Breve saggio sulle terrazze salentine

Ernst Haeckel: lichenes.

Penso alle terrazze dei centri storici salentini, a quel mosaico di chianche, rialzi, muretti e parapetti, tettoie avventizie (dette suppinne), comignoli, fili tesi per stendervi il bucato, vasi di terracotta, pile e pileddhe di pietra escavata, bidoni e bidoncini per raccogliere l’acqua piovana o per farvi crescere erbe aromatiche e geranei, scalini di tufo o scale a pioli di legno, mucchi di sarmenti d’ulivo o di vite.

Le chianche sono le lastre di pietra calcarea che costituiscono la copertura esterna del tetto (lu chiamentu), dunque il pavimento della terrazza e che sono bordate da strisce di materiale impermeabilizzante che le salda insieme e impedisce all’acqua piovana d’infiltrarsi nelle intermessure – talvolta la terrazza ha al centro una lieve elevazione che corrisponde al punto più alto del soffitto a volta sottostante.
Le pile (o pileddhe, “piccole pile”) sono blocchi di pietra scavati per potervi lavare i panni o altro.

Gechi, gazze e rondini sono la fauna che normalmente visita o unisce con i suoi voli rapidissimi e le strida le terrazze, la flora va dalle erbe anemofile capaci di crescere tra le crepe o le intermessure e con pochissima acqua, al basilico, al rosmarino, alla salvia, alla menta (i profumi classici per la cucina salentina), al geraneo.

Ma le terrazze, vicinissime al cielo (o così sembra) possono essere in realtà luoghi molto intimi, osservatori privilegiati sul cielo e sulle nuvole, appunto, sulle terrazze più basse, sulla via immediatamente sottostante, sulla campagna circostante, sul campanile della chiesa più vicina.
Un esercizio che fa bene alla mente (ne acuisce la capacità di osservare e di scorgere o intuire relazioni inattese) è leggere la cartografia dei muri e delle chianche: quando possibile ci si può aiutare con il tatto e, allora, le dita avvertono le scabrosità generate dai licheni che, nel corso del tempo, ricoprono le lastre – la pietra, già emersa fuori da acque primordiali, muta colore, si fa lentamente grigia: lo sguardo vede, così, lo scorrere del tempo, la mente immagina quel cosmo fantasmagorico di forme ch’è il cosmo meravigliante dei licheni.

Le stagioni: è l’approssimarsi della Pasqua a regalare alle terrazze salentine una luce sfolgorante e ubriacante (è luce di due Mari); l’inverno ha un’aria di vetro, diceva Vittorio Bodini; l’estate imperversa canicolare e le ore della mattinata e poi la controra stordirebbero fino al delirio se si pretendesse di salire sulla terrazza (lo si fa per pochi minuti, per stendere il bucato ad asciugare, magari) – anche se in passato si usava dormirci per sfuggire all’afa soffocante delle stanze e l’ho letto, con fraterno piacere, anche nel Mostro ama il suo labirinto di Charles Simic: L’idea di andare a dormire sul tetto nelle notti troppo calde, a Manhattan, mi venne da mio padre e mia madre. Lo facevano sempre durante la guerra, solo che non si trattava di un tetto ma di una terrazza all’ultimo piano di una casa nel centro di Belgrado. C’era il coprifuoco, naturalmente. Ricordo immensi cieli stellati e il silenzio della città. (…) Come una nave in alto mare, avevamo stelle e nuvole sopra di noi. Navigavamo a vele spiegate. “Ecco dove comincia l’infinito” ricordo che disse mio padre, indicando con la lunga mano scura (Milano, Adelphi, 2012, traduzione di Adriana Bottini, pagine 25 e 26); in Terra d’Otranto dolce poi l’autunno, almeno fino a Ognissanti e, al di là dell’avvicendarsi dei mesi e delle stagioni, frequente compagno è il vento, magico volatore da un Mare all’altro, benché più esatto sarebbe parlare di venti, ognuno con il suo diverso carico di umidità, di odori, di temperatura.

E compagna del vento è la luna (talvolta anche di giorno), trasparente pietra sospesa nel cielo e, con generoso atto della fantasia, i brutti scheletri delle antenne televisive possono talvolta diventare scale e corde che uniscono le terrazze a un cielo il quale, a continuarlo con gli occhi della mente, è anche cielo di Lucania e di Calabria da un lato, d’Albania e di Grecia dall’altro.

4 pensieri riguardo “Breve saggio sulle terrazze salentine”

  1. Dans cette très belle prose, presqu’aucun personnage. Seul le passage invisible de celle qui étend le linge à sécher, seul le rêve du dormeur sur le toit en terrasse… Mais tant de sensibilité, tant d’humanité, tant de compréhension dans ces lignes que les pierres du haut de la maison sont une petite foule d’enfants éternels.
    Yves Bergeret

  2. un testo bellissimo e anche particolarmente struggente per chi, come me, ha dormito, a 16 anni, su una terrazza siiciliana ,per il caldo insopportabile, sotto i raggi rinfrescanti della luna….
    Grazie.

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