Il gran dondolio terrestre e celeste di Ombretta Ciurnelli

Torno molto volentieri a ospitare una nota di lettura – come sempre appassionata e di grande competenza critica – di Paolo Ottaviani che ringrazio per questo nuovo contributo e per la sua amicizia nei confronti della Dimora del Tempo sospeso (A. D.) 

Una rudimentale altalena, colta nel suo momento di stasi, senza alcun fanciullo che la faccia gioiosamente ondeggiare, solo una nuda tavola sospesa sopra una brulla radura, agganciata a due funi pendenti da un albero di cui è possibile vedere soltanto una parte del suo rado fogliame, è la suggestiva immagine, un poco ingiallita e offuscata, che campeggia sulla copertina dell’ultima raccolta poetica di Ombretta Ciurnelli: gí e ní, Edizioni Cofine, 2020.
Nella prima pagina del libro, in occhiello, troviamo la riproduzione della stampa litografica Relativity dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher che, come è noto, propone, anche sulla base delle scoperte scientifiche nei primi anni del ‘900 di Heisenberg ed Einstein, una rappresentazione assai complessa dello spazio, quasi volendo dare una testimonianza grafica, spaesante e surreale, dei problemi posti dalla teoria della relatività.


Entrambe le immagini – l’altalena immobile e la litografia escheriana, tanto singolarmente quanto per la loro geniale giustapposizione, veicolano un profondo senso di smarrimento e vertigini.
Il testo scelto per l’epigrafe d’apertura conferma, in modo che più autorevole ed emblematico non si sarebbe potuto, questa sensazione di profonda inquietudine e di vuoto. Ombretta Ciurnelli ha infatti posto in esergo, come per offrirci fin dall’inizio valide indicazioni sulla caratura di questo suo nuovo libretto, un brano tratto da Qohélet (I, 4-6) e presentatoci nel fascinoso restitutum poeticum di Guido Ceronetti:

Un vaevieni di generazioni
E la terra che sta nel tempo

Sole si leva
……………..sole tramonta
Corre laggiù
…………….di là riappare

Andato a Sud gira a Nord
Il vento nel suo andare

Dopo giri su giri
Il vento ricomincia il suo girare

Forse è utile ricordare che Qohélet, in lingua ebraica “colui che raduna il popolo in assemblea”, figlio di Davide, re a Gerusalemme, si era proposto di “ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo.” Consapevole che “questa è un’occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino” giunge alla conclusione che tutto ciò che accade sotto il sole è cosa vana: “tutto è vanità e un correre dietro al vento” (La Bibbia, Edizioni San Paolo, 2009). Si segna così una grande svolta rispetto agli stessi libri sapienziali biblici precludendo drasticamente agli uomini ogni via alla sapienza e alla felicità. Si afferma però simultaneamente anche il principio della perenne ciclicità dei fenomeni naturali ed umani. Ed è dentro questo tempo non più lineare e non più teleologico ma perennemente circolare che si possono cogliere di tanto in tanto gli sprazzi di gioia che la vita comunque è capace di offrire. Non può essere infatti un caso che la religiosità ebraica pone la lettura di questo passo biblico durante la festa delle Capanne, “festa gioiosa per la raccolta dei frutti della terra.” Dentro il cerchio del ritorno incessante di ogni accadimento anche la vanità del tutto diviene così relativa, lasciando aperta la porta ad uno spirito di ricerca non nichilistico e neppure estraneo alle inquietudini contemporanee.
I due semplici, ma assai arguti e versatili, monosillabi tonici, e , che nel dialetto arcaico del contado perugino stanno per gli infiniti dei verbi andare (gire) e venire, non solo danno il titolo ma, presenti in tutti e ventiquattro i componimenti dialettali, costituiscono l’impalcatura e l’anima di un unico pensiero poetante capace di inverarsi dentro due distinti registri linguistici. Muovendosi in perfetta sintonia con il dettato dell’epigrafe e delle immagini scelte a corredo della sua elegante plaquette Ombretta Ciurnelli infatti costruisce i suoi quarantotto, speculari componimenti poetici, ventiquattro in dialetto e ventiquattro in lingua, ciascuno specchio poetico dell’altro, donando a tutti una precisa identità e una distinta autonomia letteraria. È un medesimo flatus poeticus capace di attingere, contemporaneamente e paritariamente, al patrimonio di una duplice ricchezza espressiva – il dialetto e la lingua – ad animare questo poetare parallelo. Cade così nel vuoto ogni disputa su supposte esigenze felibristiche e su astratte divisioni analitiche sulle cosiddette “lingue della realtà” fittiziamente contrapposte a quelle “della poesia”. Ombretta Ciurnelli infatti non si auto-traduce dal dialetto in italiano né dall’italiano in dialetto: scrive magnificamente versi semplicemente attingendo al suo vasto patrimonio linguistico dove tanto la lingua quanto il dialetto, entrambi profondamente sedimentatisi nella sua psiche e nella sua memoria, trovano terreno fertile a generare poesia.
Le due liriche d’apertura narrano in terza persona dei natali della poetessa “nella pianura a San Martino”, alle porte di Perugia, quando ancora i recenti cambiamenti climatici non influivano con l’attuale virulenza a mutare le stagioni e il freddo dell’inverno “più freddo davvero non poteva essere”. Come venate di una dolce, femminile tristezza e da un gentile ma fermo riserbo, le poesie gemelle ci raccontano che Ombretta “nacque quasi a Natale” dove quel “quasi” ci svela un intimo pudore che nell’idioma arcaico perugino si ravviva nell’ineffabile tenerezza di quel “nascétte guèso adòsso tal Bambino”: una data quindi da ricordare con discrezione estrema!

d’inverno laggiù nella pianura a San Martino
quando più freddo davvero non poteva essere
nacque quasi a Natale
vicino ai campi dove il grano già spuntato
sotto la neve si accovacciava silenzioso

……………..e neanche poterlo immaginare
……………..che nel viavai di nuvole e di sole
……………..di giri di tramontana e di scirocco
……………..tante cose, infine, sarebbero rimaste
……………..solo grovigli avvolti nella mente!

De nguèrno lagiú al piano Sammartino
quan piú freddo davero n’ polév’èsse
nascétte guèso adòsso tal Bambino
còst’i campi dua ‘l grano già nut’ su
sott’a la neve s’acovava zzitto

……………..e mamanco poléllo mmaginà
……………..che ntól ‘l gí e ní de núgole e de sole
……………..de gir de tramontana e ventisótta
……………..bompò ròbbe, tal fin, saríno armaste
……………..sól che gruvíje ngluppate ntla mente!

Quel grano che s’accovaccia silenzioso sotto la neve come a ricercare protezione e silenzio troppo somiglia all’anima della poetessa da sempre raccolta in sé stessa nel tentativo di dipanare quei “grovigli avvolti nella mente” e destinati a rimanere tali. La poesia che, almeno idealmente perché riportata in bella vista sul retro di copertina come a richiamare l’immagine iniziale, chiude, splendido sigillo, l’intera raccolta ribadisce la perenne necessità di porre domande indipendentemente dalla possibilità di ottenere risposte esaustive:

che avrà voluto dire
l’altalena
quando nei passi
sicura non era

……………..(quel gran dondolio nel vuoto
……………..che avrà voluto dire?)

ch’arà volsúto dí
la bilimbènza
quan che nti passe
sigura nunn’éva

……………..(quil gran gí e ní ntól gòito
……………..ch’arà volsúto dí)?

La parola “bilimbènza” vale da sola un intero libro di poesie. Il suono prodotto dal susseguirsi delle consonanti bilabiali occlusive (b) con la palatale liquida (l) e, in chiusura, l’alveolare nasale (n) unita all’affricata dentale (-za) suscita davvero un senso di capogiro simile a quello che può causare il dondolio dell’altalena quando si è sospesi tra cielo e terra. Nella domanda quindi, suggerito dalla stessa poesia, si può intravedere un accenno di possibile risposta: siamo sospesi tra le cose visibili della terra e le molte invisibili del cielo. Ed è proprio una parola dialettale – bilimbènza – a mostrarci questa instabile e fragile condizione. Si conferma così ancora una volta che la poesia, quando è poesia, può inverarsi dentro qualsivoglia codice linguistico.

1 commento su “Il gran dondolio terrestre e celeste di Ombretta Ciurnelli”

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