Della (rara) capacità aggregativa

Esiste anche una capacità che definirei aggregativa nella poesia e nella personalità di Domenico Brancale: nel mese di giugno 2020 stampato da Prova d’Artista della Galerie Bordas di Venezia esce Cadavere squisito e in luglio Metromania Bacon/Artaud per un teatro che non andrà mai in scena. Si tratta di edizioni a tiratura limitata e numerata (ma non è la prima volta che ne scrivo qui) che, liberate da vincoli tipografici quali vengono tradizionalmente imposti alle pubblicazioni appartenenti a una stessa “collana”, assumono i formati più diversi diventando progetti d’arte e di scrittura (anche oggetti) molto originali e stimolanti.
Entrambe le pubblicazioni cui mi riferisco presentano testi scritti a più mani (ecco perché parlavo di capacità aggregativa), il primo da Vito M. Bonito, Domenico Brancale, Fabio Orecchini e Marco Vetrugno, il secondo da Brancale e Vetrugno; il primo testo è stampato sul recto e sul verso di un lungo foglietto ripiegato su sé stesso in quattro (42 cm x 14,5) e inserito in una busta (la “bara”) concepita e dipinta con il suo tipico motivo ramificato da Hervé Bordas, il secondo si presenta come un libretto di 32 pagine (10 di larghezza x 14,5 di altezza) protetto da una copertina color dell’argento.
Tutto questo significa che il primo testo cui mi riferisco dev’essere estratto dalla sua busta-bara, dispiegato, letto dall’alto in basso seguendo una lunghezza non ordinaria e il foglio girato per poter leggere il resto: scomparsa la forma-libro, il foglio potrebbe far pensare addirittura a un sudario-sindone che affida allo sguardo che legge la decifrazione delle tracce-scrittura.
Infatti il testo, perfettamente coerente al suo interno malgrado il chiaro rimando al giuoco casuale di suggestione surrealista del cadavre exquis, è il risultato del montaggio di brevi sequenze di versi provenienti da La vita inferiore (Donzelli editore, Roma 2004) di Vito M. Bonito, da Per diverse ragioni (Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2017) di Domenico Brancale, da Dismissione (Polìmata, Roma 2010, poi Luca Sossella Editore, Roma 2014) di Fabio Orecchini, da Apologia di un perdente (Elliot, Roma 2018) di Marco Vetrugno – il cadavere squisito sembrerebbe essere questa forma-poesia che viene a comporre, per lacerti provenienti da altri libri e per la disponibilità dei singoli autori a rimettere in gioco loro testi già collocati dentro un corpus preciso e di conseguenza pubblicato, un nuovo corpo testuale capace di porre il lettore, oltre che innanzi all’apparenza di un gioco anche autoironico, innanzi a una questione radicale: quando la parola poetica debba essere considerata morta, corpo-cadavere di sé stessa e quando essa, invece, sia viva oppure, meglio ancora, quando essa riesca ad andare oltre la vulgata di quello che per tantissimi è la poesia, accedendo a territori inesplorati.
Se l’operazione qui attuata è stata quella di ritagliare lacerti di testi pubblicati altrove e di cucirli insieme, ebbene è stato effettuato un duplice passaggio: da ogni corpo testuale originario è stato estratto un pezzo e ogni pezzo è stato cucito con gli altri, così che ogni libro originario è diventato un cadavere nel momento in cui è stato amputato di una sua parte, poi chiuso, smesso di leggere e il nuovo corpo che ne risulta dopo l’assemblaggio è ancora cadavere finché non viene estratto dalla busta-bara, dispiegato, letto e i pezzi di cui è composto non tornano ad assumere un nuovo possibile senso proprio perché allontanati dal corpo-libro originario e immessi in un corpo nuovo.
La vita inferiore si apre con due citazioni relative al tema della morte; la prima è di Plutarco, la seconda di Claudia Castellucci che qui riporto: «L’atto di creazione fa provare la morte. Prova la morte […] Si tratta di un sacrificio». Mi sembra che tali parole perfettamente consuonino con l’attacco di Cadavere squisito, di Brancale: «così anche tu alla fine hai preso corpo nella morte / prima che il sipario si levasse» e questo accade (sempre Brancale) «in quello spazio di contesa / tra i vivi e i vivi» – la poesia si mostra nella sua natura di cadavere quando i vivi (i lettori) intervengono poi a continuare l’atto sacrificale che, nella parola, il poeta ha iniziato, anche perché (soprattutto da Celan in poi, ma si potrebbe ricordare pure Anselm Kiefer) sappiamo che la poesia è anche un inoltrarsi in territori di morte, un portare la parola dentro la presenza ineludibile della morte. E, infatti, ecco Bonito: «questo è un viaggio di ritorno / la parte incompiuta / di un già dato oltrepassare» cui si innesta Vetrugno con la sua poesia atrocemente (e risolutivamente) corporale: «con le mie ossa adombrate / fusa / con il precipizio delle mie cavità oculari / fusa / […] / con il congegno maledetto delle mie mani / fusa». Sempre radicalmente (e per questo pietosamente, umanamente) lucida la poesia di Bonito: «a volte entra il freddo / ogni cosa muore di freddo / ogni immagine muore» e, più oltre, dirà: «credere non è necessario / vivere non è necessario / salvarsi non è necessario», mentre Orecchini scrive: «[Assecondavi le stanze nel loro riflettersi mute, strofinate nei vetri lastre altre forme, ombra che muove i suoi passi, china agli sguardi specchi, ostinate pulizie, il pozzo oltre le grate] // inghiottito dalla tua bellezza mi svegliai nell’intestino tuo tenue poi crasso – 3,5 metri dentro te – / tu mi notasti / non dicesti nulla / nemmeno bile vite. Né mi sputasti. Via».
La conclusione è affidata a Brancale: «La sete delle calde acque della parola / va sedata fino ad annegare. // Tu lo sai. Nelle viscere ogni cosa si afferma. // Ogni ragione deve essere superata».
Questo Cadavere squisito riverbera così quattro scritture che si affiancano l’una all’altra: Bonito con La vita inferiore si confronta con l’ontologia dell’essere-per-la-morte che pertiene all’umano, Brancale con Per diverse ragioni porta la parola ben oltre i rassicuranti recinti della ragione cartesiana dimostrandone tutta l’illusorietà, Orecchini in Dismissione fa conflagrare la parola con la realtà industriale e capitalistica cercando e trovando una convincente poetica non velleitaria nella sua attitudine di critica e di denuncia, ma capace di dare forma a una contro-realtà espressa con una parola etica e politica veramente libera, Vetrugno in Apologia di un perdente mostra quanto necessario e risolutivo sia il gesto artistico che rifiuti ogni forma di consolazione e rassicurazione.

Metromania (leggibile nella sua interezza su Antinomie) vede affrontati i testi di Brancale (tema conduttore: Antonin Artaud) e di Vetrugno (tema conduttore: Francis Bacon).
Anche in questo caso la radicalità della questione (l’arte e il suo possibile e necessario rapporto non ipocrita, non borghese, non istituzionalizzato, non formale con l’esistere e con la società) porta i due poeti a non scrivere versi esornativi o mistificatori o narcisistici rispetto alle due figure di riferimento, ma, appunto, a valutare tutta la radicalità con cui sia Artaud che Bacon si sono contrapposti a strutture politiche, sociali e dell’apparato culturale oppressive e antiumane.
Il libretto comincia con parole artaudiane, con un’eco di Artaud come vien detto: «Je n’ai jamais pu supporter qu’on tripote le vers d’un grand poète du point de vue de la sémantique, de l’histoire, de l’archéologie ou de la mythologie – les vers ne s’expliquent pas… la peinture jamais» ed è subito uno schiaffo in piena faccia a tanti esercizi (sterili) incapaci di comprendere (o almeno intuire) le diverse ragioni di una scrittura o di una pittura. Poi, subito, una di quelle coppie ossimoriche tipicamente brancaliane: «Qui nessuno può ascoltarti. / Se vuoi ascoltare devi essere sordo / devi raccogliere l’orecchio mozzo» – è l’orecchio mozzato di Van Gogh, il suicidato della società per dirla con una famosa espressione di Artaud, che già in altri libri precedenti Domenico sperava di trovare per terra e raccogliere affinché la sua poesia avesse la medesima aderenza espressiva, la medesima identificazione radicale tra arte ed esistenza che è di Van Gogh.
«Buio. / Qui tutto è buio. / È come se non fossi mai uscito / dalla segregazione di quella stanza. / Immobile nell’oscurità insondabile / immobile nel pozzo / nel nucleo / nel feto» – la pronuncia di Vetrugno è sempre tagliente, impietosa, sembra impiegare il verso come un bisturi ed è sempre presente a sé stessa con una lucidità che non lascia scampo.
Scrive, infatti, poco oltre: «Splendore dell’uomo / che non si piega alla persistenza del tempo / dell’uomo che non si piega alla morte / ma che anzi la sfida / nel flusso dei suoi liquidi seminali / negli spasmi provenienti dalle sue pulsioni / nell’eccitazione / infinito protrarsi del sospiro delle specie / enfasi disperata / consunzione / consunzione / corrosione» – non è ékphrasis di alcuni dipinti di Bacon, con i quali questi versi sono comunque in dialogo, è ancor meno descrizione o rappresentazione, è, invece, parola di poesia germinata da profondissima intesa, da totale com-prehendere. E ci stiamo muovendo lungo crinali di vertiginosa, consapevole caduta negli anfratti più rischiosi del nostro essere; Brancale: «La bocca è il carcere a vita senza indulto. // Là dove siamo stati senza sapere mai dove / si pratica una libertà dal gesto e dall’azione / una liberazione dalla scrittura e dalla dannazione / una liberazione dal passato e dal futuro / una liberazione dalla consapevolezza e dalla debolezza. // Sempre più disumani» e mi permetto di chiosare che l’ultimo termine, dis-humanus, attiene a una liberazione da tutto quello che intorno al concetto e alla figura di humus, terra, la carceraria civiltà umana ha accumulato per incrostazioni e più o meno consapevoli fraintendimenti e luoghi comuni e sensi di colpa.
Ascoltiamo ancora Bacon/Vetrugno: «Nell’estremo tentativo di anticipare l’inevitabile ritorno nelle oscurità / ho cercato di catturare il flusso vitale / che attraversa i vostri volti. / […] / Ho smussato articolazioni / sventrato muscoli / deformato lineamenti. / […] / Che sia questo il mio lascito più sofferto? / Il mio personale culto dei morti? / Che sia questo il mio estremo tentativo di tradurre l’inesprimibile? / L’incessante?» – in qualche modo Metromania sembra qui ricongiungersi a Cadavere squisito e recuperare alla consapevolezza contemporanea qualcosa che l’arte antica e le sue risorgenze successive già sanno: rendere culto ai morti non significa rimuovere la presenza del morto con stanchi, ripetitivi atti deprivati di senso, ma costantemente rinnovare la coscienza della presenza della morte dentro la vita e la loro reciproca, incessante osmosi.
Brancale, da parte sua, raccoglie l’insegnamento di Artaud: «Quello che si chiama letteratura / la cosiddetta congrega degli scrittori / il popolino dell’immaginazione / puzza / puzza di un tanfo letterario. / Ognuno passa sottobanco il proprio compito all’altro. / Ognuno eleva le proprie insoddisfazioni a dicibile. / Parlano per darsi pace. Sparlano. / Per corrispondere lo stipendio della vanità. / Scrivono per inscenare la vita. / Per questo fingono le parole. / Fingono i volti e fingono i gesti. / Fingono la malattia e fingono la morte. / Pur di comparire nell’elenco conclamato degli artisti / stilano le proprie emozioni», e ancora: «In questo luogo la poesia si trova nei corpi fuori dalla parola / nei bassifondi dell’essere, / fuori dall’ostentazione del libro / dai sottotitoli».
Scrivere, fare arte è, come dice Vetrugno, «Aprire una ferita»: contro ogni dilettantismo (inteso in senso deteriore), contro ogni infantilismo, contro ogni pacificante, rassicurante cullare il “bello” Brancale e Vetrugno mi appaiono avviati a un sodalizio umano e poetico che inizierà senz’altro nuovi itinerari. Ecco perché aprivo questo mio intervento ricorrendo al sintagma capacità aggregativa: è in progetti affini a questo della Galerie Bordas che vanno cercate indicazioni davvero innovative e di frontiera, visto che non un intento utilitaristico spinge gli autori alla pubblicazione, ma vere e proprie affinità elettive, concordanze di sentimento e d’intelletto, fraternità d’intenti.

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