Tre dei quattro soli (III, 3)

Miguel Ángel Asturias

Tre dei quattro soli

Traduzione di Francesco Marotta
(Continua da qui)

Terzo sole

Dal tempo distillato negli orologi con fori di spugna, dal tempo senza tempo, dal tempo che non è stato tempo, è venuto il serpente senza pelle, il serpente dagli occhi d’acqua, l’uragano dagli occhi d’acqua, che si è arrotolato intorno al terzo sole, bolla di fuoco che abitava la terra e che è diventato fumo quando il serpente l’ha eclissato, con tutte le sue ricchezze, le sue ricchezze favolose, pietre preziose, farfalle, orchidee, uccelli arcobaleno, mentre sua moglie, quella che lo rimpiazzava nel cielo, trasformata in disco di ghiaccio bianco, risaliva nella notte le ere geologiche, seguita da animali che si sparpagliavano come nuvole o montagne, proboscidati, enormi bradipi, tartarughe gigantesche e mastodonti. Gli ombelichi cadevano. Ombelichi per le donne che li raccoglievano e li abbottonavano ai loro ventri che ne erano privi. Un altro sole. Altri uomini. Bambini. Madri. Nonni. Il serpente senza pelle, occhi e soltanto occhi, uragano con gli occhi, sistemava, prima che sorgesse il nuovo sole, il quarto sole, le lontananze, i confini, i terreni, i rapporti, le cronologie, e sui calendari di orme di piedi contava il tempo che avevano impiegato a trascorrere nove volte cinquanta milioni di uomini, la durata del terzo sole. (Io, ed io soltanto, copale di conflitto. Io parlo. Io dico. Io sono un creatore di parole. Ho dimenticato le mie figurine d’argilla nei forni dove le facevo cuocere. Pini verdi. Pappagalli dalla testa blu. Pappagalli dalla gola bianca. Lo sparviero dei sentieri. Lo sparviero testa bianca. Lo sparviero testa nera. Io, copale di conflitto, in un certo luogo, in quella notte di nuvole calde, ho colpito le mie figurine d’argilla, distruggendole e distruggendo con esse la mia opera, la mia creazione, il mio alimento. L’alimento completo. La creazione. Ciò che vi appartiene e di cui ci si nutre. Libero. Ardente. Tagliato in lucidi pezzetti. Nessuno perfora la roccia, abbigliato. I miei ornamenti. Quella volta. E un’altra volta. Tra coltelli di cenere che si sgretolavano sotto il terremoto. Senza ornamenti, rotolandomi, rotolandoci, senza ornamenti. Lei. Il mio io sorpreso. Il suo rossore edenico. La violenta speranza. Il terremoto. Il contatto con la donna, diretto, immediato, cosmico, nella notte lunare, su un letto di terra, con il desiderio di fare l’amore e una saliva di lumache che si cercano, si trovano, si scontrano. Nessuno ti ha vinto, sole di fuoco. Realtà e sogno si integrano e si disintegrano sentendo la tua magica presenza. Tu non hai addensato teste di morto né scheletri, ma vene di cristallo di rocca, migliaia e migliaia di gocce d’acqua paralizzate nei tuoi specchi o soffuse di colori divini nelle tue gemme. Tu non hai ammassato idoli per fissare le credenze o trasformare in legno o in pietra le religioni; hai raccolto degli utensili da artista, dei bulini di ossidiana, dei coltelli di silice, degli aghi di giada, dei trincetti di pietra, delle spole artigiane per tessere, delle cortecce di amatle, delle conocchie. Tu non hai accumulato i paradisi, gli inferni né i limbi ma dei semi nei quali dormivano splendide forme, colori, profumi, aspettando il risveglio dei fiori. Dalle tue conchiglie nascono delle orchidee e dalle tue orchidee nascono conchiglie in cui si sente non il mare ma la foresta. Tu non hai stabilito il conto artificiale del tempo dei calendari ma quello del tempo senza tempo dei fori di spugna, ditali per dita d’acqua, e quello degli orologi esatti dei girasoli e delle girasole, quelle che girano solitarie nelle rotazioni del cielo. Qui! Qui! Qui! La vita, attirata dal biancore della cenere, non ha prestato ascolto alla morte e non si è rifugiata nei suoi mari bianchi; ma ha preferito l’ombra e si è nascosta nel carbone, sostanza propizia alle sue combinazioni, nell’attesa del nuovo sole. Un altro sole, serpente dalle piume nate dal fumo dei tuoi diademi di fuoco, s’annuncia già in turbini d’oro. E’ il sole dell’acqua, il quarto sole, il Pluviale. Carne di tempeste, barba di temporale, occhi di grandine, sangue di diluvio. Poi verranno altri soli ma nessuno ti somiglierà, sole di fuoco che fu amore del bello, fantasia, desiderio errante del più che perfetto. Nessun altro sole avrà le tue cento teste di fiamme, destinatario e intermediario di cose belle, chiarità suprema, natura suprema della luce… fuoco diventato fumo… fumo diventato nuvola… nuvola diventata piuma… serpente piumato nel più alto dei cieli… con le piume che si trasformano in nuvole… nuvole che diventano pioggia… pioggia che si trasforma in fumo… fumo che diventa nuvola… nuvola che si trasforma in piuma… in serpente piumato nel più alto dei cieli… con le piume che si trasformano in nuvole… nuvole che diventano pioggia… pioggia che si trasforma in fumo… fumo che diventa nuvola… nuvola che si trasforma in piume… serpente piumato nel più alto dei cieli… Nessun altro sole si sarebbe perduto nell’immagine fugace della materia cangiante, no, nessun altro sole si sarebbe perduto come te, come te solo, creatore di bellezza che giocavi col fuoco.

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