallo trovati sulla spiaggia, sculture loro malgrado, spontanee formazioni e trasformazioni di manufatti già umani e che il mare, il sale, il vento, gli urti e gli abbandoni avevano trasformato in silenziosi visitatori e poi ospiti del giardino e della mente di Derek Jarman.
Un cottage di legno dipinto di nero, stanze piene di libri, un giardino di laconica bellezza, spoglia e adulta.

Scritto 35

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

La Hütte (la capanna) nel cuore della Turingia dove a matita Goethe lascia dei versi (forse questi): über allen Gipfeln / ist Ruh – su tutte le cime (dei monti) c’è pace – in allen Wipfeln / spürest Du / kaum einen Hauch – in tutte le cime (degli alberi) avverti appena un alito: assonanza forte tra Gipfeln e Wipfeln, cime di verticalità che si corrispondono e si rincorrono, trascinando lo sguardo (o, in questo caso, l’orecchio dello sguardo) verso l’alto – il tedesco Ruh ha la u lunga ed è appena un’emissione di fiato (pace, riposo, silenzio), inciampa nel Du, più breve, ma capace di aggiungersi a quella variazione apofonica tra u e ü e, infatti, kaum / einen / Hauch sopravvengono concatenandosi in un’ulteriore sequenza di velari e fricative (k – h- -ch) e di dittongazioni (au – ai – au).
Die Vögelein schweigen im Walde (e adesso è a il suono dominante) – gli uccellini tacciono nel bosco. / Devi solo attendere: presto / riposerai anche tu: Warte nur! Balde / Ruhest du auch ed ecco che si ripetono le insistenze del vocalismo in u, variato ora dal suo prolungarsi in -r, ora dal puro allungamento vocalico (-uh), ora di nuovo apocopato nella u di du, ora, ancora, dalla sua dittongazione, dove auch (anche) richiama Hauch (alito).

Come pagina la parete di legno di una capanna, come itinerario una Wanderung in cerca di quiete.
Ma la Hütte del filosofo di Sein und Zeit, nel cuore della Foresta Nera, avrebbe suscitato quasi 180 anni dopo la Wanderung goethiana l’inquietudine tragica del poeta venuto da Czernowitz ad ascoltare una parola di pentimento o di riparazione – che non venne: Paul Celan vergò poche righe nel libro degli ospiti e ospiti vi erano stati anche gerarchi delle SS e della Gestapo ed egli sentì tutto il ribrezzo e tutto l’orrore per quella concomitanza. A Todtnauberg la morte in cima a un monte s’ebbe un epilogo e un annuncio (Pont Mirabeau, la Senna, aprile 1970).

Capanne (Hütten), case di legno isolate nel bosco o nella brughiera: a Bargfeld, nella solitudine più feconda, Arno Schmidt scava nell’anima più profonda e fonda della lingua tedesca e sa e trova che sta nelle radici della lingua la parabola di violenza (ma anche di luce) della storia di un popolo e di un continente.

In memoria di Giuseppe Panella

Ricorre oggi il primo anniversario della scomparsa di Giuseppe Panella. Per ricordare lo studioso e l’amico ripubblico questo articolo su Dino Campana. Rimando al blog Retroguardia, dove è possibile consultare parte dell’ingente mole di studi critico-saggistici che Giuseppe ci ha lasciato.

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Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

Giuseppe Zuccarino

Tra gli scrittori novecenteschi, Michel Leiris è senz’altro uno di quelli che hanno stabilito un più stretto rapporto con le arti visive. Ciò è accaduto tramite la frequentazione diretta di pittori e scultori (trasformatasi spesso in amicizia), ma anche mediante la stesura di pregevoli testi sugli artisti. Inoltre Leiris, essendo collezionista e imparentato con una famiglia di galleristi, ha potuto acquisire un gran numero di opere significative. Basti pensare che quando, nel 1983, egli decide di donarle quasi tutte ai musei nazionali, tale donazione, che comprende «90 quadri, 30 sculture, 85 disegni e collages (Bacon, Braque, Derain, Giacometti, Gris, Klee, Miró, Picasso, Vlaminck, ecc.) […], è la più importante collezione venuta ad arricchire il patrimonio moderno dei musei francesi». A ciò si può aggiungere che Leiris ha avuto il raro privilegio di essere ritratto da quattro fra i maggiori pittori del suo secolo: Picasso, Masson, Giacometti e Bacon. Continua a leggere Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

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Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018

La porta sprangata della poesia di Mandel’štam: На замок закрыты ворота – Paul Celan traduce Riegel, vor das Tor gelegt e Jaccottet Le verrou est tiré sur le portail; Remo Faccani rende La porta del cortile è ben sprangata e Antonella Anedda: La catena è tirata sul portale – è la porta sbarrata che impedisce di varcare la soglia del poema quando il poema va a confrontarsi con la morte per violenza.
Умывался ночью на двореmi lavavo all’aperto ch’era notte traduce Remo Faccani il primo verso della lirica del 1921 e Celan: Nachts, vorm Haus, da wusch ich mich e Jaccottet: Je me suis lavé, de nuit, dans la cour. In effetti двор rende, in russo, i vocaboli corte / cortile, l’espressione на дворе significa sia nel cortile che all’aperto: c’è, allora, un cortile del mondo, il luogo dell’aperto dove andare a lavarsi, nella notte della storia, come per prepararsi a un battesimo o, addirittura, per battezzarsi (poeti?) da soli nella solitudine e nel buio. Oppure l’abluzione rituale è necessaria prima di ogni atto di scrittura che voglia andare incontro al morire di un essere umano: laica pietas senza teologia e senza escatologia, totalmente, duramente terrestre. Continua a leggere Scritto 34