L’opera dipinta

Yves Bergeret

 

L’opera dipinta

 

 

Tratto da:
La Maison des Peintres de Koyo
Éditions Voix D’Encre
Montélimar, 2006

Traduzione di Francesco Marotta

 

 

(Continua da qui)

 

Se la sua apparenza visiva è di una bellezza eclatante, la specificità della creazione dei cinque pittori del villaggio, che sono senza scrittura e con una cultura orale complessa e molto ricca, consiste in primo luogo nell’essere un atto di trasmissione; questa trasmissione si effettua in due momenti, indissociabili.

Il primo consiste nel dipingere il segno grafico, un insieme di linee e di tratti, arricchito da numerosi punti o macule : succede così in tutti i poemi-pitture che creiamo sui tessuti. Qui, nella Casa dei Pittori, il segno grafico si dilata e utilizza largamente gli strati uniformi.

Il secondo momento consiste nel fatto che il pittore «legge quello che ha scritto» sul tessuto o sul muro. In questo modo l’atto di trasmissione si completa e si conclude ritornando nell’oralità. Quando finiscono di dipingere e posano finalmente i loro pennelli, i pittori tengono a spiegarmi scrupolosamente quello che «hanno scritto» e mi raccomandano di annotarlo. Succede che essi cambino un po’ il contenuto che trasmettono oralmente, se si rivolgono a un’altra persona. Il segno grafico è anche un canovaccio memoriale visivo per consolidare e lanciare la trasmissione orale.
Ecco quello che i pittori mi hanno detto il 16 luglio.

 

 

A destra della porta d’ingresso, la pittura, che occupa due metri di larghezza per un metro e mezzo di altezza, è stata composta all’inizio, in forma di sinopia, da Dembo e Belco insieme. Ma la seconda fase del lavoro, con i colori naturali che ho portato da Die, è stata realizzata dal solo Belco. Egli dice che la parte destra, ampia, rappresenta la grande «piazza» davanti alla roccia proibita di Dumno Tuo, lo «spazio» entro il quale sono state edificate la Scuola e la Casa dei Pittori. Un grande uccello, Ogo Saï, il mitico messaggero dei buoni raccolti, viene a osservare la «piazza» e a verificare se la costruzione della Casa dei Pittori è a posto: infatti, la approva. In alto è rappresentato il sentiero dopo le case del villaggio. A sinistra, continua Belco, è raffigurato Alabouri, la personalità più importante e radiosa del villaggio, che dice «è fatta» e «guarda attraverso la porta aperta (vicino alla vera porta) se la pittura è bella». «Bella» è traduzione poco rispondente del termine «gen», che sta ad indicare ciò che ha raggiunto e realizzato il suo compimento e prodotto tutti i suoi effetti concreti, per mezzo dei suoi poteri, sul mondo reale.

Sul muro in fondo a sinistra della Casa dei Pittori, disponendo di una superficie di due metri e mezzo di altezza per quattro di larghezza, Hamidou ha creato un vasto affresco a sfondo giallo oro nel quale confronta la vita di Koyo con quella (per quanto ne ricorda) di Roma. Egli integra l’una con l’altra. «A sinistra, tutto il villaggio di Koyo; a destra l’Italia», dice. Per quel che riguarda Koyo, in alto ha dipinto «le prime pietre utilizzate da Yves solo per posarvi delle parole nel luglio 2001, a Bonodama; al di sotto, le donne che hanno cantato la prima sera» e una percussionista che le accompagna con un piccolo tamburo parlante; in basso, le vasche d’acqua nelle rocce (taga), perché le donne in questi giorni cantano invocando la pioggia che tarda e dovrebbe riempirle abbondantemente.

A destra, dunque, l’Italia. In alto le montagne italiane. Poi, in basso, le rovine di Roma (Hamidou è rimasto colpito da quelle della Domus Aurea); i due elementi dritti e appuntiti verso l’alto sono, egli dice, «i grandi bastoni posti davanti alle porte» (si tratta delle colonne, come quelle davanti al Panteon, che egli ha lungamente osservato?). I triangoli al di sotto di queste colonne ( ?) raffigurano Piazza Navona e le sue fontane, dice; al centro, un antenato in una casa – poi Hamidou aggiusta il tiro e dice che è una «statua che rigurgita acqua». Sotto, quasi al centro, due «vecchi, vivi, che ha visto nuotare in una fontana»; a sinistra, «il venditore di gelati al cioccolato», che ci ha regalato, e, a incorniciare i due nuotatori, due ponti sul Tevere.
Il fregio alla base, nei colori originali delle pitture rupestri, ocra, nero e bianco, raffigura, in sette motivi ripetuti, i cinque pittori di Koyo, Alabouri e il poeta.
La parte superiore, con le sue forme geometriche, ritrae le montagne di Koyo a sinistra, quelle italiane a destra; poi Hamidou rettifica e dice che si tratta del cielo di Koyo e di quello d’Italia proprio al sopra del profilo della cresta delle montagne: un cielo quindi minerale e legnoso, nella sua raffigurazione.
Va precisato che Hamidou non ha visto a Roma le chiese a mezza cupola dai mosaici dorati, né i dipinti su tela dei primi artisti rinascimentali.

Sul muro successivo Alguima ha dipinto di prima intenzione una grande scena complessa. Tre metri di larghezza per due metri di altezza. Egli «fa la lettura della sua pittura» nell’ordine qui proposto.
In rosso, in basso, leggermente a destra rispetto al centro, ha fatto dipingere da Hamidou un piccolo personaggio a mezzo busto: il poeta (cioè io). La doppia forma geometrica, un po’ inclinata, sovrastante, afferma: «questa Casa è per tutti i Pittori»; questa doppia forma stabilizza per il villaggio e per lo straniero la perennità della vita e del pensiero dei pittori. Al di sopra, enorme, il poeta, con le gambe che racchiudono l’affermazione che Alguima ha evocato e un’altra raffigurazione, più piccola, sempre del poeta. A destra, un visitatore, uno «straniero»: in sostanza, ombra del poeta.
A sinistra, in blu e giallo, con rombi e, verso il basso, qualche quadrato: la Casa dei Pittori. A sinistra, in rosa e verde, in basso, la grande pietra innalzata, come una stele, all’entrata della «piazza» dove sono state costruite la Scuola e la Casa dei Pittori, e che Alguima ha arricchito con le sue pitture dal 2003: viene chiamata Kubi Dosu Tuo. In alto a sinistra, il «luogo» di riunione dei pittori e di Alabouri. A sinistra del centro, al di sopra della Casa dei Pittori, in nero, giallo e verde, «il pensiero dei pittori». A destra, tra il poeta e il turista, in mezzi rombi verticali neri e rosa alternati, «il cammino del viaggio del poeta».

Sotto la finestra, Hama Alabouri dice di aver dipinto, in un quadrato di un metro di lato, Dickobébibatokié («il piccolo toko del padre di Dicko»), cioè la piccola breccia nella cresta occidentale, dalle forme geometriche sorprendentemente frastagliate. Il personaggio è il padre di Dicko; l’uccello alla sua sinistra è quello che è andato a cercare – a cacciare, precisa poi Alabouri -, scendendo con una corda nella falesia dall’altra parte della breccia, impresa che è subito diventata soprannaturale e mitica per gli abitanti di Koyo.

Alla destra della finestra, Hama Alabouri ha dipinto una grande composizione, di più di due metri di altezza per due metri e mezzo di larghezza, la cui costruzione è abbastanza semplice. Dapprima, quasi rivolta alla finestra, un’ampia scacchiera, movimentata, con alcune sue linee che si mettono ad ondulare, se non poroprio a ballare. Hama Alabouri, man mano che me la «trasmette» oralmente, cambia il contenuto della sua relazione. Si tratta in primo luogo, dice, della stuoia distesa per terra, sul pavimento della casa dove ognuno vive con la sua famiglia, anche se i motivi della sua tessitura appaiono curvi; poi aggiunge che si tratta dei motivi di una stuoia che sono raffigurati su una porta, una porta chiaramente decorata (come del resto alcune nel villaggio, decorate a scacchiera bicroma). Questa porta dipinta fronteggia, precisamente, la porta d’entrata nella Casa dei Pittori.

A destra Hama Alabouri ha dipinto un gruppo di cinque personaggi: i cinque pittori di Koyo che fanno gruppo col poeta. Eccoli, dice, all’interno della grotta di Guiéssiri Ganu, profonda, ampia, con dei resti antichissimi (tellem?) e dei segni incisi, a mezzora di cammino dal villaggio, sull’altopiano. E’ lì che i cinque pittori sono andati a cercare l’acqua necessaria alla fabbricazione dei mattoni di terracotta, quando hanno costruito, nella stagione secca, la Casa dei Pittori: in quel periodo nessun uragano riempiva le vasche d’acqua tra le lastre rocciose dell’altopiano.

Sulla parete adiacente, a sinistra, alto al massimo due metri per una larghezza di circa un metro e mezzo, Belco ha dipinto Bachir, il marito della mia padrona di casa tuareg nell’oasi di Boni, ai piedi della montagna di Koyo; è un commerciante di cammelli nel giorno di mercato; tiene il cordino di un cammello sul quale monta, come avvenne in realtà due anni fa, mia figlia Clémence.

Sotto il cammello, Dembo ha dipinto, utilizzando abbondantemente il colore viola, la «piazza» dove i pittori tengono le loro riunioni. Sopra, a destra, e dietro il cammello di Belco, Dembo ha dipinto, dice, «l’eccezionale diffusione della conoscenza del villaggio»; l’espressione è ambivalente, perché designa la notorietà del villaggio e contemporaneamente il cammino nella conoscenza iniziatica che esso possiede da secoli, ma anche che ne aveva un po’ smarrita la pratica, se non proprio la memoria, e che egli la riattiva lavorando da sette anni con il poeta. L’insieme misura al più due metri di larghezza per un metro e ottanta di altezza, connesso verso il centro del muro con la pittura di Belco.

La pittura di Dembo continua sul muro successivo, dopo l’angolo. Un metro e mezzo di altezza per un metro di larghezza. Ecco una seconda forma, più o meno ovale, molto più grande della precedente. Dembo dice esattamente questo: «a sinistra, ci sono tutti gli abitanti del villaggio che vengono a partecipare alla costruzione e alla creazione della Casa dei Pittori; a destra, ancora tutti gli abitanti e il Capo del villaggio. Il successo dei pittori e della loro costruzione rende felice il villaggio che dà un contributo sempre maggiore: è quello che ho dipinto in basso, dice Dembo. La soddisfazione si espande e si diffonde, come il soffio del ventilatore o quello del ventaglio di paglia, come i cerchi concentrici nell’acqua». Quanto alla grande lucertola al centro, Dembo sceglie di dire che è l’uromastice che è stato presente ogni giorno della costruzione di questa Casa e che è l’amico dei pittori.

Sotto, verso destra, in due metri e mezzo di larghezza per due metri di altezza, Hamidou ha dipinto il grande stagno di Yogodugui, in pianura, nel quale è caduto e si è impantanato qualche mese fa un elefante. Questo elefante ha provocato degli enormi danni nei campi. Sono venuti a tirarlo fuori dall’acqua fangosa. I tratti di pittura bianca nel pantano mostrano, dice Hamidou, i numerosi sacchi di sabbia che sono stati gettati nello stagno affinché l’elefante potesse liberarsi dal suo impedimento.

 

Questa Casa dei Pittori è il coronamento di sette anni di creazione collettiva dei cinque pittori di Koyo col poeta francese.
Creazione collettiva ma anche individuale: il temperamento e lo stile di ognuno vi si riconoscono facilmente e vi si affermano con una trasparenza senza espedienti. In particolare, pensiero e riflessione in Alguima, Hamidou e Hama Alabouri; espansione lirica ed eloquenza in Dembo e Belco. Ma, comunque sia, sempre con mano sicura ed efficace.

 

Questa Casa, oltre alla sua bellezza dinamica che la pone al centro dell’arte contemporanea, assume fin dalla dalla sua creazione parecchie funzioni.

Elabora una cronaca selettiva degli avvenimenti simbolici di questi sette anni e anche delle ultime settimane.

Fissa, conferma e rinforza attraverso la pittura (a strati e non più unicamente a tratti colorati) l’autorevolezza alla quale pervengono il gruppo di pittori e il villaggio. E vi pervengono sempre solo ed esclusivamente per mezzo della conoscenza.

Determina e nomina i luoghi chiave del pensiero e della vita del villaggio, dei quali la creazione e poi l’atto di dipingere questa Casa hanno individuato e affermato l’esistenza: la stele davanti alla «piazza» della Scuola e della Casa, le «piazze» delle riunioni, la Casa stessa, le pietre dipinte, all’origine di tutto il processo, ad opera del poeta.

Attraverso la loro pittura nel chiuso della Casa, i pittori hanno organizzato, validato e creato, creato in termini cosmogonici, un nuovo mondo che magnifica il mondo animista, tradizionale, del villaggio. In maniera significativa, Hama Alabouri ha mostrato la grotta primordiale dove si è cercata l’acqua, sangue della montagna, madre della parola, per dare vita al pensiero dei pittori e materia al lavoro delle loro mani, per fabbricare i mattoni di terracotta dei muri: e giustamente la Casa dipinta riformula il mondo. Hamidou mette in scena congiuntamente il Canto delle Donne, canto fondatore del senso della vita rituale e quotidiana, accompagnato dal piccolo tamburo mentre cantano all’inizio della stagione delle piogge, quando le vasche d’acqua cominciano a riempirsi, la ripresa di contatto e di dialogo con le anime degli antenati che risiedono, precisamente, nell’acqua di queste vasche; mette in scena, parallelamente, le pietre di Roma che rigurgitano l’acqua, che offrono l’acqua, pietre-sorgenti (tra le quali quelle di Piazza Navona l’hanno tanto colpito) e vi associa, al di sopra del canto fondatore delle donne, le prime pietre dipinte dal poeta, quasi all’inizio di tutto il processo creativo in dialogo da sette anni. Infine, Alguima fissa, attraverso la composizione possente e sapientemente padroneggiata della sua pittura, la scacchiera complessa del pensiero e della perennità della Casa dei Pittori, scacchiera accostata al corpo del poeta e a quello dello straniero, accolto ma vigilato: una vasta graticola di parcelle e di maglie, maglie e reticoli di legami come è la vita, come è il pensiero in questo villaggio straordinario, come è la creazione in dialogo dei pittori e del poeta, lenta, progressiva, fatta di slanci, di riflessione e di intuizione, di audacie e di arretramenti, itinerari nello spazio roccioso e nella complessa profondità del mondo che vive.

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