Una tripletta decisiva

Davide Ruffini

Una tripletta decisiva

Quel vecchio arnese che ci è appena passato davanti, con lo stomaco gonfio, il puzzo di birra, l’occhio appeso, i jeans sfilacciati, le toppe con la bandierina americana sul gomito come un tramezzino del bar, si chiama Stefano Viti e, lo so, si fatica a crederlo, ma un tempo è stato una grande promessa del calcio.
Oggi, dopo essere riuscito a farsi cacciare dal Comune, ufficio anagrafe, dove sedeva, immerito, su un posto “d’oro”, oggi, quando si ricorda, lavora nella claudicante ditta di pulizie del fratello. Per il resto si ubriaca fino a ridursi come un pupazzo e mena sonoramente, «quando angor gliela appuò» come suggerisce qualcuno, la moglie Rina che ha la sola colpa di essere una donna dolce e “venuta su con il lievito della sopportazione”, che ancora non lo molla.
Certo, Stefano, a casa, lo si deve vedere poco. È spesso in scena al bar Catenaccio, il bar dietro lo stadio, dove pontifica sul campionato e su tutte le partite che vengono trasmesse, pure quelle dai campi stranieri più remoti. Alla fine alla fine tutto il suo dire porta sempre agli stessi punti: i calciatori di oggi sono bestie immonde, buoni solo a impomatarsi e a fare i burattini dei procuratori, il miglior tempo del calcio è passato, di giocatori veri c’è rimasto solo Messi ma non è nemmeno sicuro, sarebbe insomma meglio chiudere tutto, conclude, o alle brutte spegnere la televisione. Ma sempre lì davanti sta, anche perché nessuno lo ascolta più di tanto, nemmeno tra quelli che possono dirsi suoi coetanei e lo ricordano sotto altre luci. Di tanto in tanto, qualcuno, quando proprio non ne può più delle sue orazioni o delle sue molestie o non ha più voglia di sfotterlo, avanza un «E avast, Stefanu, non romp’ sempre li pall’ su, arvattene alla cas…». A quel punto chiamano il figlio, gli dicono che il padre sta imbriaco, di venirselo a riprendere; quello, poveraccio, con la santa pazienza e la sopportazione che gli derivano dalla madre, arriva, se lo carica e lo riporta.
Il figlio si chiama Remo ed è il solo in mezzo alla numerosa prole (tre femmine e due maschi) che il padre tra uno schiaffo e l’altro ha ammucchiato nella vita che gli voglia ancora un poco di bene.
Mi sono chiesto tante volte perché proprio lui serbi ancora un po’ d’amore per quel padre tanto squadernato, un padre che, com’è prevedibile, oltre a mazzolare la moglie ha mazzolato pure lui sin dall’età più fanciulla, e mi sono dato tante risposte, ma forse ce n’è solo una che regga…

Remo e io siamo cresciuti insieme, vedendoci quasi tutti i giorni per anni, almeno fino a quando io non ho preso la strada scema per diventare quello scribacchino secco e lungo che sono e lui ha preso la sua strada necessaria per diventare un ciocco grande e grosso della catasta della manovalanza vera che si spacca la schiena qua e là dove serve.
Tra i ragazzi, si sa, comanda soprattutto una cosa… il pallone. Sì, ci sono anche le femmine, ma per le femmine a quell’età c’è sempre tempo. Per il pallone no.
In quel periodo, la nostra religione era quindi il calcio. Stavamo tutti i pomeriggi dietro lo stadio a giocare con chi capitava. Lì c’era un bel campo quasi d’erba, fatto con le porte e i palloni di scarto, dove si entrava da un bel buco della rete o scavalcando, non mi ricordo più, e dove alle volte si allenava anche la Primavera o addirittura la prima squadra che quando gli serviva il campo ci sloggiavano senza dover nemmeno aprire bocca. Mezza guardatura del magazziniere e facevamo il vento.
Lo stadio un tempo si trovava in pieno centro storico, lo avevano costruito lì, come nella più blasonata Siena. Fu già un miracolo che ci entrò tutto, visto che la curva dei tifosi di casa quasi toccava con i suoi gradoni la facciata delle case popolari di dietro, che uno bastava che si affacciasse poco poco dalla finestra o da uno di quei balconi, allungasse la mano e come niente stava già spettinando un ultrà.
In quel tempo ci interessava esclusivamente la partita. Solo dopo io e pochi altri del nostro gruppuscolo di arruffati, seguendo il richiamo della nostra parte buia e saturnina, maturammo più interesse per i personaggi che affollavano gli spalti attorno a noi, che quello per la partita. Con il passare del tempo, sarà che ho dato sempre più spago al mio lato buio, sarà che la squadra del nostro paese è precipitata, non saprei, ma a me è tanto salito l’interesse per quei personaggi che con ogni tempo, e soprattutto con ogni freddo, si piazzano lì, la domenica pomeriggio, a soffrire e berciare sul calcio e la vita, quanto è sceso quello per la partita in sé. Posso quasi dire che il calcio non mi interessa più. Nemmeno quello maggiore della tv. Non così Remo che è rimasto fedele a quegli anni.
Lui abitava proprio in una di quelle case dietro lo stadio. Spesso noi che abitavamo più lontano gli chiedevamo, dopo la partitella, di andare a casa sua a bere o pisciare o peggio, ma lui non ce lo permetteva sempre. In primis bisognava vedere se c’era la Panda bianca del padre che lui venerava e temeva allo stesso tempo. Anche per noi era diventato una specie di mostro ciclopico, mangiatore di bambini e, col passare del tempo, di ragazzi. Se la Panda non c’era, avevamo la via libera. Se la Panda c’era, doveva andare lui in avanscoperta e capire, pure a costo di qualche smanacciata tra capo e collo (ma questo l’ho ricostruito solo dopo), se il padre fosse arrivato “a livello” con birra o vino. In quel caso, dovevamo tenercela.

Un giorno, rimanemmo solo io e Remo. Eravamo già più grandi e le nostre strade davano a intendere che di lì a poco si sarebbero divise. Lui era iscritto in non ricordo quale scuola d’avviamento professionale, io più pavido del domani mi ero ficcato dentro un liceo («poi più avanti si vedrà – mi dicevo già ben dotato nell’arte del rimandare la vita – c’è tempo»). Quel giorno, dopo qualche partitella con altri giovinastri raccattati in giro e un bel gelato in confezione preso al bar, Remo mi disse di salire da lui ché voleva mostrarmi qualcosa. A casa c’erano stranamente tutti, anche il temibile ciclope. L’atmosfera era però come pacificata. Stefano era seduto al divano che guardava la tv, sintonizzata su un canale che mandava la replica di un “parlatorio di pallone”, ossia una tribuna calcistica. In quel tempo, al bar, Stefano faceva un figurone, perché era sempre aggiornatissimo. Ma ne sapeva anche sul passato. Noi, che di solito sfottevamo chiunque, lo stavamo a sentire con rispetto, non solo perché era il padre di un nostro amico o perché ne eravamo intimoriti. Lo ascoltavamo perché ne sapeva. Fu lui a parlarci per primo del poeta-calciatore Ezio Vendrame e di quel giorno che fece morire d’infarto un suo tifoso perché aveva dribblato tutta la sua squadra e fatto finta di farsi un autogol per svegliare lo stadio addormentato da una partita palesemente truccata; Vendrame, l’amico di Piero Ciampi, che una volta per salutarlo come meritava prese il pallone in mano e fermò la partita; Vendrame che si soffiava il naso dalla bandierina del calcio d’angolo e una volta dopo il soffiaggio tirò sbruffone direttamente da lì e fece gol.

Quel giorno, salutammo i suoi e andammo in camera. «Guardanpò!», mi disse Remo, e tirò fuori la stampa di un vecchio giornale. C’era una foto grande, a tutta pagina, che mostrava un giovane calciatore con la maglia a righe del C.; sotto, nella didascalia, era scritto “Stefano Viti in una fase di gioco”. Il titolo dell’articolo recitava “Viti non è più solo una promessa” e il sommario spiegava tante cose, non solo di quella partita: “La tripletta che Stefano Viti ha segnato alla malcapitata Reggina blinda la salvezza dei rossoblu e lancia sempre più Viti verso una carriera di successo. Indimenticabile il suo terzo gol direttamente dalla bandierina!”.

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