Il plastico (11, 12)

Yves Bergeret

La Maquette (11, Le masque)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

Il plastico (11)
La maschera

 

Scivolano rapidamente gli uni sugli altri
gli strati dell’aria. E così si lacerano
le nuvole.
Si rimescolano le differenti acque
dell’estuario.
Si rideposita la sabbia delle dune
ma si muove e ancora si muove la duna.
Si corrugano al ritmo dei secoli
le falde rocciose della collina.
Si sfregano al ritmo dei mesi gli intagli
di cartone ondulato del plastico.

Rondoni, cantanti e camminatori sanno
dove si armonizza il movimento,
dove la vita comincia a cantare,
dove il coro comincia a vivere.

Cavallo bianco, tagliatore di pietre, pietra-cielo,
uccello dalle immense ali sanno
dove si armonizzano il coro che incede,
la grande figura che respira; della quale
essi sono le sopracciglia, la fronte, le piccole rughe
all’angolo dei suoi occhi, e la fossetta
alla congiunzione delle sue labbra.
Ma i suoi capelli devono sempre
restare liberi e in pieno vento.

Nelle acque troppo spesso agitate
e scure, nella cavità del fuoco nero
si è tuffato ai tempi di Odisseo
un uomo dalle caviglie robuste,
dall’ampia pianta dei piedi,
dai polmoni di delfino.
Ha cercato sul fondo delle acque,
ha cercato invano, ha cercato
il modo di respingere il fuoco nero
in una nassa di bronzo nelle profondità dell’abisso.
Tre giorni dopo, allo stremo, senza fiato
è riemerso, affranto per il suo fallimento.
Ciò che da lui gocciolava erano lacrime e sale.

Nella cavità dell’oscuro dramma,
nel turbinare furioso della violenza
si è tuffata ai tempi delle grandi Resistenze
una donna dalle braccia più agili che adatte al nuoto,
dai polmoni di albatro.
Ha cercato sul fondo delle acque,
ha cercato invano, ha cercato
il modo di fermare e spegnere la chiazza nera in fiamme
nella più profonda grotta sottomarina.
Tre anni dopo, allo stremo, senza fiato
è riemersa, con il timore che la violenza
selvaggia potesse come una bestia immonda
nascere ancora e ancora.
Ciò che gocciolava sul suo corpo corroso dal sale
era la lucidità, la tenacia, la speranza.

In questi giorni in cui la tempesta infuria,
in queste settimane in cui, a soprassalti, la tempesta
potrebbe diventare ancora più folle, più devastante,
una persona è accorsa, un cavallo bianco
alla sua destra, un uccello dalle immense ali
alla sua sinistra; ci ha lasciati sulla riva
e si è immersa, inspirando aria
per quanta ne contengono i suoi polmoni.
Ora questa persona non riemerge.
Né il cavallo né l’uccello s’inquietano.
Si sentono i suoi piedi battere come pinne,
con ritmo intenso e regolare, le masse
più abissali delle oscure acque.
Si sente il suo respiro alterno proiettarsi verso
le nuvole e trasformarsi nel tagliatore di roccia
dalle braccia instancabili.

Questa persona resta sul fondo delle acque,
eterno fanciullo nella cavità del fuoco
dove non brucia, perché egli è lo zampillo
stesso della parola. Regge altissimo sopra
la sua testa il plastico, smontabile, agile,
sensibile, giovane maschera di cartone ondulato,
friabile e ludica, giovane maschera
che lievita sulla superficie delle acque in fiamme,
scialuppa che non affonderà mai,
terra leggera, forse, isola utopica.
La sua bussola è la sorgente rossa della parola.

 

*

 

Yves Bergeret

Il plastico (12)
Il fuoco

La Maquette (12, Le feu)
Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

 

Se il plastico-maschera non prende fuoco
è perché è più forte del fuoco
di odio, guerra e disordine.

Suo padre è un tutt’altro fuoco, lui lo onora.
Di quel fuoco paterno poco sappiamo
perché è in profondità sotto la crosta terrestre
che brucia e fa crepitare e nutre e brucia,
in profondità negli abissi degli oceani,
in profondità sotto la pelle della persona.
Si muove e gira su se stesso,
magma è detto, che talvolta erutta
perforando la crosta delle fredde rocce per
spargere distruzione, riequilibrio e fertilità
sulla superficie delle isole e delle lunghe terre.

A questo fuoco paterno il plastico-maschera
deve anche la sua forma di vulcano,
di seno solitario la cui malinconia scintillante
è unica al mondo
perché la sua mammella nutrice è in basso
nell’ombra dell’orgoglioso seno,
la sua mammella, la sorgente rossa della parola.

Sua madre è il legno più forte, l’alburno
della quercia millenaria, lavorato in travi
e tavole, travi e tavole che hanno sorretto
e riparato l’umana famiglia nella casa.
E ora triturato triturato triturato
e trasformato in risme di carta.
E la carta, sbiancata, ha portato le parole scritte,
i conti del commerciante, il consuntivo amaro
del notaio, i debiti che strangolano e i contratti
poco chiari. Poi, presa dalla sua stessa vergogna,
la madre si è rifiutata,
il legno si è rifiutato, è rinverdito e la carta ha portato
i messaggi segreti dell’amore, gli ultimi
pensieri dei condannati, gli appelli dei Resistenti,
insomma la bellezza umana.

E quando il frastuono materno dei secoli in lotta
ha trovato una strada migliore, ha portato vita.
Il legno, ne ha portata tanta che una sera è rinsecchito
e la madre esausta ha pensato di partire.
Ma noi l’abbiamo amata a tal punto che per noi
si è piegata e stropicciata e mescolata e triturata
diventando il cartone con cui si costruisce il plastico.

Voglio che il plastico follemente impudico
sia l’attenzione, la maschera che permette di danzare
malgrado gli schizzi acidi della guerra, della violenza
e dell’idiozia, e di oltrepassare le fiamme razziste.

Voglio che egli sia la maschera che permette
di respirare, inspirare, espirare attraverso il fuoco reale
e con il fuoco reale del magma, attraverso la possente
nascita della vita e attraverso la maestosa
valanga che ritorna alla sua nascita.

Voglio che il plastico follemente utopico
sia la maschera che porta la voce grazie alla quale
io grido e tu gridi e noi gridiamo quello che
la scrittura frigida e l’accademismo svalutano,
quello che abbonda nelle nostre anime e nei nostri corpi,
il dialogo furente che ci lega
e ci fa desiderare che un ritmo, un coro
un teatro rendano amabile questo furore moltiplicando
la parola incandescente, la parola della parola,
nella sua ombra e in se stessa,
soffio inspirante espirante della voce
e del suo piccolo fratello, il breve silenzio
da cui nasce la parola seguente.

Così procede la vita del plastico,
la vita che cammina che va che gira intorno
alla sorgente rossa della parola.

1 commento su “Il plastico (11, 12)”

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