Il plastico (10)

Yves Bergeret

La Maquette (10, Le visage)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (10)
Il volto

 

Non vedete gli strati dell’aria
che a velocità variabili si spostano
lacerando le loro nuvole;
e che tutto questo faticoso movimento delle cose
è anche quello delle correnti nell’estuario?
Non lo vedete?

Non vi accorgete che gli strati di cartone
si tendono a destra e a manca?
Che cercano di fare qualcosa?

Non vedete gli strati dell’aria
scivolare gli uni sugli altri
quasi avessero la volontà di comporre
(come del resto anche le acque sabbiose)
qualcosa la cui idea, al pari della messa in opera
sembra realizzarsi con difficoltà
o finanche perdersi?

Dopo un interminabile migrare che tanti ne uccide in volo
i rondoni sono ritornati ieri dall’Africa.
Senza riposo, eccoli subito al lavoro
per sistemare gli strati dell’aria,
per ricomporre ciò che si è lacerato
e si è inasprito, straziato da amara solitudine.
Come anche la piccola cutrettola, che
su un tetto a metà del pendio si fa carico
di ricucire una cicatrice, un’incisione
rimossa nel cartone del plastico.

E’ forse un sacrificio mortale e impuro,
una rappresentazione insostenibile?
In ogni caso, il male è stato fatto: il nostro legame,
l’argilla della nostra carne, il soffio delle nostre voci
sono stati lacerati, e rivolti una parte contro l’altra,
piccoli poteri che si scontrano, teppista contro teppista
in nome dell’oggetto-folgore merce.
Per quanto gli strati dell’aria cerchino
di riconciliarsi, di ritrovarsi, per quanto cerchino
di camminare insieme a noi al passo della pace,
la violenza impazza spaventosa, ripugnante.

Ma la sorgente rossa della parola non può
mai essere sigillata.
Tirando ora di qua ora di là, dei pezzi
del plastico potrebbero crollare e imputridire,
nel modo in cui, a un malato anziano, la memoria
si sgretola e poi a brandelli si dissolve.
Eppure anche la memoria disastrata
riconosce sempre la voce,
il suono della rossa sorgente
e le parole del dialogo che, instancabili,
noi rimettiamo insieme, ricuciamo,
luce del dire.

Non vedete gli slittamenti
e i riavvicinamenti?
Non vedete l’impegno eccezionale dei rondoni
intenti notte e giorno a ricostruire il profilo
i lineamenti e i tratti del grande volto
di colei che parla e canta,
di colei che s’innamora del progetto per ritrovare
il punto rosso della sua sorgente?

Cercare di tracciare e di mostrare in un calco
le giravolte dei rondoni è impossibile.
E forse è meglio lasciare liberi
i capelli della straordinaria cantante
che essi scompigliano.
Se li scompigliano, è per la gioia
ed essi sanno perfettamente le ragioni della loro gioia.
Se li scompigliano, è probabile sia anche un rito.

Cercare di ricucire insieme alcuni poemi
dei tessuti verticali generati in cielo, ondeggianti
al picchiettìo dei passi, dei colpi di taglio
e del rumore degli zoccoli, è un’utopia.
E allora è preferibile riprendere con più lentezza
la dizione, la frase chiara con la frase scura,
da quella chiara a quella scura, alternandole
come le macchie chiare e le macchie scure
sulla pelle dei camminatori e delle camminatrici.
Il sentiero dell’utopia dal corpo infinito
non è realtà solo nel corpo comune degli uomini?

1 commento su “Il plastico (10)”

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