Tre dei quattro soli (III, 1)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Terzo sole

In movimento. In movimento. Tutto fermo e in movimento. La terra e l’aria. In movimento. In movimento. Un via vai di immensità. Nella sala da pranzo, non un piatto, non una tazza, non una coppa, non un bicchiere interi. Non una forchetta con i denti, terremoto e scompiglio, non un coltello con la sua lama, terremoto e scompiglio, non più pane nei cestini, né sale nelle saliere, né acqua nelle caraffe, né vino nelle bottiglie. In movimento. In movimento. Tutto fermo e in movimento nel salone, sull’ondata dei tappeti sconvolti dalla festicciola della terra che sobbalzava al ritmo della melopea sillabica del piano a coda, appena udibile… fa-fa-fa-fa… fa-fa-fa-fa… al passaggio di un sofà che se ne andava… fafafafa… non perché lo portassero via… fafafafa… che se ne andava… che se ne andava… che partiva tutto solo con quella libertà di movimento che gli dava il suolo instabile, agitato, ondulante… fafafafa… che diventava la settima nota della scala… si-si-si-si… si-si-si-si… mentre le se-se-se-die rompevano i ranghi e scappavano a salti verso la porta che non esisteva più e che esse cercavano, seguite da vicino dai ritratti senza gambe – dei busti, delle teste, nient’altro -, dai divani, dai paraventi, dalle la… la-la-la-la… (il piano)… anche dalle lampade, dai mi… mi-mi-mi-mi… (il piano)… dagli specchi e con questi una credenza che disertava, che disertava… deserta… credenza… credenza… deserta… deserta, credenza… Fa… si… la… mi… (il piano)… Facile per chi?… imbecille… si può parlare quando si hanno delle lingue! In movimento. In movimento. La terra e l’aria. Tutto fermo e in movimento nella schermaglia delle alcove. Una battaglia di sogni, di oggetti e di effetti per dormire che non esistevano più, perché si combatteva fino al momento in cui i mobili cessavano di essere mobili, ridotti ad ammassi di tavole e di chiodi; fino al momento in cui gli specchi cessavano di essere specchi per diventare dei piccoli vulcani di polvere luminosa; fino al momento in cui i cuscini e i materassi, i materassi e i cuscini si trasformavano in cumuli di lana ai quali non mancava altro che mettersi a belare e scampanellare. Nelle alcove bisticciavano i sogni di quelli che le occupavano o che le avevano occupate nel corso delle generazioni. I sogni non partono, si cancellano, ma restano presenti, rimangono là senza essere là. Ornamenti invisibili. Tappezzerie di sogni, universi di favole e di personaggi fantastici. Sogni-deliri-di-grandezza nati da digestioni lente di fagiani blu, di rombi d’effemeridi, di carni di cervo affumicato o di trote, di pesci acrobatici di fiume. E anche incubi, nati da indigestioni scoppiettanti (dimmi cosa mangi e ti dirò cosa sogni…), tappezzerie dai disegni arruffati, nodi di drammi, dal canovaccio metallico e ungulato, nido di trame… l’asfissia, il soffocamento, lo strangolamento… gli incendi, i naufragi; le cadute a picco negli abissi senza fondo… i giganti, i mostri, gli antropofagi… i personaggi storici, gli istrioni, i carnefici… i piccoli battelli di carta su fiumi di lacrime… i patiboli, i roghi, le asce per tagliare le teste, i forni per incenerire i prigionieri davanti alle Loro Santità, le tenaglie per frantumare le ossa, i ferri arroventati per bruciare gli occhi, le ossidiane per strappare i cuori, i coltelli per tagliare le orecchie, i nasi, le labbra, le lingue. Delle spade si incrociavano… Chi erano i duellanti?… invisibili… si battevano con l’aria… si battevano con le ombre… si battevano con la terra che tremava… rottamatori senza testa… nient’altro che i loro corpi… i guanti… le spade…
…… (Vengono ripulite le camere?)
……(Vengono ripulite…)
……(Tutti i giorni?)
……(Tutti i giorni… e se ne ritirano le immondizie abituali: mozziconi di sigari e di sigarette, resti di fiammiferi bruciati, confezioni di caramelle e di cioccolato, scatole di medicinali vuote, giornali, sfilacciamenti di copriletti e di materassi…)
…… (E i sogni?)
……(La spazzatura dell’anima…)
…… (Sì, i sogni…)
……(La spazzatura dell’anima, i sogni resistono alla ramazza, non si lasciano raccogliere e durante le discussioni domestiche si battono a morte, diventano ossessioni, odi, istinti, rivalità, anticamere del suicidio, dell’assassinio, del cupo disegno di farsi pagare le offese. I sogni sono i nostri recuperatori di offese. I nostri ricevitori zelanti. Per tutto il tempo del nostro sonno siamo pagati con incubi interminabili per quello che ci è stato fatto, e noi siamo senza pietà per i nostri debitori…)
…… Un subbuglio di terremoti nelle camere. Come nella sala da pranzo. Come nel salone. I letti di ferro contro i letti di legno, nel bel mezzo dei soffitti che cadono a pezzi e dei muri che crollano o che restano in piedi. “Sarcofago immondo! Bara polare! Scatola per cadavere a forma di letto!…” gridano i letti di ferro ai letti antichi, profondi come il sonno. “Scheletri ortopedici! Letti d’ospedale! Letti da internati!… rispondono i letti di legno prezioso. E dagli insulti si passa ai colpi. Il grande letto dei momenti felici, delle decisioni difficili e dell’ora della morte riceveva in pieno ventre i calci del letto metallico, rotelle al posto di piccoli zoccoli, che a sua volta cadeva vittima dei colpi di comodino dei letti di legno duri come pietre. I piccoli tavolini da notte, con il loro tanfo di vasi da camera, si buttavano sulle cassettiere sventrate e vi sputavano sopra, prima di essere fermati del tutto dagli inginocchiatoi carichi di libri di devozione dalle rilegature di cartone nero o perlaceo, di medagliette, di messali e di splendide piccole pietre sulle quali inginocchiarsi durante i misteri dolorosi del rosario che si pregava in croce. Delle lampade perpetue tremolavano indecise, non sapendo se dovevano precipitarsi o no sui candelabri dai bracci giganteschi con candele spente che calpestavano e frantumavano i candelieri dalle lunghe candele adornate come fidanzatini di prima comunione.
……Nel frattempo, la battaglia dei letti continuava. La danza dei materassi bucati, alcuni impregnati di urina, rassegnati, quelli dei genitori in calore, che puzzavano di stallatico, e gli altri, quelli dei freddolosi, tutti in lana, in lana di pecora che essi stessi avevano mangiato alla griglia. Chi, quali mani invisibili lanciavano i guanciali, i cuscini, gli involucri dei profumi gli uni contro gli altri, con scosse che facevano sobbalzare le traversine dei letti di legno – le traversine senza dormienti –, le quali, staccandosi dai montanti, cadevano sulle sospensioni dei letti metallici, corde vibranti di chitarre o di arpe che rompendosi battevano come fruste sulle sedie a dondolo, con gli schienali coperti di unto di capelli, o sui caldani tra i drappi, ostensori le cui braci non erano che ceneri, ceneri come quei corpi che avevano riscaldato prima che il terremoto li consumasse e i muri li seppellissero? Tutto fermo e in movimento. In movimento. In bagno, rasoi avvinghiati come serpenti in lotta. I sifoni della vasca e del lavandino, ombelichi nella più frenetica danza del ventre. Il bidè, testa di toro dalle piccole corna, gli spazzolini da denti come banderillas, gli asciugamani come mantelli di toreri, gli asciugamani come ripari nelle arene. Immagini. Immagini. Tutto fermo e in movimento. In movimento. La terra e l’aria. Nella zona dei serbatoi e dei pozzi, nei grandi cortili, l’acqua squassata saltava dalle vasche quasi vuote, tra le creste delle galline, il canto dei galli e l’avanti e indietro delle ruote dell’automobile chiusa nella rimessa che dava sulla strada. Quale strada?, sì, fino all’orizzonte non si vedeva che uno strato di polvere dal quale emergevano qua e là macerie spettrali. Incendi in lontananza. Il paganesimo del fuoco. Altre città bruciate. Ora è il momento della nostra. Nudi, in vestaglia, svestiti, fuggivano quelli che riuscivano a fuggire, ridotti alla funzione fisiologica e alle smorfie, sfinteri e contorsioni dai quali si capiva che il terremoto correva nei loro corpi. L’uomo si irrigidisce, trasformato in roccia magnetica, quando trema. Totalmente terrigeno, si isola ed è solo; e solo, parte integrante della terra che sussulta, non ha altro pensiero che la scossa del suo corpo. Non ci sono testimoni veritieri dei terremoti. E’ impossibile. Non a causa della paura. La paura la si sente dopo, quando il corpo cessa di essere una cosa sola con la crosta terrestre. Aritmia di secondi. Istanti di eternità. Coscienza. Dinamica compulsiva. Coscienza di essere saldato non allo strato vegetale, non al molle humus, ma alla pietra, alla roccia profonda, al mare grigiastro delle rocce. Solitudine geologica. Fondamentale. Mimiche. Scongiuri. Esorcismi. Danze. Maschere. Corpi che la scossa ha abitato, percorsi ora da una sonorità di pietre battute vigorosamente. Musica di cataclisma. E, in seguito, la musica del legno dei tamburi e delle marimbe. E, ancora più tardi, quella dei piccoli sassi nelle cavità vegetali. Universo sonoro di maracas, di campanelli, di timbali. Nelle immensità. La terra e il cielo. La pietra e l’albero. Tutto fermo e in movimento. In movimento. Piume, code pungenti, zoccoli forcuti, denti bestiali. L’incontro dello spontaneo e del deliberato. La confluenza. Il nodo. Il sudore dei danzatori. Un sudore di canna da zucchero. Gli occhi dei danzatori. Sciroppi di sogno. L’acqua con i denti. Librarsi nell’aria ad ogni salto. Ritmo degli spazi. Lasciare degli spazi tra i piedi e la terra. Prendere in giro la potenza distruttiva, erogatrice del nulla. La violenza della danza che rimpiazza la potenza dei terremoti che rovesciano le montagne. L’istinto. La spontaneità. Il sole di fuoco. I danzatori in delirio. Pelle secca di magia. Magia della corteccia di amatle. La scrittura danzata. La pittura danzata. I danzatori bianchi. I danzatori neri. I danzatori rossi. I danzatori verdi. Più di quaranta panieri di fichi acidi. Più di quaranta panieri di semi di cacao vermiglio. Più di quaranta panieri vuoti, intrecciati con dei capelli di fumo di morte. Più mazzi di fiori che di frecce. Farfalle di fiori di fagioli neri. Più di quaranta labbra che parlano. Molte, molte donne incinte. Il sole di fuoco si sostituisce agli uomini. I suoi raggi penetrano gli oscuri sessi. Senza peluria, indorati di polline. Muri di gioielli. Tigri di sangue. Incinte. Molte, molte donne incinte. Il terzo sole, il fornicatore. Colui che si sostituisce agli uomini. Mariti e amanti sbeffeggiati. E, come figli, dei fiori. E, come figli, delle farfalle. E, come figli, della giada. Le levatrici (sabbie di luna), ieratiche, in balia delle tribolazioni e della menopausa. Fiori, farfalle, pietre preziose. A stento tollerati nei ventri. Sanguinolenti. Dei cani e dei servitori, marionette armate di fionde e di bastoni; dietro di loro si sentiva parlare, parlare, ed erano loro che parlavano con le proprie vertebre – ogni vertebra era una bocca dalle labbra d’osso -; inseguivano, senza mai raggiungerlo, il sole che divorava se stesso lasciando tracce di ceneri calde, il sole che spopolava le città occupando i ventri delle donne con fiori, farfalle, uccelli dalle piume variopinte e pietre preziose di fumo. Sole di fuoco, senza pietà per i visi degli uomini bruciati, senza fiumi per l’acqua evaporata! Sole di fuoco, che incrociava gli occhi bianchi, gli occhi bianchi che si scuotevano! Due donne si incontrarono. L’una: “- Cos’è che porti nel ventre?…” E l’altra: “- A giudicare dal profumo, devono essere dei fiori…” E un’altra: “- A giudicare dai battiti d’ala sotto il mio ombelico, devono essere degli uccelli o delle farfalle…” E un’altra: “- A giudicare dal peso che mi costringe a camminare col naso per terra e le ginocchia piegate, devono essere delle pietre preziose…” Il mondo si è riempito di fiori, di uccelli, di farfalle, di gemme più luminose degli astri. E la terra è rimasta senza abitanti, sotto il chiarore del sole di fuoco che rideva lungo i fiumi che ridevano, scorrevano e ridevano, scorrevano e ridevano, ridevano, ridevano, ridevano, ridevano e scorrevano, ridevano e scorrevano. Il sole incrociava gli occhi bianchi, gli occhi bianchi che si scuotevano e sognavano – quando si sogna gli occhi si scuotono -; sognava un universo felice, senza uomini, con donne dai ventri di cristallo, attraverso i quali non si guarderebbe più l’orribile gorgoglio del feto umano ma dove navigherebbero come pesci i regni più ricchi e più belli della natura. Nuove mescolanze. Incroci. Incrociare delle gemme con degli uccelli mosca e far nascere dei colibrì di cristallo dorato. Ottenere dei quetzal di smeraldi e arcobaleni. Produrre la luce vivente sotto forma di diamante. Resuscitare la luce morta nel cristallo di rocca. Incrociare dei fiori con delle falene per ottenere delle tele dove imprimere i colori delle corolle e i disegni imprevedibili delle ali delle farfalle notturne. Il sole incrociava gli occhi bianchi, gli occhi bianchi che si scuotevano. Il sole ha lasciato il governo del cielo alla compagna delle sue notti, la sua donna rotonda, la quale sentendosi abbandonata ha esclamato: “Sono sola…” Ed essi hanno capito ciò che gli voleva dire. Sola, a causa della sua immensa solitudine di vedova bianca, lei era anche, in quanto sposa del sole, desolata, solitaria. E l’hanno chiamata Solitaria.

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