Il plastico (2)

Yves Bergeret

La Maquette (2, La maquette)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (2)
Il plastico

 

L’architetto ci ha costruito il suo plastico,
opera di tenace impegno, che fa fluttuare
splendida e necessaria utopia
al di sopra di ogni tempesta,
lavoro vasto come un’epopea.

Vivida e vitale è diventata la disposizione
degli strati di cartone, agile e fecondo
è diventato il plastico non appena le donne
l’hanno cantato: allora, anche dalle viscere
della violenza sono scaturiti i mille colori
della speranza, è scaturito il flusso
della parola dall’alto e dal basso delle strade,
delle rocce e dei giorni,
la parola alba.

 

*

 

Il plastico è poesia,
poesia è il plastico,
salda fede futura costruita sempre
dalla mano dell’uomo, granaio a cielo aperto.

 

*

 

«Dallo zenit in alto sopra la sorgente
guardo le strade, le faccio salire e scendere,
faccio sollevare e abbassare le case di cartone
come altalene dove giocano i bambini
ancora molto piccoli delle donne che cantano.

Sono io che dallo zenit discendo
costeggiando le nuvole dell’alba
per studiarle e dare nome ai loro profili meravigliosi.
Sono io che discendo fino all’orecchio dell’architetto
e lo ispiro nel suo lungo progetto;
gli predìco molti dolori
e gioie dopo che tanti ne ha già vissuti
perché la sua visione è pura, libera
coraggiosa.

Sono io che ispiro e aspiro,
aspiro dalla sorgente rossa la parola
che con l’ostinazione dei miti risale
e oltrepassa il manto di olio scuro
che calcifica, ma la parola non prova
il minimo dolore;
sono io che poi le faccio attraversare
gli strati del cartone ondulato.

Sono io che aspiro i banchi di pesci
che guizzano dal fuoco nero fin verso
il mio punto zenitale, prima di ricadere
in una pioggia d’oro e di colori.

Io sono la parola nella parola,
ovvero lo spirito dei pesci
e la linfa del pensiero,
il nervo invisibile e lo sforzo invisibile
che sovrappone gli strati di cartone ondulato
e ripartisce senza tener conto dei colori.

Io sono lo spirito della parola che ruota
intorno alla sorgente rossa e fa andare
e girare il corteo delle donne dalla voce profonda.

Io mi vesto del canto delle voci delle donne.
Il plastico e il mio diapason da cui scaturiscono
il pensiero, ogni persona, ogni poema
passato e futuro. Io sono la parola nella parola.»

 

*

 

Vibra il cartone, si commuove il cartone
tutto raccolto nella sua intimità
si tende, si commuove il cartone.

 

*

 

«La mia lenta origine è l’umano dialogare.
Dibattendomi contorcendomi
graffiandomi ferendomi
io sono uscita dalle grida, dalle urla e dagli odi
e poco a poco ho trovato la forma
semplice e aperta che dà un senso
tanto alla persona che al mondo.

Se mi si lascia essere chiara,
se gli abbaianti sono tenuti a distanza
io sono lo zoccolo nudo e invisibile
da cui si costruisce ogni legame, ogni carena,
fino all’architettura più sottile.

Io sono la rugiada degli uomini e delle donne
che ogni alba si posa sul reale sconvolto.
Sono il rimpianto e il desiderio della nuvola albale.
Io sono voi e te e me.

Come rugiada evaporo e in vapore
mi innalzo fino al mio zenit,
io sono sempre umana e sensibile.
Ogni dogma mi addolora perché uccide.

Io sono dentro di voi, linfa vertebrale,
e nello stesso tempo sono il vostro zenit.
La sorgente rossa è la mia confluenza
da voi a me e da me a voi, essa è
l’onore e la limpida gioia da voi a voi.»

 

*

 

Piccolo plastico ormai immune al fuoco,
giovane trampolino scultoreo,
scialuppa che è collina e città,
ondeggiante sulla violenza del mondo.

1 commento su “Il plastico (2)”

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