Scritto 38

Pasquale Fracasso, Zarrisciata, 2018.

per un amico

Facile dire: “va’ oltre il dolore che senti nel corpo, entra nella parola e riuscirai a spegnere i morsi che senti nel corpo”.
Il corpo non si lascia dimenticare, il corpo rivendica incessante la propria presenza.
Il tempo è materiato di corpo che, se dolora, misura il tempo con cadenze di coltello.
Lotta la parola con l’angoscia e con un’aspettazione che è un sostare sul bordo del buio.
Ciascun corpo è solo nel suo involucro di dolore.
Se la parola si schiude (ed essa vuole schiudersi) essa esalta e illumina, ma è breve l’istante, poi tornano i passi che chiedono per quanto ancora e se finirà e se forse non finirà.
Non so scrivere alcuna consolatio ad amicum meum perché, oltre e malgrado l’amore totale per la parola, so che la parola non può risolvere il dolore del corpo quando esso varca il limite che solo la mente e solo il corpo sanno, presentono e sentono.
Abbiamo da sempre questo divaricato destino: le regioni illimiti della parola e la guaina talvolta dolorante di un corpo che è sostanza di finitudine.

1 commento su “Scritto 38”

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