La palude

SIMBOLO-ZEN

Luca Elli

LA PALUDE

da La casa di Dio
(Tre racconti più uno)

 

Sotto una linea grigia, che divideva un’ipotetica acqua da un ipotetico cielo, identificò la palude. Alzandosi dal fango da cui era appena emerso e girando gli occhi in tutta la sua estensione, poteva verificare lo spazio disponibile: perché era tutto vuoto? Il suo sguardo, sbalordito da questa incomprensibile visione, tentava di ricreare allora i contorni di quelli che potevano essere profili di vegetazione o di nubi, stendendo un velo di inebrianti colori atmosferici, rintracciando in sé il sentimento assopito di ogni elemento desiderato. Ma era strano, non stava dipingendo, non era una tela, era reale. Dunque, l’immagine concreta doveva pulsare viva dietro l’incapacità del suo occhio, al di là di ogni sua possibile creazione. Sentì che la palude sotto i suoi piedi si stava muovendo lasciandolo affondare. Non capì cosa stesse succedendo, se era da poco risorto dal fango, nudo, come un essere primordiale, perché ora, dopo quell’attimo di luce, lo stava trascinando nuovamente in sé? La sua vita ingenua e immatura non riuscì a darsi spiegazioni. Che l’unico senso plausibile fosse quello di percepire vagamente la realtà, per accorgersi subito dopo di averla trasformata nel supporto della propria finzione? Perché i colori che aveva sparso in questo universo si stavano mano a mano sciogliendo, accompagnandolo nella sua dissoluzione dentro quel magma originario? Non era stato all’altezza? Avrebbe dovuto dare di più della sua semplice immaginazione? Cosa esigeva quella realtà perché la terra ritornasse solida sotto i suoi piedi? Cosa voleva per rivelarsi per quello che era? Non era sufficiente che fosse quello che lui volesse? Non bastava questo dono esclusivo della sua volontà? Aspettava un altro creatore, occulto, che le avrebbe dato vita con la sua fisicità, fiorendo in forme autentiche e spontanee? E se non fosse venuto? Che fosse condannato lui stesso a essere ingoiato e sputato fuori all’infinito? Senza possibile soluzione affondava sempre di più. L’opera da lui creata si era ormai ritratta nel vuoto e tutto quello che vide, prima di essere nuovamente assorbito nella palude, fu un unica linea grigia all’orizzonte.

Giovanni scostò le lenzuola dalle spalle e con il volto ancora immerso nel torpore del cuscino, aspettò una buona ragione per alzarsi. Dalle persiane penetrava già la luce del sole che si stagliava netta sul pavimento, salendo sulla scrivania e illuminandola con le sue lamine bianche. Si rigirò su un fianco voltandosi verso l’angolo opposto ancora immerso nella penombra. Il sogno che un attimo prima era così chiaro ora che s’era svegliato si rivelava un’accozzaglia di immagini senza senso, sgretolate e incomplete. L’unica cosa chiara, di cui poteva dire di ricordarsi con certezza, era come iniziava e come finiva e gli sembrava che le due estremità fossero la stessa cosa. Niente di più. Riassaporò le sensazioni che gli aveva lasciato, non poteva certo dire che fossero gradevoli. Con gli occhi spalancati si sentì costretto a starsene per un attimo rannicchiato e aspettò immobile che, come una bolla di sapone, svanissero senza alcuna ragione, scoppiando silenziosamente nell’aria.

(Continua a leggere su “La Biblioteca di RebStein”, LXXIX

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