Ovada marittima

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Nico Priano, Ovada marittima
Borgomanero (NO), Ladolfi Editore 2020

Guardarsi intorno, guardare indietro e davanti a sé lungo i sentieri, le provinciali, le statali, le autostrade, fino agli slarghi improvvisi e luminosi – e laggiù l’orizzonte alto che sembra sovrastare la costa ligure. Sono i misteri di chi arriva dal Monferrato, dall’entroterra fatto di nomi famosi e meno famosi, di chincaglierie da quattro soldi (e perciò preziose) e vini che presuppongono denari interattivi o latifondi ricchissimi. Non si è mai saputo chi è stato, fra Liguria e Piemonte, il primo a colonizzare. Intellettualmente ci si schiera dalla parte di Nico Orengo, Francesco Biamonti o Paolo Conte, di Camillo Sbarbaro, Mario Novaro o Guido Gozzano. Nel maneggiare le chiavi di una lingua, conviene partire dal secolo di Rimbaud, arretrando potrebbe sembrare presuntuoso, per così dire “barocco”. Fra dissacrazioni, tragedie reali o simulate, vigne esclusive e palme tropicali fuori luogo, si arriva a esprimersi per poemi o per versi sciolti fra lirica ermetica e rincorse dei prediletti poeti beat, tanto per cambiare diffusi dalla Nanda Pivano che senza circospezione ci porta di filato nei caruggi del Faber.
……Ovada Marittima non esiste, e proprio per questo la si può vedere, precisa e circostanziata, nei versi di Nico Priano, “giovane” scrittore che veleggia tra il ferrigno (per via del vino) Monferrato e il disastroso (perché l’arredo portuale ha distrutto interi quartieri rivieraschi del Ponente genovese) porto di Voltri. “Presumere il mare”, per Priano e le genti del posto significa sedersi in mezzo a un campo, sentire la sabbia sotto il sedere, e far veleggiare lo sguardo lungo i crinali del porto, della Lanterna e di Santa Maria di Castello: profili ribaltati a centinaia di chilometri come miraggi sahariani. Ma qui è Mediterraneo, subito alle spalle di un settentrione mai del tutto digerito dai liguri, nonostante vie del sale, acciughe e sposalizi fra rampolli.
……Dunque Priano ora spazzola il sale dai suoi romanzi noir e lo raccoglie in un libro di versi. Potrebbe significare un piccolo evento, le alternative di un uomo che fra opposizioni e contraddizioni territoriali prende in giro le parole usate, e gli usufrutti di chi crede che “la realtà sia quella che si vede” di montaliana memoria. Le sue visioni hanno il benestare, in aggiunta, di coloro che avendo avi più o meno italiani, nelle metropoli affacciate sul pacifico, cullavano performance fra Berkeley e Frisco, e inserivano nelle loro poesie e nei chilometrici romanzi località amatissime a stelle e strisce. E noi, sempre pronti all’importazione, narcotizzati da nomi esotici, dimenticavamo che le nostre vallate, i fiumi, le amene o rustiche località non meritano amnesie. Finalmente un poeta dedito allo spazio, alla sua provincia, alle province confinanti, tra celia e serietà non dimentica i luoghi del passaggio, la Val Polcevera, Giovi, Ovada, Sassello, Acqui, passo del Turchino, financo la Voghera delle casalinghe adocchiate di striscio. E non finisce qui, ogni poesia ostenta le feroci provocazioni esaltate dai reading d’oltreoceano, mitigandole nell’ombrosità piemontese appena macchiata di profezia ligustica: come un bianco “fermo” svergognato dalla goccia del Campari.
……Se fosse un Rimbaud addomesticato, forse dovremmo frullarlo ancora un po’, ma la poesia non ha bisogno di trasgressioni da rimandare a convegni e insurrezioni letterarie. A noi basta dar spazio a un gruppetto di fans in grado di alzarsi in volo di ricognizione, e trovare queste solitudini cantate con una lingua lucente cui il dialetto potrebbe stare stretto, almeno quanto certe sferzate auliche di moda nei locali “letterari” dove se non ti attacchi a uno spritz fai la figura dello straccione. E dire che la lingua più ricca di manutenzione, confortevolmente eclettica, e in grado di produrre godimento, è proprio qui, in Ovada Marittima. Priano ha i suoi orari, cammina meditabondo tra diverse rive, corregge inquietudini con slanci sessuali verso femmine indigene, e pensieri filiali senza alzare insegne troppo luminose. Ha dalla sua parte la capacità del racconto necessario, della storia racchiusa in una manciata di parole: reporter con il vezzo della rima che casualmente appare come una carezza provata e subito sfuggita dietro l’angolo del caruggio più vicino. Sappiamo bene che del sorriso di un poeta è meglio non fidarsi, tanto meno di una fanciulla che ci mostra la schiena (la copertina colpisce giusto) guardando lontano, verso i miraggi. Ma Priano ha la passione disincantata del narratore, per questo certe apprensioni poetiche, sempre in agguato, si sciolgono pagina dopo pagina, secondo geometrie gelosamente redatte come antiche esposizioni coloniali.

 

Testi

 

Parole che non servono

Ho parole qui,
qui,
sulla punta della lingua.
Ma non mi viene.
Sapeva il fatto suo,
e il mio,
ma si è nascosta.
Lo so ritornerà,
quando non serve
e non conviene,
quando è finito il turno,
il giro della giostra,
il divenire.

Sempreché le parole,
si fa per dire,
possano giostrare,
nascondersi,
servire.

 

*

 

I fossili della Rera

Cerchiamo conchiglie fossili,
sul crinale della collina.
Da qui si vede Ovada,
e poi le case sparse,
e perse,
di vita contadina.
Cammini avanti,
il passo svelto,
io dietro che arranco:
parlo da solo, stanco.
Milioni d’anni,
sul palmo di una mano,
e il pozzo è un sordo
infrangersi di onde.
E l’uomo di Neanderthal.
E quello del futuro.
Il primo conta
e l’altro
si nasconde.

 

*

 

Al caffè dei Gentili

Ti muovi bella come sei,
nella città di labirinti accesi
in punta di piedi,
tra le fontane, i monumenti,
i moribondi illesi.

E al caffè dei Gentili,
lo zucchero sulle tue labbra
è un’esplosione di baci mancati,
di purissimi diamanti.
Sgretolati.

 

*

 

Quattro, cinque volte

Pietre che saltellano sul mare
incespicano prima dell’abisso,
Così i miei pensieri, vorrebbero
volare, ma presto a sé li attrae
il precipizio.
Li scelgo apposta tra i superficiali,
piccoli e miopi, cauti e un po’ banali,
che sappiano schizzare tra le onde
e rimbalzare quattro, cinque volte.

E guardo, attendo il guizzo residuale
la pietra vinta
il buio del fondale.

 

*

 

Cose che vanno via

Il cucchiaino del caffè che cade, in quel bar di via Sestri,
le campane di Sassello,
il chiodo che s’infila storto, nell’imballo, a magazzino.
Cose che vanno, in questo sabato mattina,
macaia di lacrime, velo tiepido, di brina.

Il cucchiaino, la campana, il chiodo storto.
Li porti dietro, legati alla caviglia,
a ratellare, a incespicare,
fin dentro il Nulla.
Dove soltanto il Tutto (dicono in giro)
ti assomiglia.

 

*

 

La poetica di un alveare

La poetica che invade il pomeriggio
fino a sera
lo sciogli-lingua, l’onda radente
che si stacca e vola
la staffetta, dalla siepe alla ringhiera.

Meccanica, retorica, acrobatica
mestiere e vocazione
che io temo,
il volo che nasconde il pungiglione
l’azzurro che rannuvola
il veleno.

 

*

 

Anacronismi

E poi ci sono quelli,
poeti e anacronisti,
che alla sera
per ricadere in un sonno
neonatale,
si tolgono i vestiti
e la dentiera.

 

*

 

Gennaio, che non so spiegarti

Vorrei saperti dire,
raccontarti le sensazioni
che ritrovo in quest’alba
di gennaio,
mentre l’impronta della volpe
si ghiaccia
e il fornaio si toglie il grembiule
e se ne fuma una
a ridosso del vicolo scuro.
Io esco di casa,
per andare a lavorare:
la mia piccola scoperta quotidiana,
Genova e il mare,
come un Colombo alla rovescia,
bastian contrario di natura,
nel groviglio di radici che mi tiene
stretto
e mi promette un paradiso di misura,
un angolo cubano
oltre Multedo, Sestri,
proprio là,
dove diresti che comincia
Cornigliano.

 

*

 

A Laura

Scrivo, quando mi pare e piace:
spesso se piove,
e vado a tempo, seguo la goccia
che tocca la grondaia,
il pelo di una bestia infreddolita,
i quattro panni stesi,
come pensieri
rotti, di fatica.
Scrivo, ci provo, dai tempi delle Medie,
di Anna, Maria Teresa. Maria Rosa,
roba remota,
costellazioni primigenie.
Scrivo da allora,
e ti ripenso, a tempo perso.
E adesso tocca a me fare l’appello.
Rispondimi però,
da un luogo che non so
Laura Traverso.

 

*

 

La ragazza lungo il Bisagno

Cammini più in là.
E forse neanche lo sai,
(forse lo vuoi, invece)
il passo trascinato,
vai,
come pioggia portata dal vento.
Il Bisagno ti accompagna,
lento,
sangue intubato
che non fa miracoli,
eternitume torbido,
bislacco,
rifiuto liquido,
onda tra le sponde,
e tu,
gramigna cresciuta tra le pietre
del greto,
un piccolo segreto,
una finestra aperta
sul cavedio di una vita
spenta, senza rimedio,
senza l’allegria che ti spaccava il viso,
e ti spolpava di baci,
in una fretta senza misura.
Ci ragionavi, pura,
con le tue amiche,
mentre anche l’autobus
cambiava marcia, forma,
essenza.
Fermo per un attimo anche lui,
mentre scendevi
con un balzo
in via Piacenza.

1 commento su “Ovada marittima”

  1. Signor Priano, da quel che leggo la Sua mi giunge come una poesia “senza macchia e senza paura”, quindi grazie. E grazie anche a Elio Grasso, l’estensore della “Nota di lettura”, per aver incuriosito e sospinto a proseguire.

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