Tre dei quattro soli (II, 4)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Secondo sole

Le scimmie continuavano il loro giro – giro giro tondo, giro senza fermarsi -, il loro giro intorno al pacchetto che nascondeva la piccola testa e le mani del bambino. Il Saltimbanco ha comprato per la festa che sta preparando degli abiti e mille meraviglie al nono, decimo e undicesimo piano del cielo dove vivono il rosso, il giallo e il bianco; poi è ritornato cantando:
…… “Apriti, papavero! Apriti, orecchio-di-fumo! cranio lunare! gioiello-di-fumo! Apriti, lumaca di giadeite! ventaglio di fuoco! sanguisuga di sale e di inchiostro nero!…
…… Per lasciarvi la piccola testa, sono entrati nel tredicesimo piano, nel tredicesimo cielo dove gli dèi inventano se stessi e inventano gli uomini per divertirsi. E le mani? Perché conservarle per la fine? Si potevano depositare al dodicesimo cielo dove sono distillati goccia a goccia i segni del destino di ognuno, non dagli astri, che sono ciechi, ma secondo il più antico dei saperi. Il giunco, il coccodrillo, il gattopardo, la casa, il coniglio, la lucertola, lo sparviero, il serpente, la selce, il cane… sotto quale segno le mani dovevano essere piazzate?… Il destino del bambino sarebbe stato felice o avverso?… il pesce, l’aquila, il vento, il monte, il fiore… sotto quale segno le sue mani dovevano essere piazzate, legate l’una contro l’altra, legate mano contro mano?… Il bambino sarebbe rinato nella casa nera con il coniglio bianco tra le dita?… Avrebbe utilizzato la spada del pesce per fendere i tunnel d’oro che nascondono i suoi indici, signori della segnalazione?… Avrebbe gustato il fuoco come si degusta un liquore?… Avrebbe dormito tra la selce e il fiore prezioso?… Avrebbe cacciato giovani cervi dai piedi con ali di rigogolo?… E danzerebbe con l’ultimo dei segni?… danzerebbe senza torace, senza gambe, senza braccia, senza testa, le mani finalmente libere, al ritmo di una musica trapassata da un silenzio più profondo del suono?… danzerebbe poi, pieno di opulenza, nel buco rotondo?… riuscirebbe a coprire con i suoi piedi tagliati, danzando, le venti case dei tredici segni, ovvero i trecentosessanta sentieri della vita?… Il suo cranio nelle mani degli dèi. Il suo piccolo cranio. Essi l’hanno seminato. L’hanno seminato, come gli ha chiesto il Saltimbanco. Una debolezza degli déi, quella debolezza di partecipare ai giochi degli uomini. E non solo hanno seminato la piccola testa, ma l’hanno innaffiata con del sangue di pappagallo. Un vero massacro. Tutti i colori decapitati. Il rosso, il verde, il blu, il giallo, il viola, il nero, in ogni pappagallo. Il Saltimbanco fingeva di essere addormentato, rannicchiato, senza occupare la preziosa sedia con le sue due natiche. Impossibile. Impossibile credere ai suoi occhi. Intorno alla piccola testa da poco seminata, da dove si vedeva già spuntare un alberello, crescevano delle erbe, per nutrire i polli.
…… (Questo bambino, prima che tu lo tagliassi a pezzi, non era un piccolo pesce d’oro? gli ha chiesto una dea-antenata dalle tette come anfore. Te lo chiedo perché sono stata la sua nutrice. Te lo chiedo perché l’ho accompagnato in un viaggio memorabile: sognava di nascondere la grandine negli occhi delle stelle. Te lo chiedo perché tu mi fai ridere, Saltimbanco Prodigioso, come non ho ancora mai riso. Sì, tu mi fai ridere fino alle lacrime. Sette-Fiori era il suo segno. Tu lo dimenticherai. Io non ti ho detto niente. Sette-Fiori era il segno della vita; ecco perché le piccole braccia si sono moltiplicate a volontà nel primo piano del cielo, nella dimora delle nuvole e della luna. Si è seminata una delle sue piccole braccia ed ora si ritrovano braccia di bambino dappertutto, anche nella zuppa. Al secondo, la stessa cosa. Le stelle non lanciano più raggi ma delle piccole braccia luminose. Nessuno può dire, Saltimbanco, in che modo le stelle di fumo sono riuscite a spezzare le loro catene e a fuggire lontano dal quinto cielo, a tutta velocità, con tutta la velocità delle loro gambe… Migliaia di coccodrilli d’oro hanno invaso gli spazi, delle comete munite di piccole gambe e di piccoli piedi, una parte di quei piedi e di quelle gambe che erano state seminate, perché quelle che le comete non hanno portato via, moltiplicate, circolano solo al quinto. Rigoglioso è stato anche il raccolto di toraci sui domini del blu e del verde, al sesto cielo e al settimo. Un torace qui, un torace là, come tante piccole corazze. Tremolanti, scosse da venti contrari, forgiate nei forni della folgore e del lampo, affilate come i coltelli con i quali noi uccidiamo nei nostri sogni, ci sono adesso nel cielo più mascelle che uccelli, delle mascelle-scheletri di uccelli che volano senza muovere le ali: e parlare di mascelle o di mandibole significa parlare anche di Mandibolari, di morsi di oratori, di tempeste di carcasse che mordono…)
…… Il Saltimbanco, circonfuso di sogno, ha lasciato senza letto il fiume di parole della vecchia nutrice. Il prezioso alberello, che era spuntato nel luogo dove gli dèi avevano seminato la piccola testa del bambino, si è velocemente trasformato in albero per dare centinaia, migliaia di teste, e quelle si sono messe a cadere come una pioggia di calabasse nel gioco della pelota. Qual era quella del sole? La notte cominciava a giocare d’astuzia per indovinarlo. Era quella grossa testa di mostro? O quella testa dalle fiamme come bubboni? L’industria dell’oscurità è la più onerosa, e se aveva fatto tanti sacrifici per allungare il suo mantello che copriva cieli, mari e continenti, non era certo per permettere oggi che un nuovo sole distruggesse le sue fabbriche di tenebre disperdendo ancora una volta per sentieri sconosciuti e anonimi i suoi bachi da seta nera, i suoi ciechi tessitori di broccato, le sue muffe, la sua fuliggine, le sue farfalle in lutto, i suoi ragni tenebrosi, le sue civette e i suoi gufi la cui saliva contiene il segreto della longevità, le sue ardesie, le sue lamelle di talco dolce, i suoi enigmi, le sue voci misteriose, i suoi fantasmi, i suoi spettri, il suo chiarore ovattato, le sue profondità e la sua musica. Bisognava impiegare l’astuzia, perché il sapere non aveva alcuna importanza. La notte giocava d’astuzia per indovinare quale di quei frutti era la testa del nuovo sole e schiacciarlo con le sue mani, le sue enormi mani nere, proprio qui, al tredicesimo piano del cielo. Gli dèi glielo nascondono. Lei entra come una cieca. Non ci sarà di nuovo il sole. Strapperà l’albero che produce delle teste, se necessario. Parla. Gli dèi non le rispondono. Cerca, brancola. Il Dio del Mais mostra i suoi denti di mais bianco, ride. Il vecchio Chaac, il Dio della Pioggia, ride. Non è una pioggia di singhiozzi, è una pioggia di risa. Le antenate cosmiche si strozzano dal ridere vedendola comportarsi così da imbecille e lacerarsi le dita alle barbe del mais. Del sangue. Un sangue nero. Il sangue dei suoi vegetali, neri, venosi. Il sangue dei suoi minerali, neri, venosi. Il Saltimbanco ignora l’intenzione degli dèi. La intuisce. Lui li conosce. Sono dei giocatori impenitenti. Appassionati, accecati dalle scommesse al gioco della pelota. Ora vogliono giocare il tutto per tutto. Il sole, oggi o mai. La notte accetta la sfida. Un vertiginoso rotolamento d’astri che corrono a nascondersi senza trovare un luogo sulla tavola siderale di ardesia profonda. Comete fumanti. Asteroidi, piccole ossa dell’orecchio del cielo. Trappole, macchinazioni, morsi di mascelle in libertà. Aurighi che conducono carri sui quali fuggono lungo le sabbie del deserto nero donne ancheggianti che leccano il sesso degli ambigui, dei frenetici con la pelle di opale che hanno sulla punta della lingua, senza ricordarlo mai, il nome del bambino a pezzi. Un bambino trovato, dall’ombelico conosciuto. E non solo la notte accetta la sfida, ma si appresta anche a difendere la sua sorte. Si giocherà il tutto per tutto. Il sole, oggi o mai… mai!… per lei, mai… ecco perché deve avere ad ogni costo la meglio sugli dèi. E’ circondata di cerchi stellari, di calchi di sogni che servono da tavole per decifrare degliarcani, di libri di magia nera, di silenzi in forma di tazze per ingoiare una zuppa di impronte, di reliquari in pelle da tasche dove accogliere la sua progenie, piena di saliva di crotali. Gli dèi attendono senza giorni, senza anni, senza secoli. Si gioca la posta in una sola partita. La notte è pronta. A chi tocca? domanda dandosi grandi arie, come se si trattasse di un indovinello. Pio-pio! Pio-pio! Pio-pio! Pio-pio!… Cos’era? La stavano insultando? Perché era davvero un insulto, una burla – e che burla! non ce n’era di più detestabile! non ce n’era di più detestabile! – prendersi gioco di lei, farsi beffa del suo potere, della sua magia, della sua forza… liberare dei pulcini in quell’istante di concentrazione astrale, di parole tagliate come serpenti, in sillabari di respiri affannosi… Accigliata, solenne, dà le spalle alle divinità – di schiena, è più ermetica, più tenebrosa -, fa per andarsene, nella sua tunica la sua coscia e il suo ginocchio disegnano già il movimento della partenza, ma ci ripensa. Si sistema per indovinare quale di quegli astri-pulcini, tutti identici, gialli con piccole zampe rosse, è il sole, e per schiacciarlo d’un colpo. Pio-pio! Pio-pio! Pio-pio! I pulcini uscivano dai gusci d’uova deposte dalla luna. Davanti alla notte irrigidita d’indignazione, ecco i tredici pulcini tra i quali si nasconde il pulcino-sole. Lo schiaccerà. Le sue enormi mani nere lo faranno passare dalla vita alla morte. La sua mano sinistra, mano di cenere calda, svelerà senza difficoltà quale di quelle piccole bestie diffonde più calore, e la sua destra, magnetizzata, andrà direttamente verso quella che ha più oro tra le sue piume. Lente come il volo di uno sparviero che a tratti si arresta nel più alto del cielo, senza muovere le ali per meglio sorprendere la sua vittima, le sue mani tastano la covata. Gli dèi attendono, senza ore, senza giorni, senza secoli. Delle maschere, e la risata sotto le maschere. La notte non ha il diritto di uccidere che un solo pulcino. Se si sbaglia, se il morto non è il sole, essa è perduta. Quale fra tutti – tutti sono dei piccoli soli -, quale tra tutti è il sole? Quello, con il suo grande vestito di piume? Quell’altro, che si sgranchisce una zampa e un’ala? O questo fifone che piagnucola? O quello grosso là, alto sulle zampe, col suo lungo becco? O questo con i suoi piccoli occhi acquosi? Quale? Tutti si somigliavano e tutti erano differenti. Quale? Gli dèi attendono, senza ore, senza giorni, senza secoli. Delle maschere e, sotto le maschere, i volti e il loro riso, il riso nervoso del giocatore. Tutta la posta dipendeva da un pulcino. Loro e la notte. Millenni di tenebre o il nuovo giorno. Vincere o perdere. La notte non riesce a decidersi. Quale di quei pulcini è il sole. I tredici pulcini corrono da ogni parte, alcuni cadono, altri si becchettano e pigolano, angosciati, senza protezione, mentre l’enorme mano nera si avvicina come un’aquila che vola ogni volta più in basso. Quale? Parla, mano-magnete… parla, mano di cenere calda… E’ quello, quello, quello che ha più oro nelle sue piume e il cui corpo trattiene più calore… Pam! La piccola bestia è schiacciata… La notte ha del sangue sulle dita… e, dai tredici piani del cielo, si rovescia una pioggia di braccia, di gambe, di piedi, di mani, di mascelle, di orecchie, di occhi, di bocche, di toraci che corrono a formare gli uomini del sole, il prodigio di un dio partito per divertirsi vestito da saltimbanco. Vinta, urlante, la notte cercava di fuggire tutti gli orizzonti porpora quando ha sentito mettersi in moto gli ingranaggi dell’aurora, gli ingranaggi del rosa dell’aurora, delle ali dell’aurora, delle prime nubi del giorno nascente. Ma cosa stava accadendo? Perché il sole non sorgeva? Aveva perduto la sua mascella. Mandato dall’ottavo cielo dalla tempesta, l’uragano è venuto in suo soccorso. Lo ha scosso immediatamente, come un ubriaco, e, credendo che l’avesse ingoiata, lo ha rigirato con la bocca in aria, poi con la bocca in basso, se non usciva il mondo sarebbe stato perduto, bocca in basso, bocca in aria, il mondo sarebbe stato perduto, e si è tuffato nel suo corpo per cercare la mascella nelle sue viscere di metalli fusi alle più alte temperature; e mentre cercava, si è sentito trasformare in sole. Egli era il sole-uragano, il sole chiaro che rovescia tutto, il sole degli oceani folli, il sole-temporale, il sole-ciclone, il sole-lampo, il sole-folgore. Un altro frutto dell’albero dalle piccole teste seminato dagli dèi si è avvicinato all’intruso, portava la mascella divoratrice e espellente di materiali eruttivi, e mentre saliva all’orizzonte, masticatore e sputatore di fuoco, il sole-uragano, il sole della seconda età cosmica, sprofondava per sempre in un oceano di pietra focaia vetrificata.

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