Il plastico (3)

Yves Bergeret

La Maquette (3, L’oiseau)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (3)
L’uccello

 

Da parecchi giorni
la tempesta ritorna, assordante:
ancora fecondo è il ventre
che partorì la bestia immonda
. (*)
Senza ascoltare, tutti gridano.
La tempesta sbiadisce i colori.
Le grida sono la cresta e il cavo delle onde
nere enormi virulente asfissianti nere.
La tempesta raschia via la vita.

Il plastico soffre.
Reclama il canto solenne delle donne
e il nostro soffio chiaro, deciso, costante.

Un’altra sera estenuante arriva,
ma meno stridenti sono le grida.
Appena spunta l’alba
un uccello dalle ali immense
volteggia vicinissimo alla collina di cartone.
Un’aquila della mia montagna
o un gabbiano di Venezia, nessuno può dirlo
perché vola nel controluce
della violenza che abbaglia e acceca.
La stria, la cancella, la elimina.

Ecco il tratto del suo volo che nomina,
del suo volo che dice possibile la pace.
Grande uccello silenzioso che è il soffio
nelle corde vocali delle donne,
che è l’ancia deperibile ma ostinata
della parola della parola
planante sopra la sorgente rossa,
mobile, leggera sullo zenit della fonte.

Ora il grande uccello che ascolta
che ascolta che ascolta
prende la mano dell’architetto, la fa
abbassare lentamente rasente il plastico
e sul cartone, appoggiandone l’indice qua
e là, col solo tocco dell’indice
prima ancora delle parole,
gli mostra cinque luoghi intorno alla sorgente
dove posare dei pezzi di cartone molto chiaro.

Poi l’uccello, con un colpo d’ali, se ne va.
Verso le altezze del pensiero,
verso i venti etesii,
con un grido cristallino l’uccello spicca il volo.

Nel cuore del limpido grido che il più giovane
dei venti etesii riprende, propaga
e modula, lascia queste parole:
«qui con il cartone più chiaro
progetta e costruisci!
Costruisci qui la dimora della premura!
Intorno alla sua sorgente
la parola si dispiega e salva,
cura e restituisce
all’anima afflitta la sua libertà
e al fragile corpo il suo movimento».

Ecco: l’architetto posa deciso
intorno alla sorgente rossa
alcuni strati di cartone bianco.
Non proprio bianco. Sarebbe neve
e ghiaccio che fondono.
Un grigio chiarissimo, sì. E’ carta e carta
e carta dalle mille scritture,
dalle miriadi di segni.
E’ cartone lavato, lavato ancora,
amato dal sole e dai venti,
cartone che ha parlato, che parlerà,
che sa.

__________________________
(*) Bertolt Brecht,
Der aufhaltsame Aufstieg des Arturo Ui (1941)

 

*

 

E i canti degli uccelli esplodono
dalle cellette della città e dagli incavi
alla base della collina.
Alcuni cantano a distesa e hanno piume nere,
altri più piccoli hanno piume gialle o oro.
Parlano.
Chi li comprende?
Ritorna il canto delle donne in corteo.

Fiori bianchi e di un verde pallidissimo
compaiono sui rami.
Il canto nero dei merli
risponde alla tempesta e alle onde
che impareranno a placarsi.

Lo scoiattolo si arrampica a strapiombo
tra le pieghe del canto.

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