Il plastico (4)

Yves Bergeret

La Maquette (4, La dune)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (4)
La duna

 

Una duna compare
al largo della collina e della baia.
L’onda dell’oscura cavità in fiamme
si allontana e, come un bufalo, travolge
se stessa, il suo frastuono, la sua rabbia.

La duna è luminosa e bianca.
Sul suo pendio cespugli disseminati
di un verde pallidissimo, diffusi, fremono
al vento della sabbia, ammofile sparse, ginestre.
Lunghe, le ore del sogno e le ore
del giorno si susseguono nella scia del vento
sulla duna dal ventre gravido.

A mezzogiorno le ginestre si piegano
e si discostano sotto il peso dei loro
frutti compatti, dai semi duri come di ginepro.
Dalla sabbia escono uomini e donne.
Sono nudi? Sono vestiti?
Si scrollano di dosso sabbia e semi.

Uomini e donne hanno una pelle strana.
Vi si alternano macchie scure di sofferenza,
estese cicatrici di piaghe mal suturate
e macchie chiare di sole, scaglie viventi
del grande astro della vita. Uomini e donne
scendono per il lungo pendio della duna,
si accingono a colmare con lenti passi cadenzati
e sicuri la distanza verso la città, la
sentono, la percepiscono.
Non hanno paura, non affondano
nelle acque inquietanti. Su quelle cammineranno
a tempo, nel canto della voce profonda
delle donne, cammineranno nel vuoto.

*

L’indomani un’alba rossa
solleva le nuvole.

La duna chiara s’inabissa.
Ma non scompare, si deposita
in un lungo banco di sabbia tra i flutti oscuri,
si distende in un lungo banco di sabbia
sui flutti oscuri.

Tra il cielo rosso e i banchi di sabbia chiari
soffia il vento variabile e cadenzato
scandito dalla voce solenne del canto delle donne.

Soffia il canto che dice,
che nomina la pace perseguibile,
nomina il bambino non ancora nato,
nomina la corsa dell’acqua dolce
che sgorga dalla sorgente rossa,
nomina la dimora comune da costruire.

Trascorre, il canto, tra il cielo rosso dell’alba
e i banchi di sabbia che affiorano, scompaiono.
Risuona, il canto delle donne
e niente va disperso,
anche le ammofile, le ginestre vanno e vengono,
le ammofile dalle agili chiome sopra le secche
che le correnti rimuovono con minore crudeltà.

Così, ascoltando l’alta parola
ritmata nel vento,
ruotando qua e là nelle correnti
le loro esili teste, le ammofile, le ginestre
acquistano fiducia, dispensano la fiducia.

Prendono coraggio anche i grani di sabbia chiara
della duna addormentata nelle acque,
addormentata sopra i flutti.

I grani rammentano senza posa
le colline, le vallate e i monti
di cui sono copiosi sedimenti,
la fluente memoria lungo i secoli,
nel corso dei millenni.

Granelli di detrito, sono sempre
stati i guardiani ruvidi e teneri
delle donne e degli uomini d’un tempo
che non hanno mai cessato di vivere
e i cui discendenti più giovani,
nudi o vestiti, sono usciti dalla duna
e sono discesi per camminare sulle acque.

*

Verso la collina di cartone ondulato
verso la sorgente rossa camminano,
gli uomini e le donne ritornati
in vita, restituiti dalle
immense braccia della limpida duna.

Verso la sorgente camminano
e alla fine toccheranno il plastico
che, respirando lentamente
come una barca sull’acqua, vigila.
Vigila e saprà accogliere.

Camminano,
asciutta la parte superiore del corpo,
coperte di sale le macchie sulla loro pelle.
Solo le loro caviglie sono impastate
dalla corrente che non si ferma.

Sempre nella stessa direzione va la corrente.
Dovranno lottare contro di essa?
No, il canto solenne delle donne li aiuta,
è il vento, la scansione del vento
che asciuga la loro pelle dalle strane macchie,
dalle macchie chiare e scure.

No, il canto solenne delle donne
è già l’inizio del prendersi cura
e li porta laggiù, verso la collina
di cartone, verso la città di cartone
e il punto rosso della sorgente.

Alcuni sentono, alcuni pensano
di andare a passi fermi smuovendo l’acqua,
di andare dalla duna scomparsa
fino alla città futura; costoro intuiscono
che l’acqua salata e oscura, opaca e dolce,
è un’imboccatura.

Un estuario che deposita il suo sedimento,
lo innalza o lo sprofonda,
lo indurisce o lo disperde,
un sedimento di cui la vita delle donne
e degli uomini del passato e di oggi
è il più bel granello,
è il granello più diffuso.

Perché all’estuario si riversa
l’acqua dapprima dolce e lenta che affluisce
da antichissime terre, compatte
e montuose, trasformate in gallerie
minerarie, in solchi di aratura, in
percorsi cittadini, da tante e tante
generazioni di donne e di uomini
nei quali niente ferma la tenace
operosità né la sofferenza delle articolazioni
né la speranza intorno alla tavola imbandita della sera.

Camminano, gli uni e le altre nati di nuovo
tra i granelli della duna, camminano
nell’acqua dell’estuario.
Camminano e insieme a loro vanno
le donne dalla voce profonda che cantano.

Vedono il plastico stagliarsi nell’estuario,
il plastico immaginario. Comincia il racconto
di qualche finzione viva,
di qualche vivente utopia.

1 commento su “Il plastico (4)”

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