Il plastico (9)

Yves Bergeret

La Maquette (9, Les calques)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (9)
I calchi

 

Stamattina l’architetto mi manda via mail
una foto di tutt’altro genere: non del plastico
ma di bozzetti a matita su carta da lucido
di quello che sarà costruito intorno alla sorgente.

Mi scrive nella sua lingua: «questi calchi
rendono visibile il palinsesto delle parole
dei tuoi poemi. Le tue parole si sedimentano
nell’intuizione creatrice di questo plastico».

I fogli da ricalco si sollevano leggermente.
La trasparenza fa muovere l’aria. Scivolano
gli uni sugli altri i fogli
traslucidi. Sono lingue di nebbia che girano
lentamente, sfiorando i pendii del plastico.
Semplice rugiada di donne e di uomini
che si deposita ogni alba sul reale furente.
Una foresta effimera dai rami luccicanti di umidità,
carichi di umanità, mossi dal pensiero,
dalla paura o dalla fuga, dal pensiero.

Né il beige grezzo del cartone ondulato della collina
né il grigio molto chiaro del cartone degli edifici di cura
intorno alla sorgente rossa; e nel grigio chiaro
risuona ancora l’intrico diffuso dei discorsi
e dei racconti dimenticati inghiottiti ancora in vita
dall’inchiostro che li ha impressi
e stampati sulla carta;
e la carta stampata, presto obsoleta, subito triturata,
è diventata l’impasto del cartone grigio molto chiaro.
Ecco il calco, il terzo stadio del pensiero scritto
che va e passa e qui non si radica
ma cerca dove posare le linee dei disegni
e i tratti delle parole affinché siano raccolti,
affinché si acquietino, guariscano
l’anima tormentata, il corpo martoriato
di coloro che camminano nelle tempeste.
Ecco il calco, avorio o bianco, traslucido.

 

*

 

I cinque fogli di lucido sono arrivati
nel cielo del plastico,
ognuno disteso sulla groppa di un vento possente.
I venti li hanno lasciati scendere
dalla loro schiena abbrunita e polverosa.
I calchi non si posano, né al suolo
né sui riflessi dell’estuario
né sulla baia in cartone mestamente ondulato
né sui ripiani ossuti della collina di cartone.

Fluttuano come pure essenze odorose.
Fluttuano nell’aria, rami dai germogli
appena dischiusi della foresta, canopea ridotta
ma resistente come il filo di ragno
che vigila uccide protegge a metà strada
tra l’accoglienza e l’assassinio.

Ecco i calchi avorio o bianchi, traslucidi
che si rompono stridono reggono i tratteggi
a matita della mano intrepida dell’architetto.

Al di sotto della sua superficie ogni calco
amplia la canopea della foresta dolente,
selvaggia e ostinata, il fogliame trasparente
dove la pietra-cielo abbevera la sua sete d’infinito
e il cavallo bianco dalla coda di galassia
abbevera la sua sete inestinguibile di libertà.

Al di sotto delle loro superfici, da ogni lato
in basso i calchi accrescono vibrando
i grani di sabbia delle dune della generazione,
della nascita e della morte.
Attraverso le torbide correnti le camminatrici
e i camminatori avanzano senza posa
riparati dai calchi che ridisegnano
perpetuamente i loro mobili canti.
Sull’altra superficie dei calchi, quella superiore,
segni e tratteggi, colorati o neri,
sono le impronte incessanti dei canti
delle donne dalla voce profonda
e del pensiero dell’architetto
e delle parole del poema che qui io scrivo.

2 pensieri riguardo “Il plastico (9)”

  1. A Francesco Marotta, mes remerciements. Tous mes remerciements. Remerciements particulièrement admiratifs ce matin, car ses I Calchi me montrent les splendeurs mobiles, subtiles, aériennes et vivaces de la langue italienne.
    Yves Bergeret

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