Il plastico (5)

Yves Bergeret

La Maquette (5, La roche)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (5)
La roccia

 

Un treno di nuvole
giunge dal largo, viene ad abbracciare
la sommità del plastico.
Qualcuno dice che è arrivato
dall’estuario, da quelle lontane terre
sedimentarie ai piedi di montagne
che sono immense e blu.

Molto in basso scivolano le pesanti nuvole,
nuvole dense, operose, aggrovigliate,
senza nemmeno sfiorare le onde, costeggiando
la colonna verticale di luce che si staglia
sulla testa di ogni uomo e di ogni donna
nati dalla duna.

Le nuvole trasportano, avvolgendola totalmente,
un’enorme roccia bianca.
Ogni sua faccia è bianca, dai grani molto grossi.
La roccia è compatta, all’apparenza.

Vira nel suo lento volo,
invisibile all’interno del corteo di nuvole,
aggirando con tenerezza e rispetto
i flussi verticali di luce
che sono le teste dei camminatori sull’acqua.

E’ uno specchio opaco. O un ricettacolo.
Accoglie nel suo corpo
tutto quello che le dicono i camminatori,
tutto quello che i camminatori vivono.
Accoglie nel suo corpo
ermetico come un duro pugno chiuso
tutto quello che ai camminatori viene rifiutato,
tutto quello che i camminatori non osano dire,
tutto quello che non possono ancora
vivere i camminatori.

E’ una e indivisibile.
E’ divisibile all’infinito
per fare i selciati, il cemento, le pietre
della futura costruzione
intorno al punto rosso della sorgente.

 

*

 

L’architetto non ha figli.
Ma ecco suo figlio
che non è di taglia umana.
La sua testa tocca la base delle nuvole.
Sta costruendo un’impalcatura di tronchi
di quercia e di larice
e di tavole degli stessi alberi.

L’impalcatura poggia sull’anima inquieta
del vento. Sull’anima viva del pensiero
dei camminatori.

Il figlio è tagliatore di pietra.
In cima all’impalcatura
sistema la grande roccia bianca
dal lato che guarda verso l’estuario
visibile sotto le nuvole.

Il figlio, l’architetto ed io
siamo certi dell’esistenza dell’estuario
e di quella delle terre detritiche molto popolate
della sua smisurata parte montana.

Io sono troppo piccolo per vedere con quali utensili
il figlio incide la roccia,
a colpi di bulino, credo, portati
al ritmo delle parole più solenni
del canto delle donne.

Lampi di roccia bianca
cadono nelle acque sotto le nuvole,
cadono nelle scie dei camminatori,
cadono nelle acque orfane
e diventano barche
le cui prue si colorano subito
di rosso e di blu
come sotto le gocce di sale
gli strati rocciosi del plastico.

 

*

 

Sulla sua impalcatura di legno
lavorando la roccia dall’alba alla sera
il tagliatore di pietre rende
il materiale che separa e ricrea
grigio chiaro o, a tratti, arancione.
Costruire una facciata di pietra bianca
abbaglierebbe accecherebbe.
Noi non abbiamo bisogno di estasi,
la nostra vita è la parola libera in cammino.

Il tagliatore di pietra seziona
ciò che costituirà la struttura di case
e soffitti di cantine e sale di palazzi
quando, finiti gli ultimi soprassalti
di violenza, il plastico scomparirà
e sulla collina dai mille colori
dai mille profumi la città in pace
edificherà il suo spazio di dialogo
e di cura di tutti a ognuno
e di ognuno a tutti.

Il tagliatore di pietra dall’alba alla sera
divide le solide pietre a misura dei muri
e i muri proteggeranno e accoglieranno.

Alcune pietre particolarmente levigate
saranno il bordo posto in alto sulle pareti
dei corridoi e delle grandi sale
affinché vi sia inscritto, inciso o dipinto,
il poema semplice che risveglia ognuno,
accompagna tutti e apre qualsiasi porta.

Il primo colpo di bulino del tagliatore di pietra
lassù tra le nuvole fornisce
la prima consonante del poema.
Poi ogni colpo di bulino offre
la prima consonante di ogni parola del poema.

 

*

 

In mezzo alla bruma compare una strada inclinata.
Cerca un pendio dove posarsi.

Ecco in un varco tra le nuvole
l’alto pendio della collina del plastico.
La strada vuole subito sposarlo.
In modo che con un sistema di cavi,
di cremagliera o di pulegge da allestire in cima,
sulla sommità della collina abbozzata dal plastico,
si trasportino sulla strada, dal cuore delle nuvole
o dalla superficie dei flutti,
le pietre tagliate, le lastre, i blocchi da scolpire,
i selciati.

La bruma del litorale, la lunga schiera di ammofile
e di arbusti pallidi, una duna forse
scortano la strada in pendenza su cui si spingono le pietre.
Dietro gli arbusti un gregge incalcolabile
di pecore e di capre, di montoni
mormora il lento compianto delle pietre tagliate
in risalita, balbetta l’ascesa delle pietre
trascinate sulla strada inclinata.

I detriti della roccia bianca delle nuvole
ricoprono di pietrisco la strada in pendenza.
Come se la strada in pendenza non fosse già lastricata
prima che cominciasse il taglio della roccia delle nuvole…
Pavimentata dagli antenati che tagliavano pietre
nelle profonde cave a monte dell’estuario.
Il tagliatore di pietra ha un’altra faccia, quella di
robusto cantoniere, e ancora un’altra, quella di
manovale, e un’altra ancora, quella di sterratore
che apre la strada di lastre e di porfidi al pensiero
in cammino che procede a passi decisi.
Quanti secoli hanno le rughe delle sue facce?

Tagliatore sterratore architetto, non sei
ma soltanto due mani due occhi
un solo cervello una sola fronte
una sola lingua
una sola persona
che è ogni persona.

Nella visione che si slancia e supera il cantiere
della strada dalle centomila pietre
non ci sono confini,
non c’è solitudine.
Il bulino del tagliatore di pietra
lo prendiamo, lo adoperiamo
perché ripulisca, perché faccia saltare e cadere
lo strato d’ossido che rende sorda la roccia,
e, diventato una semplice spatola, elimini
la leggera crosta coagulata
che ristagna sulle cicatrici del corpo,

perché prepari la risalita delle pietre
che il plastico attende.

1 commento su “Il plastico (5)”

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