Il plastico (6)

Yves Bergeret

La Maquette (6, La pierre-ciel)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (6)
La pietra-cielo

 

Né l’architetto né io sappiamo
da dove viene la cinquemillesima pietra
della strada inclinata.
Impossibile chiederlo al tagliatore di pietra:
è scomparso.

Le assi della sua impalcatura che arriva fino
al cielo sono smontate. Trasformate in lastre.
Saranno il legno delle porte, delle persiane,
dei pavimenti. In case modeste,
saranno i gradini delle scalinate.
Saranno letti e tavoli
dopo la devastazione delle tempeste.

La cinquemillesima pietra è cubica.
Il suo colore, del tutto incomprensibile.
Anche la sua composizione,
da ogni punto di vista. La sua sostanza è al di là
e al di fuori. Ma la sua posizione
è chiara. E’ incastrata al centro della strada
tra porfidi blu, sicuramente complici,
molto regolari, a quell’altezza nel pendio
della carreggiata dove tutti
fanno sosta per riprendere fiato, siedono
per terra, bambini, facchini, uomini
con i muli, autisti di mezzi pesanti.
E anche materiali di cantiere
sospesi all’estremità dei loro cavi.
Perché è là, a quel punto dell’azione e del fermento,
che le donne dalla voce profonda smettono,
per un istante che sembra eterno, di cantare.

Poi il canto ricomincia,
e il lento movimento della vita riprende.

Distendendosi per terra poco prima dell’alba
con la testa accanto alla cinquemillesima pietra,
da molto vicino, si vede che essa è trasparente.

Si vede in lei, attraverso di lei, come lei.
E’ una piccola finestra aperta
su un cielo tangibile, di opale e avorio.
Sotto questo familiarissimo cielo minerale
brilla un piccolo ramoscello d’oro.
E’ Virgilio che l’ha posato là
allorché ha indurito il cielo, ha condensato l’aria
e se n’è andato, lasciando senza voltarsi
la cava dove anche lui ha scavato nella roccia.

Accostata la testa alla pietra
si sente il silenzio.
La sospensione delle tempeste e del vento,
l’interruzione delle litanie e delle grida,
l’inspirazione della parola della parola
prima del suo balzo liberatorio per ognuno.

 

*

 

Stamattina l’ho capito:
è l’uccello dalle immense ali
che aveva preso la mano dell’architetto
e l’aveva fatta planare nei pressi del plastico,
è lui che ha portato la cinquemillesima pietra
della strada inclinata.

La cava dove Virgilio ha tagliato quel porfido
è situata nel cielo.
In quella parte d’immenso dove il cielo
sul finire della notte prepara i colori dell’alba
prima di liberarli verso l’alto.
Salgono lentamente, si diffondono
come brume stimolanti, come vapori
per salvifiche inalazioni.
Se c’è qualche nuvola che si allunga, risvegliandosi
in silenzio, egli arriva, ma raramente
una di quelle nuvole diventa un uccello.
Uccello: intensa intuizione creatrice.
Ma l’intuizione scompare col primo raggio
caldo del sole.

Ecco come è arrivata la cinquemillesima pietra.
L’uccello l’ha vista, l’ha portata via, è volato,
è volato lontano, è volato.
Nel becco l’uccello dalle ali immense
ha percepito il suo sapore d’alga, di mandarino
e di mandorla. E’ il messaggio di Virgilio.
Un uccello dalle immense ali
è veramente il solo a sentirlo?
All’inizio il messaggio dice: «chi vuole salire ascolta”
e aggiunge: «incastrami al centro
perché il centro è la lontananza.
Non vi è centro che non sia accoglienza.»

1 commento su “Il plastico (6)”

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