Scritto 37

Pasquale Fracasso: Zzarrisciata, 2018.

L’universo testuale sembra illimitato e capace di contenere il testo (i testi) nelle forme più diversificate.
Prendiamo John Donne Poesie amorose Poesie teologiche a cura di Cristina Campo (Einaudi, Torino 1971): prendiamo non i testi di Donne (tra l’altro dati nella lingua e nella versione originale), ma la traduzione e (è questo che qui m’interessa) l’Introduzione di Cristina Campo e le sue Note – prendiamo la sua scelta che non vuole offrire una qualche panoramica del poeta inglese in lingua italiana, ma, come sempre per Campo, è tappa fondante della sua ricerca intellettuale e interiore trattandosi di una scelta per empatia e condotta lungo un sentiero personale: non è dunque solo un atto (pur altissimo) di carattere culturale, ma esso affonda nel pensiero e nell’inquieto movimento del pensiero di Cristina Campo, si dà come opera integralmente campiana, come manifestazione di una scrittura che, quindi, si concerta in testo superando (da parte mia direi: ignorando) campi d’azione accademicamente separati e individuati per darsi come creazione personale nel mentre vengono attraversati i testi di Donne, vengono trascelti e tradotti, ma: seguendo e rinnovando la luminosa prassi del commento il quale è capace di accamparsi a sua volta come ammirevole itinerario che nello stesso tempo è al servizio del testo originario e guadagna la dignità di testo anche indipendente, anche a sua volta originario e originale.
Perché traduzione e commento (sento l’impulso di scriverlo alla maniera antica: comento così la mens che ne è la radice etimologica meglio risalti e risuoni) conoscono un moto loro peculiare che li obbliga a risalire verso la sorgente, a cercare e a trovare l’origine del testo che si va traducendo e chiosando (già la traduzione nel suo farsi e nel suo diramarsi, nelle sue scelte e nelle sue esclusioni, nel suo discendere alle radici etimologiche e storiche e culturali del testo è chiosa).
La fine, sapientissima tessitura linguistica e concettuale di Cristina Campo risplende nel commento al suo John Donne, dischiude connessioni e suggestioni, si squaderna all’ombra del testo inglese, e, appunto, esso è capace di squadernarsi (di uscire, ma senza presunzione, dall’ombra) e di esistere entro un moto oscillatorio tra testo e chiosa, tra chiosa e apertura a ventaglio di rapporti anche inaspettati con altri testi, con altri autori, con fatti e pensieri, tra apertura a ventaglio e incedere del pensiero personale, tra nuovo testo che va formandosi e testo originario.
Esiste un titolo bellissimo ed estremamente chiarificatore: Escolios a un texto implícito di Nicolás Gómez Dávila: da un certo punto di vista Cristina Campo e Gómez Dávila si sono mossi in maniera affine dedicandosi a commentare un testo mastodontico e labirintico, estremamente diversificato e complesso: il mondo. L’intuizione del pensatore colombiano consiste nell’ipotizzare un testo non esplicitato in forma di testo stesso, ma comunque dotato di un’energia concettuale capace di spingere il pensiero al commento: è il commento come opera a sé stante, non come apparato di servizio, il commento come tessitura originale in possesso della medesima dignità del testo già riconosciuto come tale.
E in tal modo il commento conferma le proprietà creatrici del testo se è vero com’è vero che quest’ultimo provoca il rampollare di testi ulteriori, di commenti, come nel caso di Cristina Campo, che si possono leggere (e amare) per sé stessi.
Il commento come opera, dunque e non come servaggio al testo originario o suo prolungamento: il commento, forse unica tra le opere di scrittura possibili, come ala dispiegata di un dittico: il testo originario e il suo commento.

2 pensieri riguardo “Scritto 37”

  1. Merci à Antonio Devicienti pour la réflexion lumineuse sur les basculements incessants entre texte originel et glose, ou traduction ou transmission.
    L’expression “texte originel” est certes un peu périlleuse car dans ses parages se trouve le texte, trop souvent redoutable, de la Révélation ou des révélations : texte révélé propice aux pires conservatismes dogmatiques.
    Mais justement Antonio ajoute ceci : commentare un testo mastodontico e labirintico, estremamente diversificato e complesso: il mondo
    Voilà le coeur du sujet ! Je suis porté à préférer au mot “monde”, vaste, la notion “langue-espace”, c’est à dire la sédimentation de tous les signes, mots et effets de syntaxes humains qui font et continuent de faire le “monde”. Et alors, en effet, créer texte est commenter la transmission sans fin dont chacun de nous est responsable et auteur. Aucun risque de passéisme.

    A cet égard, je remercie aussi Francesco Marotta d’avoir ici publié il y a quelques jours sa propre “traduction-lumineuse humaine glose” du poème que Bigaro Diop a écrit en 1947, qui est une éclatante et universelle évidence de toute pensée animiste : Diop la met dans une superbe litanie textuelle ; mais cette évidence se lit aussi dans le cycle Pasado en claro, d’Octavio Paz, cette évidence que j’aurais pu écrire tout aussi bien et que m’ont chaque jour toujours montrée les habitants de Koyo.

    Reste cependant la question de savoir qui est l’auteur. Car il semble plus exact et, en tout cas, plus universel d’écrire “transmetteur” ou “porteur de voix”, “poseur de parole”. La notion d’auteur apparaît alors comme une épiphénomène local, d’Europe de l’ouest depuis fort peu de siècles et disséminée ensuite en particulier en raison des colonialismes, si du moins l’auteur tient à être cette personne à l’écart, à l’intelligence solitaire et à la puissante sensibilité. Les volumes passionnants de la collection L’Aube des peuples sont en général sans auteur.

    Yves Bergeret

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