Corpo finale

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Tiziana Cera Rosco
Corpo finale
Faloppio (CO), Lietocolle 2019

…… Gli enigmi sono parte delle illuminazioni? Guardando i ritratti e le performance eseguiti da Tiziana Cera Rosco, con tutta la realtà che si stringe intorno alle immagini, sembrerebbe di sì. La vitalità che vi emerge, nonostante i reperti di per sé barocchi e cautamente adeguati a una sorte di apocalisse passata, è appunto il primo enigma a cui dovremo sottostare. Non ce ne dispiace, anzi nutre le facoltà percettive talvolta esauste di fronte all’epoca immane che ci contiene. Nonostante noi e nonostante Tiziana, verrebbe da dire. Poi intervengono le luci imperiose a vivacizzare, a contrastare, le forme e il corpo.
…… L’illuminazione agisce sul nostro rapporto con le frequenze. I lampi sono le idee della parola, un filo diretto fra ciò che si vede e ciò che, in un lampo appunto, s’installa nella mente. La fisica cosa sa di tutto questo? Formule non ancora scoperte, o che forse mai si scopriranno. Può darsi che la poetessa, l’artista visiva, se ne faccia un cruccio, ma non ne sarei sicuro. Il suo posto ci avverte dello spazio, dei cammini, dei sentieri in cui lei sta, con mille presentimenti e un percorso infinito di meraviglia. Basta guardarle il volto, nelle numerose foto, tralasciando per un attimo il corpo vivido e scolpito, per scoprirvi stupore e segni di svelamento. Soprattutto quando la poetessa parla, e parla parole non sue, non sue poesie, ma brani altrui. Lì la disciplina percorre tutto lo spazio frapposto, inonda, e allontana tutto il superfluo. E si capisce in un attimo cosa percorre il libro e le immagini che nel corso degli anni ci hanno raggiunto, da mostre, case, atelier, stanze, piazze, vicoli e luoghi en plein air.
…… In certi momenti ci chiediamo se le cose viste appartengano al nostro pianeta, ma è un attimo, la realtà di Tiziana prende il sopravvento lasciandosi alle spalle il nostro errato spirito di sopravvivenza poiché il vero spirito che lei desidera, per sé e per noi, è quello del vivere. Il vivere che si porta dietro le discontinuità, i flagelli, i veleni, le astinenze, il nutrimento e la fame, i corpi pietrificati a partire dal sesso, e tutti gli imperativi corporali. Non un semplice teatro anatomico, o la desolazione mostrata citando i reperti accumulati, o le sostanze cimiteriali. Le parole spogliano quel che vediamo, quanto Tiziana porge (meglio dire cattura, e svela) al nostro sguardo. La lingua, golosa per sua natura, espone il corpo, i corpi, fatti di cellule e di minerali, ora freschi ora combusti, ora opachi nel loro stato di fossili. Ma fossile è il mondo, e compito anticamente assunto è farsi officina di qualcosa che è stato vivo, che apparentemente ora non è, ma che lo sarà molto presto.
……In Corpo finale le poesie hanno una direzione decisamente a fuoco nella consistenza, animalesca e vegetale, trattenendo i sensi del mondo dinamico, di quelle cellule rosse o verdi che fanno riconoscere il pianeta da molto lontano. Tribù e boschi con i loro linguaggi, da tradurre e rispettare, non desiderano la vita altrui ma mettono la propria dove si suppone che la mobilità sia contraria alla catastrofe. Tiziana sa che gli spazi l’aspettano perché scateni le loro mitologie, per molto tempo lasciate inerti. Potrebbe chiederci il tempo, ce ne fosse bisogno, come prova d’esistenza delle dimensioni, ma non sono certo che questo interessi alla già distesa, ombrosa (eppure tanto connessa alla luce) vita, mai sottratta all’invasione della poesia. Ma non è che un fiato di Celan giunto fin qui, nei segni tracciati del quaderno, graffiti bianchi sul nero della lavagna.
……Il corpo delle poesie sono le traduzioni di una fermata – fra un cammino e l’altro – che distingue le apparizioni nella casa: bisogna pensare usando una parola per volta. Casa infatti presuppone carezze verso gli oggetti in essa contenuti, fino a quando si trasmigra altrove. In un’immagine che rimane impressa Tiziana è ferma in un ambiente svuotato, bianco a calce, dove le colonne portanti sono ancora la salvezza per l’anima in procinto di migrare. In quel momento, lo dice, lei riconosce tutto in pochi attimi, come mai prima, quando il luogo pullulava di cose, di libri e di pensieri intrecciati.
……Affermiamo che tutta la storia è compresa in Corpo finale, senza tendere imboscate o misurare la temperatura degli amici, dei conoscenti, degli aficionados e degli amanti. La storia per immagini, molto bianche e molto nere, che semplicemente non illustrano la parola né la parola illustra esse. Può darsi che sia una forte presa, dentro la regione di una sfera somigliante a quella di Peter Sloterdijk (Sfere I), filosofo amatissimo da Tiziana che, tutt’occhi e tutt’orecchi, porta con sé. Nessuna distrazione, proprio nessuna. E poi, se di poetica possiamo concederci austerità, la nostra poetessa si pone sempre al di qua di Fortini. E con “al di qua” intendo “in piena vista”. E chi non è incline a considerare certi terreni poco amministrati, si rechi altrove e intrattenga le bassure artigianali in voga per ogni dove. Indecifrabilità selvatica se ne trova a iosa, noi preferiamo quella magica e profetica.
……Non ci aspettano villeggiature leggendo Corpo finale, così come leggendo molti anni fa Il compito, che era come stare in sella ai cammelli disperati a sud dell’Atlante, in preda ai magnetismi di doppi e tripli miraggi di calore. Si diceva, potare una parola secondo una regola data fino a che il corpo si spogli di tutte le cose superflue: nelle poesie e nelle sequenze di foto Tiziana ha raggiunto una concretezza che richiama la povertà intesa come essenzialità di scrittura e di sé, così come la sfera (con il suo misterioso pi greco) a ben pensarci (e pensava bene il maestro ) è per sua natura l’essenziale primario contenente la schiuma caotica di cui cerchiamo l’interpretazione. Non riuscendoci, spesso scartiamo l’esperienza. Tiziana, opponendosi a nozze risapute, è sempre lì. E continua.

 

Testi

 

Come sarà il corpo dell’uomo di Dio – dicevano
Un pesce?
Uno scontro tra un grido e il silenzio?
Sarà un nudo che gronda latte
Un fiato che viene a levigare un legno integrale.
Mormorerà come le nostre perdite?
Bisognerà nutrirlo con offese da perdonare
O avrà un fragile ossatura dentro una mano morale?
Sarà una condizione discorsiva
Sarà un fianco.
Nascerai dal mio addome come una squama di corallo
O ti sfilerò dall’inguine come una vena bianca?
Se sbatto su una lancia subisci un tradimento?
Se mi colpisco, per sentirti, ti sfiguri in pieno viso?
Ti senti vivo
O incassi tutto, per non far rumore, anche tu.
Distingui i corpi, caro Palo Sfranto dell’Impero delle Croci
Dissangueresti lentamente chi mi ha toccato da bambina

O, dimmi, hai qualche pregiudizio sulla crudeltà.

 

*

 

Così sola
Così vicina a me
Cosi tremendamente vicina a me da rompere la stella fissa
Così addolorata del liquido
Così riversata nell’universo
Così lontana
Così lontana da me
Nei globuli di una costellazione.
Così universo.

 

*

 

Per tutta la mattina
Rimasi a quaderno chiuso
Una variazione che mi permise di osservare il serpente
Marcare legalmente il terreno alle radici
Un’infiltrazione temporale
Un potere sensitivo indiscusso
Una violazione vagante attorno ad una bocca che non parla
Che presi in prestito per chiedermi
Cosa davvero la parola
Sia capace di instradare.
Ma ci vuole ancora tempo – pensai
La figura ancora pare acquiescente a ciò che è atroce
Come se un’oscillazione verbale
Avversasse una sollecitazione deformante.
Il mio viso di ora contiene sentimenti di una grande moltitudine
Il vento raddrizza un’emergenza dai morti dentro gli alberi
La penna è una teleferica
Sospende in aria quella cosa nera della vittima
Che apre liquida la fessura ripetuta al suo carnefice.
Non scriverò.
La scrittura non si immagina.
Ci vuole solo tempo.
È sempre tutto una questione di tempo.

 

*

 

La scrittura tenta di finire una cosa che non voglio – ti dico –
Nessuna lettera, disperderò i nostri echi
Nessuna frase di circostanza
E le mani usate per carezzare il dorso mobile dei sonni
– Tutto il corpo dentro le mie mani –
Soffocano le cose che rivoltavano le loro fisionomie sottostanti al foglio
Le loro frequenze contrarie appena forzo un vuoto.
La rabbia raggira i nostri morti – devi saperlo –
Uno spirito nero appeso all’albero dei vivi
Che scuote la fornace di un grido.
Da bambina correvo la linea dritta del lago
Il fiume forte dentro il lago
La corrente dentro il fiume pesce.
La scrittura – sappi – è una penultima cosa
Voglio pulsare nel cuore rosso di Dio
E mi spogliavo mentre tu piangevi
Sono un nudo che deve morire solo
Un richiamo
E tu piangevi la mia pelle perfettamente atona
Come una preda crudele nel miglio assoluto della piana.

 

*

 

Più in là – dissero – Non credere
Ed è uno sparo che impari con l’inverno
Coagularti, un osso, la corporatura delle iene
E se il freddo dice Non piangere, non piangerai.
Dal retro qualcuno ancora fuoriesce le sue mani
Tasta un seno che sono in grado di sgozzare, un latte
E di disporre avanti a me come una zona di vuoto
Un’anatomia di contrario.
Ogni taglio dice Dio
Ogni silenzio un discorso sulla carne
Ogni solo che tutto è l’aspro di una fine.
Una promessa mi brillava nel petto
Un letto chiarissimo che supera
Quel che simula calore.

Ogni abbandono dice Dio
Ogni verso dice sopravvivenza alla fine del mondo.
E se il freddo dice Non piangere
Non piangerai.

 

*

 

NEL SUO ASPETTO NON MEDIATO

Ma al di là di una certa quantità critica
La corteccia insulare apre uno spazio
Riceve segnali di dolore dalle viscere
Gonfia una ghiandola non verificata.
Anche le tue fissità muovono quando dico:
“Non appoggiarti al mondo inferiore”
E il fossile che hai nelle ossa
Perde latte per l’abuso di un potere che sappiamo.
Le stelle sono principi dinamici legati
Lo sono i mondi, i bambini
I silenzi tra di noi
Persino Dürer stamattina
Nel suo aspetto non mediato
Trabocca una misura di candore
E si riflette a grande fedeltà nel buio un sacrificio nutritorio
Dedito ad una certa cospicua rivelazione.
Anche quando la tua voce prende la strada della polvere
Solidifica con poco il resoconto dei miei comportamenti
Che tu chiami, senza grandezza, conoscenza di me
Un vantaggio detestabile fuori da ogni guarigione
Come non ci fosse una dinamica di oscurità tra noi
Quella benda tessuta d’oro che l’icona da bambina
Filava sulle tue esatte anatomie
E che ho impiegato al mio costato, senza prudenza
Per una ferita infine non verificata
Ma che al di là di una certa quantità critica
Nel nostro aspetto non mediato
Per un principio dinamico legato
Viene a proteggere un corpo tra di noi
Un livello elementare, un prodigio di non conversazione.
Stamattina mi sono svegliata con poca luce.
L’acqua è fredda, una piastra
E gli uccelli entrano in casa, d’abitudine.
Nel giorno stabilito, dicono, incontrerò fiducia
E intanto guardo il cane della Melancolia
E intanto penso che vorrò ucciderlo nel sonno.
Cosa sarà del mio ardore
Ora che la corteccia insulare riceve segnali dalle viscere

E decido infine di sospendere lo spazio.

 

*

 

UN AMORE ESTERNO

Per tutto il giorno
La minaccia di un tuono
Ha tenuto il silenzio nella casa
Come se una distruzione dei suoni
Venisse a sistemare le cose così poco criminali
Così poco limpidamente crudeli
E un amore esterno arrivasse a domandare un’indicazione
Di quel che è rimasto dell’essere
Di quella piccola centrale di lavoro
Perché non produce un organico aumento di forze?
Che ne hai fatto di te?
Della stella dalla quale sei identificata?
Perché così congiunta agli atomi
Sei caduta nella divisione
Ed equalizzi la demenza con Dio?
Per tutto il giorno qualcosa
Sembrò promettere la rovina di una fissazione
Una foresta
Nella quale inizi a correre un testo senza lingua
E sono quasi entrata
In una silenziosa convulsione cerebrale
Finché la tenda non si è mossa di poco
Ed ha rigenerato le pareti.
Forse qui gli oggetti inquadrano il problema
Perché non ci furono crolli o scomparse
E benché l’acqua nei tessuti connettivi
Improvvisasse altre soluzioni

Quel che avevo costruito rimase
Quel che avevo costruito.

 

*

 

QUALCUNO RINVERRÀ QUESTA RABBIA

Tra milioni di anni, negli zolfi
Qualcuno rinverrà questa rabbia
Tra milioni di armi un capillare
Decollerà dagli asfalti
Da tutti i chiodi del mondo prenderà potenza
Un fiotto bollente dai buchi
Dai piedi con cui correvi da bambino
Un vuoto esploderà di buio o di dio, non è chiaro.
Affronta questo pericolo, ti dico
Affronta questa massa nascosta nelle cose
Questo sparo che freno con la mano mi inchioda a te
Questo sordo carezzare d’abbandono.

 

*

 

2. DESTINO

Eravamo tutti bloccati per il congelamento dell’atto
E nel mio petto un buco sparato dalla forma esplosiva dello studio
Scosse l’acqua nel tessuto dei presenti
Come un barbaro in corsa
E mi inarcò fino a rompere i giacimenti dei fiumi
Fino a quando presi a vedere leoni formarsi dai delta
I fuochi
E gli alberi si scurirono in un centro foltissimo
Mentre il Persecutore con la sua veste apparente
Ondeggiava gli occhi di tutti su un orlo d’oro
E carezzava una domanda completamente detonata
Dal sovraccarico della dipendenza.

Ora sappiamo entrambi che mi spezzerò.

Gli animali aumentano il radicale toccare questa polveriera
Una costola appiccherò per terminarti
Il mio corpo è una resurrezione che non ricordi
A ciò che non ritorna chiederai
Qual è il preciso fuoco di quest’arma.

 

*

 

6. L’ORA FORMIDABILE

È un’ora formidabile
Un incrocio senza tracce di frenata
Un imperativo aperto
Ci furono in passato provvedimenti, cronologie
L’approvazione di appositi piani,
Principi di precedenze formulate per ipotesi di violazione
E in presenza di cadavere
Si effettueranno fotografie, panoramiche
L’ambiente nel quale è stato rinvenuto
Operazioni di rilievo ai veicoli nella loro posizione statica
Ma questo è un incidente differente
Un incidente di movimento
Apre simultaneità soffrendo solo di una certa qualche guarigione
Un’aria di morte splendida
Un’adeguata conservazione solo di poche nostre sostanze
Le pareti dei tempi sono combustibili, come ci dissero
Infiammano i nostri contagi per toccamento
Dinnanzi a te prendo una presenza inspiegabile
La facoltà di accedere alle ore secondo il principio solvente
Secondo cui i tempi commutano il loro risultato
Vado e ritorno senza pianto
E lo so che conobbi questa condizione sotto forte pressione
In seguito ad una resistenza sussultoria
Ad una concentrazione ondulatoria
Quando rendevo incerta la figura dalla quale sono sostenuta.
Guardami soprattutto le mani
Hanno provato i leoni del mio carico
E dal palmo le linee si intrecciano con navigatori satellitari
Conduzioni
Dove siamo
Dove veniamo trasmessi
Con quale gara di distanza governiamo lo spazio di un corpo in decollabile
Che contempla solo cose alate
Quelle che vedi non sono tracce di una frenata
Quel nero sono io come la scrittura
Una combustione fuori e dentro l’opera
Soffrendo solo di una qualche guarigione formidabile
Ti abbandono
Man mano che decedo
Lascio ceneri di vecchie densità.

 

*

 

ISTINTI

Tu dici che metterai un animale.
Ed io scorro tutti i nomi
Delle selve che ho percorso.
Dici animale e ridi
La flessione della luce, il pulviscolo.
Da piccola un animale correva con me
La funzione dinamica del respiro
E non labbra che alimentano
Le perversioni di una prudenza.
Tu dici che quell’animale lo metterai.
La voce ti va su.
Apre un campo stonato, organico
Un diavolo.
Ci vuole una preda per cacciare una preda
Lezione numero uno da massacro infantile.
Io sono un animale con un istinto
A cui non ho più bisogno di credere.
Tu sceglierai un animale che ti somigli
– Sono giorni che ci pensi –
Le caratteristiche, l’idea
Una simulazione d’animale.
Formuli piani,
Diventi sempre più debole
E per il fatto indifeso di non vedere
L’aria è piena di forze invisibili.

Da piccola un animale correva con me
Ovunque ti sposti
– Ovunque diceva –
Ci sarà un tempo in cui avremo superato tutto
Spiccherai un salto e voltandoti
Riconoscerai la grazia nel respiro della mia ferocia.

 

*

 

Poi sono caduta.
Qualcosa ha rotto le vene
E sono caduta in questo qualcosa
Che è venuto a spezzare le funi
Che tenevano tese le apparenze
E sono precipitata per tutte le volte che ho rotto le promesse
Come si rompe l’uovo al bordo del bicchiere.
Pensavo almeno ci fosse più rumore
E invece – semplicemente – non sono tra i salvati.
Non fa male ma è che a un certo punto
Non è che puoi coprire un’estensione
O sei la creatura amata da prima che sbagliassi
O dopo un po’ si rompono le funi.
Queste cose le scrivo perché devo ricordarle
Perché in certi giorni aver imparato a non sperare
È continuare a raccogliere quando cascano i morti
Nella prima luce del mattino
Zuppi del nero del mondo
Li prendi uno ad uno
Amati
Anche l’abbandono
Anche la via traversa della polvere
E appena dopo il pasto
Auscultando la parete di un profondo
Discorro con il posto, amore mio
Come chi consolida un decesso.

 

*

 

Il motivo è il gelo
Mica una scelta
È una cosa che hai, un nevaio
L’alimento elementare che sei
Quando sei
E benché ci sia – perché c’è –
Il sangue da scaldare e il sacro fuoco
– L’oro disperso in chissà quale intestino –
È sempre una poesia d’inverno.
Che importa la stagione
La stagione fa parte dei mondi
Ma qui il ghiaccio blocca anche
Le prede di una poesia assiderata
E tu rimani intatto, punto d’inflessione
Siberia, nitidezza, auscultazione
Un piumaggio angelico
Nel sottozero di un urlo.

 

*

 

Questa aurora ormai
È un punto di sequestro
Un suggerimento privo di trascendenza
E prima che espettori la luce
Nel mio pneuma si prepara
La preda di uno strano miracolo
L’animale indiretto che Ti offro
In questa stanchezza carnale.
D’altra parte sono venuta come sempre
Al nostro appuntamento con la sterilità
Cui la Tua abbondanza mi riduce
Con un’esistenza distinguibile
Un’attenzione resa umana in virtù della Tua assenza
E anche la morte si è sperperata
Con quello che mi hai tolto.
Cosa cerchiamo nei mattini di noi
È davvero solo un’ora chiara prima della sera
O il portento di illuminare tutto il resto?

 

*

 

Vedi solo di non parlare della pioggia
Ci siamo già accostati al cardine lucente
E non abbiamo poi molto altro da piangere

Lo sapevo senza che si alzasse tutto questo vuoto

Che la speranza non è alle porte
E il fatto è che c’era già stato un giorno senza di te
Ed io ho condotto tutto come sempre
Perché non eri tu – vedi
Ma la continua presenza di un Ferro Poetico, una Spranga
La Massa Metallica di questa cosa che non alle porte
Perché, ora ti spiego,
Io avevo già abbandonato l’avvenire
Come un figlio senza danno
Verso il quale non ho altro da piangere.

Le porte le ho chiuse – dicono –
Perché la Poesia scompare con le lacrime.

1 commento su “Corpo finale”

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