Il plastico (7, 8)

Yves Bergeret

La Maquette (7, Le cheval)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (7)
Il cavallo

 

Mi distendo sulla strada accanto alla pietra-cielo
e vedo nella sua piccola massa luminosa
uno strano riflesso.
Nel cielo del cinquemillesimo porfido
di sicuro non è il mio riflesso che vedo.
Ciò che appare è un’ombra. E quell’ombra
è bianca. Con due lunghe ali.
L’ombra le ripiega. Poi le apre, ma esse
sono diventate quattro, più sottili; con loro
un corpo, una testa attaccata a un robusto collo.

Mi rigiro sulla schiena e vedo in aria
un cavallo bianco a un’altezza inconcepibile.
In bocca stringe il ramoscello d’oro.
Sembra immobile.
I suoi zoccoli sono i punti cardinali.
La sua coda lunga e flessuosa è la Via Lattea
ed è visibile in pieno giorno.

Mi alzo. Il cavallo bianco non ha paura.
Mi guarda. Sulla sua groppa è seduto
il plastico beige e leggermente colorato.
Il plastico ha due corte gambe
brune e grigie, appoggiate da una parte
e dall’altra sui fianchi del cavallo.

Mostri e aguzzini,
con i capelli simili a enormi fiamme,
mostri e aguzzini
colpiscono con potenti frustate
le acque dell’estuario
che si preparano ad agitarsi in tempesta.

Il cavallo bianco trema, scalpita,
si impenna. Il plastico, che monta a pelo,
non cade, perché la sua energia è la parola
e la parola non vacilla mai.
Tégu dumno abada.
(La parola non muore mai.)

Siamo noi che, per paura o tradimento,
talvolta vacilliamo.

 

*

 

Alla sua altezza indefinibile il cavallo
rimane in allerta. Calmo. Vigile.
In basso, violenza pura, razzismo, populismo
cercano di incendiare l’estuario.
Alcuni camminatori nati dalla duna
con la schiena orribilmente bruciata
si lasciano cadere nell’acqua salata.

Alla sua altezza indefinibile il cavallo
ruota e si sposta appena. Ruota
al di sopra della pietra-cielo. Ruota
e si sposta appena e si sistema
proprio a picco sulla sorgente rossa.

E’ allora che con forza il cavallo
scuote la criniera bianca e il pelo bianco
e allontana le volute di fumo nero
e le braci malefiche con cui gli aguzzini
ghignando vogliono incendiare il plastico.

Con i suoi piedi il cavallo martella
i fondali e le secche delle acque
e le colline lontane e le valli detritiche
e le immense montagne blu
a mille chilometri dal nostro estuario,
là dove gli aguzzini torturano.

Il cavallo martella con i suoi piedi.
Raggiunge il ritmo di colpi del tagliatore di pietra,
trova il ritmo del corteo
delle donne dalla voce profonda che cantano.

Gli aguzzini cercano di issarsi all’interno
del martellamento. Urlano a tutta forza,
a tutta forza sbraitano. Ma disordinatamente,
come assassini nemmeno mascherati.
Respinti dal grande picchiettìo si sfiancano,
collassano, annegano tra i gorghi
furenti dell’estuario.

Il cavallo martella il nord e il sud,
l’est e l’ovest dell’estuario,
solleva la sabbia dei fondali
e le dune cominciano a rialzarsi.
A occhi spalancati, il plastico
guarda le giovani dune. Alla sua sorgente rossa
già le prime donne, i primi uomini
delle dune, come potete vedere, vengono a bere.

 

*

 

Yves Bergeret

La Maquette (8, Tissus-du-ciel)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (8)
Tessuti-del-cielo

 

Il martellamento del tagliatore di pietra
e del cavallo e del canto ritmato delle
donne e del cavallo risuona lungamente
tra le quinte dell’aria e della terra,
risuona così a lungo
che il cuore ne è ancora scosso.

Così a lungo da sollevare proprio a metà percorso
della luna nella notte che segue
altissimi panni luminosi e quasi
trasparenti: si muovono in doppio o triplo lento
corteo, sinuosamente verticali sulla superficie delle acque
come le cortine ondeggianti di un’aurora boreale.
Sono variopinti, ognuno di un solo colore,
con parole dalle enormi lettere nere
talvolta intrecciati da tratti cromatici.

Lo descrivo via mail all’architetto.
Gli chiedo se conosce questa meraviglia.
Mi risponde facendomi notare
che le parole calligrafate su quei tessuti mobili
compongono alcune frasi dei miei poemi
e saranno proprio gli aforismi da inscrivere
come un fregio in alto, sulle pareti dei corridoi e delle sale
da costruire intorno alla sorgente.

Alcuni tessuti che, oltre al loro lampo boreale, brillano
della luce che precede l’alba, sono nati, con le parole
che reggono, nella montagna d’arenaria dove ho vissuto
e lavorato per tanti anni, dall’altra parte del mare,
dall’altra parte, lontano, lontanissimo. In pieno Sahara
si ergeva la montagna, arancione e beige.
Insieme a pochi abitanti della montagna
ho creato e dipinto questi semplici
e agilissimi poemi, essenziali raffigurazioni
perenni della parola della parola.

E’ per questo che gli strati di cartone ondulato
del plastico hanno il colore della montagna del deserto.
Il poema nato nel deserto, nella sua estrema povertà,
nella sua più aspra bellezza, ama ritornare a noi
attraverso il punto rosso della sorgente.
Certe notti, dopo una tempesta, ama ritornare
a noi con leggerissime ondeggianti cortine
che dall’alto danno ritmo al cielo popolato
di oscuri minerali in sospensione,
danno ritmo al cielo con le basse armonie
di un soffio che non si ferma mai, come la parola.

1 commento su “Il plastico (7, 8)”

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