Nella penombra della mente

Marco Ercolani

Nella penombra della mente

«Arriva sempre un momento
nel quale bisogna riposarsi dagli uomini,
come la rosa dal giardiniere,

o il giardino dalla rosa.
Come l’acqua riposa dall’acqua

o il cielo dal cielo.
Come una scarpa riposa dal suo piede

o un salvatore dalla sua croce.
Come un creatore riposa dalla sua creazione

o la creazione dal suo creatore».

……Da questa poesia, dove emerge con felicità metafisica la sconsacrazione del senso, inizio questa breve riflessione sull’ars poetica dell’argentino Roberto Juarroz (1925-1995). I versi del poeta  evocano un mondo dove può esistere anche l’assenza dal mondo, quel “giorno di vacanza dalla vita” che auspicava Robert Musil. Il poeta, restio a usare la potenza evocativa delle immagini,  preferisce, come l’ultimo Aleixandre delle Poesie della consumazione, un tono asciutto e spoglio, dove le risonanze dell’io siano distanziate dall’io stesso. Il poeta scrive, nell’arco di un’intera vita, un solo e ininterrotto poema, Poesìa vertical, suddiviso in sequenze numerate progressivamente. Una “poesia verticale” è, ovviamente, un colloquio metafisico. Ma i modi adottati dal poeta hanno una sorprendente semplicità antibarocca.

«Chissà se persistessimo
in questo mestiere desolato
di elevare torri senza impalcature,
il lettore che non esiste
si risvegli qualche volta
lì dove il lettore già non è più necessario,
perché alla fine ogni lettura si legge da sola».

……Una lettura che si legge da sola è un mondo-libro dove gli scriventi sono scomparsi ma dove persiste la lettura, perché la lingua del poeta esiste ancora:

«i nomi che ci popolano la vita
come piccoli
duendes
o fantasmi minimali ci custodiscono tuttavia dal più grande incidente
la caduta del nulla nel nulla»

……Né surreale né metafisico, Juarroz dispone le sue parole sopra un foglio-muro dove altre parole le cancelleranno. Eppure leggerlo è indispensabile e terapeutico, nonostante che la sua poesia sia talvolta come un’ombra inafferrabile, nascosta dentro uno specchio. Terapeutico perché, in tempi di banale inflazione della parola, concentra tutta l’attenzione, come è necessario, al silenzio, dove l’illusione di una realtà univoca si rivela sempre come illusione.
……Si legge Juarroz lasciandosi ogni volta afferrare dallo stupore di pensare non nello stato solido della ragione ma in quello fluttuante dei territori da cui arriva un pensiero nomade – sogno, realtà, riflessi. La sua parola è quella di chi sta per ammutolire ma non vuole consegnare il suo silenzio a nessuno e articola il linguaggio come se lo scoprisse per la prima volta, ironico e spiazzante, cristallino e imperfetto. Si potrebbe avvicinare Juarroz a poeti metafisici come Wallace Stevens, Pedro Salinas, Jorge Guillen: ma ciò che il poeta argentino raggiunge, con intensità anche maggiore di questi, è una trasparenza della parola che rende il messaggio semplice e complesso, di una qusi ovvia naturalità quasi ovvia. L’ars combinatoria dell’autore riesce a togliere alla pagina ogni peso strutturale, ogni opacità linguistica, e conduce il lettore verso un sorriso metafisico, una ironica complicità.
……Poeta esiliato anche nella vita reale, Juarroz non rivela mai nulla né di sé né dei suoi pensieri: è il più nascosto fra i poeti, ma anche il più limpido. E il suo ininterrotto e unico Libro, Poesìa vertical (parzialmente tradotto in italiano, a cura di Alessandro Prusso per editorialdel’imposibile, 2014) è un libro collettivo a cui mettere occhio e mano ogni giorno, pensando di scrivere pagine che non appartengano solo a noi ma all’umanità intera. La ferita è comune, è aperta. Noi tutti tagliamo e scolpiamo il muro bianco della parola, lo spacchiamo e ci specchiamo. Noi tutti nutriamo il nostro libro, la nostra Poesìa vertical.
……Non conosco la vita di Juarroz, anche se lo immagino come un uomo silenzioso, riservato, mai protagonista nel palcoscenico delle sue emozioni, lontano dalle febbri dell’espressionismo e del surrealismo, incessante costruttore e de-costruttore suo pensiero poetico. «Se non scrivessi, la vita mi scivolerebbe via», dichiara Peter Handke. E Juarroz mi fa venire in mente proprio un uomo da cui la vita, se non ci fosse la scrittura, scivolerebbe via, come già scivolano veloci le sue parole, fra domande, parabole, riflessioni, soliloqui. «Scrivere è trasformare l’impossibilità di vivere in possibilità di dire», annota Jean Starobinski. E una poesia come questa ci rammenta che ogni impossibilità si trasforma in possibilità perché comunque esiste sempre il ritmo del dire, il mistero di svelare, poesia dopo poesia, un inno continuo alla dispersione e alla sconsacrazione della parola, e all’amore assoluto per la parola. che si mostra all’autore e al lettore sospesa fra estasi e silenzio. Sottrae e trasfigura le precedenti visioni del mondo, i precedenti modi di abitare il linguaggio. Obbliga a leggere e pensare in modo imprevedibile, distonico. Non aspira a contenuti manifesti. È evocazione nel buio. È quella sensazione, tra voce e silenzio, che si prova nelle esperienze estreme della lingua e del corpo. Il poeta si libera delle parole comuni per trovare le sole parole che lo illudano di cambiare la non felice struttura del mondo. La poesia non è mai indulgenza ma accelerazione, inadeguatezza, distanza. Qualcosa di non annunciato, di non prevedibile, turba l’attesa del lettore. Il potere della poesia è quello di far respirare l’incomprensibile. I versi non occupano i discorsi della ragionevolezza e non abitano la pienezza del senso, ma respirano nelle pieghe e nei vuoti, in un ostinato e lucido “ordine” di scrittura, sospeso fra suono e senso. Così per Roberto Juarroz. Con lui si respira l’incomprensibile, dentro un nuovo ordine di scrittura: si entra nella penombra luminosa di una mente che considera non la logica del pensiero ma l’impossibile, imperfetta magia che racconta quella logica.

«Raccogliere la forma interiore,
quella che comincia negli stessi punti dell’altra
che però poi si versa
come una brocca sulla sua propria sete.
Raccogliere quella forma che non è il negativo di nulla,
che non si preoccupa per il mondo,
neppure per le altre forme,
e che, a volte, sembra non preoccuparsi
neppure per il proprio corpo che la sostiene.
Raccoglierla nella sua inversa fonte,
nella sua implosione,
nel suo gesto di una intensità così intima
che potrebbe creare l’altro lato.
Raccogliere l’unica forma che potrebbe raccoglierci,
e cancellarci l’altra,
quella che si smarrì verso l’esterno».

……La scrittura poetica è il materiale di un sogno i cui strumenti sono le parole. Nessuna visione da opporre al reale, ma vivere la sostanza del reale: dislocarlo, deformarlo, deviarlo, trattarlo allo stesso modo con cui si trattano i sogni – modo di cui è unico responsabile attraverso gli abiti delle parole.

«A volte comprendiamo qualcosa,
nell’intervallo tra la notte e la notte.
Ci scopriamo all’improvviso fermi sotto una torre
così sottile come il segno dell’addio
e ci pesa soprattutto disconoscere se ciò che non sappiamo
è dove andare o dove ritornare.
Ci duole la forma più intima del tempo:
il segreto di non amare ciò che amiamo.
Una fretta oscura,
un contagio d’ala
ci illumina una assenza smisuratamente nostra.
Comprendiamo allora
che ci sono luoghi senza luce, né oscurità, né meditazioni,
spazi liberi
dove potremmo non essere assenti».

……Juarroz sospende la fisica delle parole in un discorso da cui sembra assente il peso stesso della lingua. La “rete” della poesia non verifica la pienezza del canto ma la sua radice – l’impossibilità della parola, il suo stare ai margini dell’afasia, dove il linguaggio ammutolisce ma continua a vibrare e prende posto nell’illimitato continuando a fondare limiti.

«Una rete dello sguardo
mantiene unito il mondo
e non permette che cada.
E anche se io non sappia che cosa accada ai ciechi,
i miei occhi trovano riposo su una spalla
che può essere quella divina.
Eppure,
loro cercano un’altra rete, l’altro filo,
che occhi va chiudendo con un completo preso in prestito
e scioglie una pioggia senza suolo né cielo.
E’ questo che cercano i miei occhi,
ciò che ci fa togliere le scarpe,
per assicurarci che ci sia qualcos’altro, al di sotto, a
sostenerci
o inventare un uccello
per verificare se esiste l’aria,
o creare un mondo
per sapere se dio esista
o metterci il cappello
per affermare la nostra esistenza».

……Quando René Char esalta l’impresa poetica come esperienza dell’impossibile, non dimentica ciò che lui stesso afferma con illuministica sapienza: «Il giorno nutre, la notte affina la parte nutrita».  Nella realtà totale tutto può essere reale e irreale, come nella poesia ininterrotta di Juarroz. Le parole hanno già parlato a lungo, prima di arrivare al poeta: sono piene di silenzi e di suoni. Il compito del poeta è riconiarle per il tempo che durerà la sua opera, con la certezza che il senso non debba essere troppo preciso e il suono non troppo dominante. Ogni poesia autentica progetta la propria luminosa oscurità e diventa forma cosciente di quel breve grido che interrompe il silenzio nella pausa dei versi.
……Joseph Brodskij osserva: «Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è una straordinaria accelerazione della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata questa accelerazione, non si è capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza e si cade in uno stato di dipendenza, di assuefazione. […] Chi si trova in un simile stato di dipendenza rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta». Juarroz forse non condivide del tutto questa “dipendenza” e, con la leggerezza filosofica dei suoi versi, inventa un ordine discreto, una provvisoria e imperfetta geometria, che rinomina magicamente il pensiero. Mai come in questa poesia è decifrabile una ininterrotta interrogazione dove le domande sono anche le risposte e si dispongono nella carta, ordinate nell’urna trasparente del foglio, senza volere e senza celebrare nulla, affrontando la vertigine che nega e conferma l’inizio del mondo.

«Tutto comincia altrove.
Non importa che alcune cose
tuttavia stiano qui
e persino finiscano qui:
qui non comincia nulla.
Perciò questa parola, questo silenzio,
questo tavolo, il vaso da fiori, i tuoi passi,
a rigore non sono mai stati qui.
Tutto sta sempre altrove:
là dove comincia».

……Dalla libertà che il poeta concede al lettore – di essere qui o altrove, “là dove comincia” – emerge una poesia reale e surreale insieme, intrisa della sua “gaia scienza”, capace di fare a meno anche di se stessa e del suo autore, dissolta e rigorosa insieme, urna chiusa e brocca colma, nell’attimo in cui il silenzio dell’io coincide con il silenzio delle cose, luce di parola riflessa nel rifugio dello specchio. Juarroz ci chiede un’attenzione profonda, che fa coincidere, come nella filosofia zen, con la perfetta dis-trazione. E il lettore di questa poesia non riesce a trovare nessun principio, nessuna fede, nessun infinito, ma solo il piacere di scoprire versi che sopportano quella mancanza e si disegnano come rami contro il cielo, domande sospese, immagini immerse in un vuoto abitato dal tempo della parola.

«Perché le foglie occupano il luogo delle foglie
e non quello che resta tra le foglie?
Perché il tuo sguardo occupa il vuoto che sta davanti alla ragione
e non quello che le sta dietro?
Perché ricordi che la luce muore
e in cambio dimentichi che anche l’ombra muore?
Perché si accorda il cuore dell’aria
finché la canzone divenga un altro vuoto nel vuoto?
Perché non taci nel preciso luogo
dove morire è la giusta presenza
sospesa dall’albero del viversi?
Perché queste strie dove il corpo cessa
e non c’è un altro corpo, e un altro ancora?
Perché questa curva del perché e non il segno
di una retta senza fine e un punto sopra?»

3 pensieri riguardo “Nella penombra della mente”

  1. «A volte comprendiamo qualcosa,
    nell’intervallo tra la notte e la notte.
    Ci scopriamo all’improvviso fermi sotto una torre
    così sottile come il segno dell’addio
    e ci pesa soprattutto disconoscere se ciò che non sappiamo
    è dove andare o dove ritornare.
    Ci duole la forma più intima del tempo:
    il segreto di non amare ciò che amiamo.
    Una fretta oscura,
    un contagio d’ala
    ci illumina una assenza smisuratamente nostra.
    Comprendiamo allora
    che ci sono luoghi senza luce, né oscurità, né meditazioni,
    spazi liberi
    dove potremmo non essere assenti».

    Una meravglia, così come tutto i post.
    Grazie
    Nino

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