Tre dei quattro soli (II, 3)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Secondo sole

E’ perché si pettinano… perché si pettinano… quando le nuvole si pettinano piove sotto il sole… ma adesso la pioggia cade modulata, leggera… Sola… Sola… Pettini e dita separano i piccoli fili della pioggerella che cade… Qualcuno cammina sui tappeti di capelli di pioggia ghiacciata… Qualcuno si mostra ed entra… dei passi lo seguono… o meglio dei salti… Una nuvola allarga, curiosa, il sipario dei suoi capelli rigidi, i capelli della pioggerella sul suo viso, e riesce a scorgere gruppi di persone con le code, aiutanti di un saltimbanco dagli occhi di brace, ubriachi, sorridenti, gruppi che gli prestano il loro talento di animatori, di uomini di feste innumerevoli, e che diffondono intorno a lui una gioia contagiosa, irresistibile, ribollente, moltiplicata dai sonagli e dalle campanelle del suo abito giallo ricamato con trilli di uccelli e di rumori…
…… (Nove generazioni di stregoni, di astrologi e di indovini, miei antenati!, hanno sgranato le costellazioni per formare il cerchio nel quale si leggono i segni del destino dell’uomo, e non è la prima volta che vengo a questo piano del cielo, il piano occupato dalle nuvole e dalla luna, il primo piano. Vi fui condotto, sotto forma di una calabassa nera, dal mio tris-trisavolo, il mio nonno di nove generazioni fa, quando le spugne vollero impadronirsi della volta celeste, indignate per essere sempre penetrate dall’oceano, dalle sue mille copule in ogni momento – un miliardo di coiti al secondo – l’oceano che cercava una matrice nella quale deporre le spore del suo sperma per generare nuovi mari. Stendardi liquidi di cetacei blu, getti tondeggianti di acqua colore dell’arcobaleno aprivano la marcia degli squadroni di celenterati e senza l’arrivo opportuno delle cerbottane della grandine, questi ultimi si sarebbero impadroniti del cielo e avrebbero rovesciato le mensole di cumuli e di nimbi. Le cerbottane tirarono all’unisono – un’orchestra di lunghe cerbottane – ognuna il suo chicco di grandine, e la grandinata trascinò via il palazzo molle e cavo delle spugne. Sette antenati dopo, uno dei miei bisnonni mi ci condusse una seconda volta sotto forma di colibrì. Veniva a spiegare alle nuvole come utilizzare tre stelle per far nascere il fuoco nel cielo. Da allora non sono più ritornato qui, io che voi vedete oggi come un saltimbanco, passato dal mondo senza cifre alle matematiche dei prodigi…)
…… (La luna è là, girata di schiena. Il Saltimbanco è tentato di accarezzarle le natiche, l’oro delle sue natiche. Senza girarsi, la luna gli ha chiesto:
…… (Quale prodigio dobbiamo aspettarci dalla tua visita, Saltimbanco?…)
…… (L’imbecille! – Una nuvola, zitella incallita, ha fatto scattare la sua lingua: – L’ultima volta che è venuto, fa finta di non ricordarsene, non ha saputo indovinare quale colore tra noi vicine – viviamo tutte ammucchiate in questa torre di non so quanti cieli -, sì, quale colore, il verde, il rosso, il giallo o il blu, era entrato a rubarci lo specchio, quando questa notte delle notti è cominciata! L’imbecille! E noi, povere stupide, che l’abbiamo creduto infallibile! Aveva portato quattro piccoli fagioli rossi e li ha mescolati nel cavo delle sue mani per attribuirgli un sapere, poi li ha gettati sulla stuoia della conoscenza. E niente! Non ha potuto dirci quale colore ci aveva rubato lo specchio. Che prodigio porterà oggi?)
…… (Il Saltimbanco, mentre la piccola truppa che lo accompagnava – una scorta dai capelli bianchi su petti di rame giallo – si leccava le dita, ingorda, le dita appiccicose di miele di orecchie, il cerume delle scimmie è zuccherato, il Saltimbanco si è sfregate le mani. I pettini di squame di tartaruga che lisciavano le cascate di pioggia hanno interrotto il loro movimento per girare la testa verso il luogo da dove ritirava con la sua rete non un bambino – quel bambino che aveva pescato nella fossa degli scomparsi – ma i brandelli di un bambino scuoiato. Le nuvole si sono fatte largo con i gomiti, mordendo le loro risate, con una gioia inspiegabile. Il Saltimbanco Prodigioso mostra delle cose irreali. Il piccolo corpo a pezzi poteva essere quello di un armadillo, di un coniglio…
…… (Non c’è tempo da perdere, se no morirà per davvero! L’ho scuoiato senza spargere una sola goccia di sangue!)
…… (Che prodigio! ha detto la luna. Io, alla più piccola escoriazione, sono coperta di sangue!)
…… (Non perdiamo tempo! Lascerò in questo primo cielo una delle sue piccole braccia…)
…… (Per farne cosa? ha protestato la più vecchia delle nuvole. Abbiamo già abbastanza problemi del genere…)
…… (Per piantarlo. Come si pianta un gambo, un gambo di ruta…)
…… (La ruta è come il geranio: riconoscente. Si attacca, mette radice…)
…… (Anche il piccolo braccio metterà radice e darà molte piccole braccia, molte piccole braccia…)
…… (E’ questo il tuo prodigio?…)
…… (Sì… Io me ne vado…)
…… (E’ già la sua immagine era scomparsa. Le nuvole e la luna sentivano i ricami musicali e rumorosi del suo abito perdersi nello spazio. Dietro di lui, ridendo a crepapelle, si eclissavano a loro volta le scimmie di caucciù peloso della sua scorta.)
…… Un piccolo braccio… due piccole braccia… appena piantato, il piccolo braccio del bambino tagliato a pezzi si è messo a produrre molte piccole braccia…
…… (Io respiro il riso, è meglio che respirare le lacrime… si è detto il Saltimbanco Prodigioso.) Entrava nel secondo piano del cielo, al secondo piano dei tredici cieli, dove una clientela dagli occhi allo stesso tempo incuriositi e distanti l’ha circondato. La curiosità delle stelle era una curiosità lontana. Una curiosità da segregate, invidiose e lontane.
…… (Io non ho bisogno di chiamare, di far tintinnare i miei scorpioni d’argento, di agitare il bordone delle vespe ronzanti; entro qui e subito migliaia di stelle si affollano intorno alle mie mani creatrici di prodigi…)
…… (Qual è il tuo nuovo giro misterioso? ha chiesto al Saltimbanco una stella d’argento tremolante; e un’altra stella, tutta occhi – non aveva altro che occhi – l’ha circondato col suo sguardo di latte in polvere.)
…… (Il mio nuovo giro? Fare a pezzi dei marmocchi…, ha risposto il gioioso Saltimbanco. Ed eccone la prova…)
…… (L’hai mangiato?)
…… (No…)
…… (Vuoi che lo facciamo fondere con i fluidi planetari?)
…… (No…)
…… (Rispondi a Occhio-di-latte…)
…… (Rispondo: Lascerò qui un piccolo braccio, il sinistro; Occhio-di-latte lo nutrirà e lui darà più piccole braccia di quanti rami dia un arbusto…)
…… Ingranaggi di raggi e di linee, di raggi intersecanti le linee e di linee intersecanti i raggi delle stelle. Il Saltimbanco è ripartito, seguito dalla sua truppa di giocattoli pelosi dalle code sinuose e dalle risate di cerniere bianche e stridenti nelle bocche vermiglie. Si sono fermati al terzo piano. Hanno bussato e nessuno ha risposto. Hanno bussato di nuovo. Nessuno. Allora hanno bussato una terza volta e solo l’eco che produceva il toc! toc! della porta attraverso tutta la casa gli ha risposto.
…… (Nostro Signore, il proprietario, non è là, ha constatato il saltimbanco. E’ a casa del sole…)
…… (Hanno bussato in seguito al quarto cielo, dimora della Grande Stella, la stella dalle squame scintillanti avvolte di piume verdi. Dietro di loro, la risata del bambino camminava a quattro zampe. Lasciava tracce di sangue e gocce di riso. La Grande Stella non era più in casa. Né i suoi animali di lana lunare. Né le sue mandrie di onde iridescenti. Visto che non c’era la luce del giorno, a cosa serviva ritornare con le sue mandrie e le sue piume in quella casa di quarzo brillante, il suo palazzo! La notte senza fine la proteggeva. Le scimmie hanno sbottato. Cercare qualcuno e non trovarlo, è come arrivare davanti a una bocca che sbadiglia. Che somiglianza c’è tra uno sbadiglio e una casa vuota? Vallo a sapere! Ma ci sono tante cose che non si sanno. Il Saltimbanco si è rimesso a salire la scalinata, la scalinata che conduce ai piani più alti del cielo, con le sue scimmie e il prezioso fardello di risa e sangue del bambino morto. Al quinto, la porta era socchiusa; dopo aver scosso il battente fosforescente, sono entrati di schiena per non essere accecati dal fumo asfissiante di una cometa che stava rientrando da un viaggio interplanetario. Ignorava ciò che l’attendeva. Appena rientrata, le tenebre l’avrebbero incatenata, come le sue compagne.)
…… (Presso le prigioniere ci sono le piante segrete che crescono meglio. Sono i vegetali misteriosi, caritatevoli, allucinanti, che prosperano…, ha detto il Saltimbanco prima di concedersi ai suoi gesti e alle sue smorfie da pagliaccio, coadiuvato in questa pantomima dalle buffonate dei seguaci ubriachi.)
…… Le comete ridevano. I loro occhi ridevano nelle loro creste dorate. Le loro catene ridevano, un riso coinvolgente, appiccicoso, tonante, connessione di feste immortali e di schizzi di piscio d’oro che obbligavano le barbe dei barbagialla, serpenti dagli occhi e dal veleno asiatici, ad acquattarsi.
…… E il Saltimbanco Prodigioso ha parlato:
…… (Queste piccole gambe di bambino, un bambino che ho squartato, daranno, se voi le coltivate, molte gambe, molte gambe per le comete… E le comete potranno fuggire lontano dalla loro prigione su piccole zampe e piedi di coccodrilli…)
…… Appena oltrepassata la soglia del sesto piano, hanno avuto l’impressione di navigare, di navigare o di volare nel mare o nel cielo. Là viveva il blu tra le sue foreste di indigofere, sotto piogge blu, nelle sue miniere di turchesi verdastri e di turchini, sotto la cupola ruotante del planetario senza pianeti né nuvole, pulito, liquido, addormentato. Il Saltimbanco ha avvicinato il piccolo membro, imbrattato di blu, di un’orchidea carnivora. Ha parlato. Si sono sentite le sue parole. La fine peluria del fiore, orientata verso lo strano visitatore, rizzandosi per lo spavento ha interrotto il movimento della sfera. E mentre l’orchidea si fermava per divorare l’insetto gigante e le scimmie gridavano, il Saltimbanco ha potuto deporre nel blu il torace del bambino. Con la complicità del verde, il vicino di sopra, il verde abita nel settimo cielo, si riuscirebbe a raccogliere molti toraci, molti toraci, tutti i toraci necessari.
…… (Devo vedere il verde… ha gridato il Saltimbanco Prodigioso, alla porta del settimo cielo…)
…… (Qui il dovere non esiste… ha risposto qualcuno.)
…… (Tranne il dovere di vedere il verde, ha aggiunto un’altra voce. Di vedere il verde, il verde che si può vedere solo qui…)
…… (La truppa delle scimmie si è fermata. Orientarsi. Era la prima cosa da fare. Delle teste di uomini, ridotte alle fini proporzioni dei loro colli e delle loro spalle, giravano – non si vedeva niente nell’immensa notte – cercando l’odore che segnala le direzioni. Un odore di caimani gli ha indicato l’Oriente. Un vento che faceva fiorire la selce gli ha mostrato il Nord; una puzza di cervi, l’Occidente; un tanfo di avvoltoi, il Sud. Non erano molto rassicurati. Non si entrava là come in un mulino ed essi dovevano trovare un modo per introdursi in quel piano occupato dalla Tempesta, dall’Uragano, dai Vortici, dai Temporali, dai Tornado, dai Cicloni. Si sono intrufolati appoggiandosi meno sui loro piedi che sulle loro schiene che scivolavano lungo i muri. Bisognava lasciare in quei luoghi la mascella del bambino. Il Saltimbanco l’ha magnetizzata. Il magnete e il ferro dolce sono i cibi favoriti della Tempesta. Se la mascella costituisce la parte più tempestosa dell’essere, la parte più tempestosa dell’uomo, era qui, e solamente qui, in questo universo di catastrofi, che si potevano produrre le migliori mascelle. Saliti sulle orecchie della Tempesta, costruzioni di gigantesche cartilagini, le scimmie le soffiavano – la Tempesta è vanitosa, superba, onnipotente – il ruolo che doveva ricoprire, a patto che permettesse che si seminassero quelle mascelle. La Tempesta ha lasciato il compito ai suoi accoliti, i grandi Mandibolari, che hanno piantato la mascella in basso, la mascella flottante del bambino, nel cimitero delle mascelle di rinoceronte. Uscendo, il Saltimbanco e i suoi accoliti navigavano felici nella gioia di sentirsi vivi dopo la loro visita al mondo delle burrasche, degli uragani, dei terremoti e dei maremoti, perché la vita ci sarà stata anche semplicemente prestata ma ci si attacca ancora di più se si è sfuggiti a un grande pericolo. Mentre le scimmie filosofeggiavano, il Saltimbanco ha fatto un pacchetto con i resti del bambino – il suo faccino e le sue mani – e ne ha affidato la cura a quelli che, pur senza ali, abitano la regione del volo. Le scimmie, riunite intorno alla piccola testa e alle mani del bambino, nascoste nel pacchetto, girano girano in cerchio, girano senza fermarsi, non si sono rese conto delle peregrinazioni del Saltimbanco che è entrato nel nono cielo, e poi nel decimo, nell’undicesimo, per ordinare i vestiti della festa. Una certa paura l’ha pervaso quando, al nono piano, si è trovato davanti alle porpore solenni, ai fastosi vermigli, il sangue rosso vivo delle cocciniglie, i rossi violacei dei fichi d’India chiamati “cuori di sacrificio”, il rosso pomice dei caroteni… Ha palpato le fiamme delle sue dita arrossate dall’atmosfera. Esalavano un odore di sangue, di sangue delle vittime. Le punte delle sue dita. Modelli di pellicce, di abiti di piume e di carta, su dei cataloghi di labirinto. Vestiti, scarpe, cappelli, mostrine, fasce, copricapo. Del sangue e dei rubini. Il nono cielo per perdere la testa e il decimo per ubriacarsi di gialli: giallo d’oro splendente, giallo limone, giallo fulvo, gialli di trementina e d’ambra. Avrebbe comprato qui delle parrucche con lustrini, degli orecchini a spirali d’oro e gli specchi color canarino del suo petto. Follia ed ebbrezza sono scomparse all’undicesimo cielo, il piano del colore che non è unitario. Tutti i colori fusi in uno solo, trasformati in non-colori. Le ossa di questo colore, le ossa bianche del bianco, sono ottenute fissando lungamente gli occhi sul fuoco e chiudendoli di scatto. Sotto le palpebre navigano allora, in una penombra spugnosa, femori, tibie, vertebre, ossa di un colore senza colore. Quali abiti poteva comprare qui? Dei capi di piume di airone, delle mutande in pelo di gatto bianco, delle camicie. Degli amidi, degli smalti… Le scimmie riunite intorno alla piccola testa e alle mani del bambino a pezzi, giro girotondo, giro girotondo, gira senza fermare, giro girotondo, giro girotondo, gira senza fermare, le scimmie aspettano il ritorno del Saltimbanco Prodigioso.

2 pensieri riguardo “Tre dei quattro soli (II, 3)”

  1. Le Saltimbanque n’a pas besoin de son Virgile pour découvrir les étages du monde qu’il visite, la puissance de la créativité animiste et l’énergie de son langage imaginaire lui suffisent. Pas de tutelle, dès sa naissance un dieu adulte.
    Merci pour ce splendide et virulent fleuve.
    Yves Bergeret

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