Oracoli (2)

Alfabeti

Ci sono segni, simboli, figure, interi alfabeti senza origine e senza sintassi, nello spazio dove l’ombra si raccoglie per farsi evento e sguardo: lo spazio dove la vita si immerge nella pienezza della sua libertà senza ragione, inavvertita, per vedersi rinascere a ogni alba nelle forme mobili, cangianti, che liberano nel giorno lampi ed echi del suo universo innominato, senza riposo. La scrittura del vivente segue i passi interminati di quella perpetua erranza: da una forma indefinibile al suo mistero rivelato, da ciò che apparentemente permane al vento che ne cancella il profilo, da quanto si richiude in bozzoli di pietra al lampo che spinge più lontano l’orizzonte. L’equilibrio è l’impronta che manca, l’immagine che nel cammino si lascia presentire come assenza. Perché è nelle cose, nella loro semplice, inafferrabile esistenza, che dimora la radice del canto: tutte, una ad una, lettere di un sillabario d’aria, d’acqua, di terra e di fiamma, sorgenti alle cui labbra la pupilla si offre come sete, si abbevera – per restituire alla lingua la misura inaccessibile della metamorfosi e del passaggio.