Tre dei quattro soli (III, 2)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Terzo sole

Città di scheletri calcinati. Tremano ancora. Bruciano ancora. Geroglifici decifrati dal lieve singhiozzo degli ippocampi. Tremano ancora. Bruciano ancora. Scosse di terremoto, diluvi-incendi, un suolo dove si scatenano tempeste. I creatori della distruzione. La risata della morte nelle loro collane. Collane di sciacalli. Collane di segugi che esalavano odore di sangue e annusavano per ucciderla ogni cosa vivente si avvicinasse. Le orecchie, dilatate. Enormi come la luna e più leggere di quella. Più leggere delle isole. Le loro orecchie, d’immense isole di sordi. Le palpebre, immobili. Una cecità di sogno ingannatore. Non sentivano e si confondevano nel sogno. Uscire dal silenzio. Uscire dalle tenebre. Distruggersi e distruggere. Riso e desolazione. L’irreparabile. Il torace, e nient’altro. Né braccia, né gambe. Non hanno lasciato che il torace alla terra perduta durante i volteggi dei girasoli notturni. Orologi di spugna e non solari. Orologi dai fori di spugna acquatica che distilla un tempo senza tempo, il tempo senza tempo della moglie del sole che fu utilizzata al suo posto per tutto quel tempo che non è stato tempo. Nove volte cinquanta milioni di passi umani che hanno punteggiato la terra, tale è stata la durata di quel tempo che non era il tempo, di quel tempo senza tempo della sposa del sole. Nove volte cinquanta milioni di piedi umani che hanno punteggiato la terra. Non c’è altro conto, non c’è altro indice. Inutile passare in fini setacci la polvere di carbone delle fucine, inutile assaggiare la cenere dei sarcofaghi, testare il battito dei magneti, andare al passo delle scolopendre fino alle immensità spente. C’è stato quel tempo che non era il tempo, quel tempo della luce del sole-donna, anche se nella rotazione del cielo e nel volteggio dei girasoli notturni tutto è andato avanti mentre la sostituta del sole percorreva il sentiero delle libellule che tessono l’alba, passava attraverso la cruna dello zenit a mezzogiorno e cadeva, presente e assente, nello specchio della sera, protetta dai servitori-marionette, gli uomini-burattini adornati in modi (o in gesti) da flaconi di profumi, i quali, venuta la notte, abbandonavano i loro archi fatti di cartilagine di cormorano e di una corda intrecciata con pelo di sopracciglia folte, abbandonavano, sì, quegli archi e quelle frecce che gli servivano per dare la caccia durante il giorno, senza mai raggiungerlo, al terzo sole insediato sulla terra, il terzo sole che usava e abusava di donne e femmine feconde. Il sole eccitato, l’astro in calore. E poi il fuoco e poi, una volta cieco, lo schizzo di sperma a farfalle, sperma generatore di uccelli dagli splendidi piumaggi e di gemme di luce.
……Dove trovarlo? Dove trovare il terzo sole? La sua sposa l’ha rimpiazzato ed egli è disceso a vivere tra gli orafi, gli acconciatori di piume, i commercianti di diamanti, i fioristi e i giardinieri. Dove trovarlo? Dove incontrarlo sulla terra, la sua piccola residenza? Dove? Dov’è? si domandavano gli uomini-marionette dalle flebili voci di vertebre, gli uomini che parlavano attraverso la schiena, e che parlavano anche dal davanti con quel fumo di tabacco che aspiravano dentro lunghe canne.
……Parlavano un linguaggio di fumo. Il fumo del tabacco nelle loro lunghe canne fu la loro seconda lingua. Come fossero parole, disegnavano dei cerchi, delle colonne, degli avvitamenti, degli anelli, delle spirali, delle volute, delle chiocciole. Una calligrafia di geroglifici. Raccontavano, disegnavano, pettinavano delle storie di rospi e di civette all’orecchio della donna-sole, sempre più vedova, sempre più bianca. Senza notizie sicure di suo marito che proseguiva il suo cammino sulla terra bruciando ogni cosa al suo passaggio, come lo scorpione, si accontentava di pettinare sogni intensi nei suoi lunghi capelli di donna solitaria, di bagnare il suo corpo rotondo in un’acqua di bolle celesti che scoppiavano, come amuleti di cristallo e aria, o di ascoltare con orecchio indolente gli uomini-marionette. Mentre essi parlavano, li sentiva dipingere con del fumo di tabacco le feste del fuoco. Farfalle in ventagli di gioielli, farfalle di tele di ragno d’oro, farfalle di mascelle fosforescenti, farfalle di crani di creta, farfalle di frange di carta, farfalle di torce. Le feste del fuoco. Le donne del terzo sole – tutte le donne della terra – erano rivestite di pietre preziose e nei monti dei loro capelli, monti di capelli neri, brillavano scintille di silice. Adornate, e senza ornamenti. Senza occhi. Senza altro fuoco tranne il fuoco solare. Il sole senza ombra. Inestinguibile. In alta uniforme da guerriero. Aquila. Tigre. E poi la sua donna-sole. Solitaria. Insonne. Sveglia. Che fuoriusciva dai suoi sensi. Fuoriusciva dai suoi occhi, dalle sue orecchie, dal suo tatto, dal suo olfatto, dal suo palato. Fuoriusciva senza tuttavia abbandonare il suo scudo splendente. Di mille luminosità. Di mille luminosità. Il tempo, alterato. Alterate le porte, le scalinate, le tracce, le donne gravide, la sussistenza, le biche, le insegne; ma non la profezia della terza distruzione cosmica, la distruzione del sole di fuoco, del sole che trasmutava in gemme preziose, in talismani volatili, in petali fluttuanti, le emissioni del suo membro virile precipitate nei grembi, amplessi meravigliosi per dare vita agli esseri umani; il tutto moltiplicato a colpi di lampi tranquilli, di parti e di apparizioni, in un mondo di nuovi nati e di fantasmi, un mondo di bellezza e di ricchezze incomparabili. Feto di polline. Il fiore è un polline che diventa folle. Feto di barbe di piume più fini delle spine colorate dei bachi, ma non meno belle. Feto di cristallo nato da spermatozoi di punte di frecce. Sole con piume di uccelli dalle ali splendenti, conoscitore di linfe vegetali, ombelico che cammina, ombelico di fuoco di strada, sangue nei rubini, tenebre nella lignite, clorofilla nelle giadeiti, mare nei turchesi, miele nei zaffiri. Parti e apparizioni. Un mondo di nuovi nati e di fantasmi. Il sole aggrediva le donne nel sonno. Assumeva la forma di uno specchio rotondo nel quale esse si rimiravano addormentate. Uno scivolamento sonnambolico di corpi che si attraevano, si respingevano, si mescolavano, si abbracciavano e si spegnevano insieme, il corpo dell’astro e quello dell’ingravidata dal fuoco dello specchio, attirata dai suoi strappi, dalla sua interiorità di calendario, dalla sua esteriorità di filo di lava in gole di lava, essere terrestre che rinasceva dalle sue ceneri in pietre preziose che fuoriuscivano dal suo ventre e di cui subito valli e montagne traboccavano, e in splendidi uccelli e farfalle che l’aria non riusciva più a contenere, e in fiori che, in un mondo ricoperto di giardini, andavano a seminarsi nel mare, mescolando onde e corolle. Doppio universo di realtà e di sonno rischiarato. Città di ossari bianchi addormentati. Spettri dalle unghie raggrinzite. Il tempo, alterato. Il tempo senza tempo degli orologi con fori di spugna. Il tempo che non è stato tempo. Il tempo protratto dalla sposa del sole, la grande cocorita, la grande donna-uccello che rimpiazzava il sole. Tabacco di fumo. Fumo di tabacco. Fuoco e cenere di meteora. Dietro le palpebre il cammino si abbrevia. Non è lungo, il cammino della morte, se lo si fa a occhi chiusi, come il terzo sole. Gli Annunciatori della sua scomparsa, i Promettitori, ripetevano:
……(- Ragionatori vani, poeti dell’abisso, navigatori su laghi di mistero, officianti dalle lingue perforate, con il terzo sole sta per finire la più bella età della terra!…)
……Accendiamo delle torce di lutto sul dorso delle tigri vendicatrici per i funerali dell’uomo, scheletro che trascina l’uragano!…
……Che i sordi si vestano di corolle che somiglieranno a delle orecchie e si riempiranno di musica!…
……Che i ciechi si vestano di corolle che somiglieranno a degli specchi e si copriranno di luce!…
……Che coloro che il fuoco lasciato sulla terra ha quasi divorato, che coloro che sono stati morsi dalle belve o dalla lebbra polverulenta sappiano che essi sono gli ultimi uomini del terzo sole, gli unici sopravvissuti strapazzati e vinti, in un mondo di tempeste primaverili; un mondo nel quale quel grande signore dal diadema di metallo solare, non volendo che ci fossero degli esseri dal sangue caldo e dalla respirazione polmonare, ha installato il suo universo, un universo di creature a sangue freddo e a respirazione branchiale in un clima di equinozio, popolando di serpenti piatti dagli occhi di ghiaccio e di formiche di miele nero e di fumo rosato d’aurora le rocce dove respirano le pietre e i metalli preziosi!…
……Che i monchi, gli storpi, gli amputati si rivestano di foglie di palma per darsi delle braccia a ventaglio e fingano di avere mani di foglie di cocco e gambe di tronchi di banano; e che danzino, che danzino al ritmo delle conchiglie dell’uragano mentre si moltiplicano i secondamenti delle donne che, partorendo turchesi e acquemarine, particelle di mare addormentato, si bagnano di indaco, nella superbia delle onde blu dei loro seni!…
……Che danzino e danzino mentre si moltiplicano i parti di quelle che accendono rubini, occhi di brace nella pietra violacea d’Oriente, le donne che subito si bagnano di succo rosso di fichi d’India e che mostrano sulle punte rosee dei loro seni delle coroncine di corallo!
……Che danzino e danzino, che non smettano di danzare mentre partoriscono quelle che, dando alla vita opali abbronzanti, non smettono di girare impazzite, traslucide, venate, con degli orientali innaffiatoi di follia nella testa!
……Che danzino e danzino, mentre le donne dalla pelle di penombra danno alla luce – una luce di tenebre – delle ossidiane, dei giaietti, delle onici, delle pietre affilate che succhiano i loro seni, teste di giocatori di pelota decapitati!
……Che danzino e danzino gli ultimi uomini, gli sciancati in tenuta da pipistrelli verdi, pipistrelli dalle braccia o dalle gambe vegetali, e mentre l’esca manda delle scintille, poiché ci sono delle perle d’ostrica e anche il diamante-piramide che si crede il solo figlio della luce.
……Che danzino e danzino e danzino al ritmo dell’albero senza radici che corre e fa le giravolte e salta, albero di fuoco, albero inebriato!
……Che danzino e danzino… Si sentono, sempre più vicine, le conchiglie dell’uragano!
……Che danzino e danzino e danzino… questa terra-sole-di-fuoco non andrà al di là della sua bellezza, tutto il suo corpo è aria pura, tutto il suo corpo è acqua pura, tutto il suo corpo è bellezza fatta terra!
……Che danzino e danzino coloro i cui occhi restano increati, coloro le cui carni restano increate, coloro le cui ossa restano increate, coloro i cui sogni restano increati, coloro che restano increati…!
……Che danzino e danzino e danzino… si sentono, sempre più vicine, le conchiglie dell’uragano…!
……I Promettitori, i Cattivi Indovini non hanno detto niente della sparizione del terzo sole, ma la loro voce di sventura è risuonata nelle orecchie labirintiche delle orchidee dai timpani di porcellana che si sono precipitate verso i tronchi degli alberi, sui quali sono salite per congedarsi dal sole di fuoco. E che ancora salgono, perché per le orchidee e le are il sole di fuoco non è andato via.

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