Una conquistata dismisura: su “Un uomo con la guerra dentro” di Jonny Costantino

Viene pubblicato in questi giorni da Lamantica Edizioni un nuovo libro di Jonny Costantino: Un uomo con la guerra dentro (vita disastrata ed epica di Sterling Hayden: navigatore attore traditore scrittore alcolista).
Dico subito che si tratta di un libro capace di essere, nello stesso tempo, biografia e testo narrativo, saggio e diario personale: chi cerca opere che non possano e non vogliano essere ascritte a un genere specifico ha trovato quella più adatta. E aggiungo: è un libro che riflette perfettamente la personalità umana e intellettuale di Jonny, perché esso è vulcanico, appassionato, precisissimo e informatissimo, diretto e visionario proprio come il suo autore.
Chi in questo stesso spazio avesse letto di Mal di fuoco sappia che si trova ora di fronte a un libro completamente diverso per impostazione e argomento, ma improntato dalla medesima postura intellettuale e germogliato dalla medesima radice che definirei un’appassionatissima attenzione alla vita, anche quando quest’ultima può manifestarsi nei suoi aspetti meno nobili, attenzione che, in questi casi, si traduce e si è tradotta in scrittura allo stato puro, in altre circostanze in film.
E non a caso sottolineerei ora proprio la forza, l’originalità, l’estro stilistico e linguistico che contraddistinguono il libro, il quale si può leggere, ovviamente, come un’intrigante biografia di Sterling Hayden, ma del quale si può e (da parte mia insisto a dire) si devono apprezzare il linguaggio e lo stile: non ci si faccia ingannare dall’altissima ricorrenza di termini, espressioni, strutture sintattiche dell’italiano parlato che, a mio parere, vogliono sottrarre il libro al rischio dell’accademismo e della retorica, ma anche coinvolgere il lettore quasi si trattasse di una lunga conversazione essenzialmente (e, sembrerebbe, esclusivamente – ma non è così) sul tema del cinema – Jonny Costantino costruisce in realtà un libro che è capace di biforcarsi e ancora biforcarsi a ogni nuova informazione, a ogni nuova tappa della vicenda artistica ed esistenziale di Hayden, a ogni nuovo motivo di riflessione e senza mai perdere il saldo controllo né della materia, né della coerenza e dell’architettura dell’intero discorso; l’opera sviluppa e moltiplica e incrocia moltissime direzioni: l’arte di fare un film e di recitarlo, l’istinto perennemente e irrinunciabilmente nomade, la rigorosa e documentata analisi critica di film e di epoche cinematografiche, la storia degli ultimi decenni, gli incontri e gli entusiasmi personali, l’alcol e le sue valenze esistenziali, l’erotismo, l’arte di cercare e d’incontrare le persone, il jazz, la letteratura, la labirinticità della vita e del mondo…
Scrive Jonny nel Prologo: Questo libro nasce dalla visione di un film di Wolf-Eckart Bühler, Pharos of Chaos. Ho conosciuto Eckart il 24 giugno 2019, dopo la proiezione della pellicola presso la Cineteca di Bologna, durante il festival Il Cinema Ritrovato.
Segue il racconto dell’inizio (appena aurorale) del rapporto tra Jonny Costantino e Bühler dato che il regista tedesco muore precocemente e improvvisamente e il primo incontro di Bologna non ne conoscerà altri – ma ecco che Un uomo con la guerra dentro comincia a rivelarsi una scatola che ne contiene un’altra: il rapporto che Jonny desiderava instaurare con Bühler e che certamente sarebbe diventato un’intensa amicizia (lo chiamerei la prima scatola), consente comunque di articolare l’ampia opera dedicata a Hayden (la seconda scatola che ne contiene a sua volta tantissime altre, visto che le persone chiamate in causa, i fatti narrati, i luoghi citati sono un numero sterminato e visto che Jonny è sempre presente a commentare, a contagiarci con il suo entusiasmo, a stupirci con la sua conoscenza amplissima e profondissima).
Il film di Bühler (Pharos of Chaos, appunto, Leuchtturm des Chaos in tedesco ) prende a sua volta da una parte spunto dall’autobiografia del 1963 di Hayden, Wanderer, dall’altra deve il suo titolo a un altro libro di Hayden (che dà il titolo al film stesso) e che non vedrà mai la luce ed è un documentario di 114 minuti ottenuto dal montaggio del materiale girato durante un incontro di più giorni (agosto 1981) tra Bühler e Hayden sulla chiatta di quest’ultimo ormeggiata a Besançon; il libro di Jonny Costantino è, quindi, l’ulteriore anello di una catena che ha legato tra di loro degli uomini che hanno avuto voglia d’incontrarsi e di abbandonarsi all’avventuroso, nomade piacere della conversazione. Ora accadrà che ogni lettore che prenda in mano il libro di Jonny entrerà nelle innumerevoli scatole cui accennavo o, se si preferisce, in un universo nel quale convivono tempi e luoghi diversi, ma unificati dalla storia esistenziale e professionale di Sterling Hayden.
L’istinto libertario, la pulsione di morte, l’erotismo, l’alcolismo, l’onestà spinta talvolta fino all’autolesionismo di Hayden baluginano nelle pagine di Jonny offrendogli la possibilità di riflettere, approfondire, ipotizzare e mai, mai con la saccenteria dello specialista né con l’insopportabile pesantezza del pessimo scrittore, ma, ben al contrario, con la capacità (che soltanto appartiene a chi sa scrivere) di modellare la lingua e lo stile al servizio di un raccontare che è anche l’esaltazione delle possibilità più alte e più raffinate del saggiare: aprire nuove ipotesi, nuove suggestioni, intravedere connessioni, donare al pensiero la possibilità di esaltarsi e di azzardare, pur restando saldamente ancorato a contenuti molto precisi e perfettamente documentati.
Amo molto questo scrivere che prende l’abbrivo dall’opera di un altro autore della quale ci si è innamorati (nel caso presente, ribadisco, Pharos of Chaos di Bühler) e che è in grado di sviluppare il racconto di una vita che è anche il racconto di anni che continuano a determinare il nostro presente (Hayden nasce nel 1916 e muore nel 1986): occorre tutto il talento della visionarietà che Jonny Costantino possiede per intessere un’opera così intesa a realizzare una conquistata dismisura (intendo dire: scrivere della vita di Sterling Hayden e di Pharos of Chaos di Wolf-Eckart Bühler che sono, già entrambe, qualcosa di smisurato) perché solo chi è capace di vedere anche con la propria scrittura (non solo traverso la cinepresa) può comporre un libro nel quale la partecipazione umana è essenziale diventando anche riflessione su sé stesso e sul proprio tempo. Jonny parla, ricorrendo a un’immagine che ama, della fiamma che alimenta i nostri azzardi, i nostri sforzi, i nostri sogni, c’è sempre un brivido che investe il pensiero e i sentimenti a vivificare queste pagine le quali sono tra l’altro dedicate a uno scrittore (e, quindi, Un uomo con la guerra dentro è anche scrittura su di una scrittura), dal momento che Hayden è stato uno scrittore che ha pubblicato due libri, Wanderer del 1963 come già sappiamo e Voyage: a novel of 1896 del 1976, ma il cui lascito di manoscritti è enorme e ancora in attesa di essere esplorato. Jonny Costantino, come già ha fatto Bühler, getta uno sguardo nell’abisso che per l’intera vita scruta quest’uomo imbarcato fin da giovanissimo sulle navi, modello e attore, eroe della Seconda Guerra mondiale sul fronte jugoslavo, membro per poco tempo del Partito comunista statunitense, coinvolto nell’inchiesta della commissione istituita da McCarthy, irrimediabilmente ferito da questa esperienza, dalla vita sentimentale tormentatissima, dalla coerenza etica indubitabile, dall’aspirazione libertaria totalizzante.
L’avventura di un film, di una vita, di una scrittura, il tenebrore e la virulenza della passione di vivere che in Hayden s’è espressa anche nella dedizione all’alcol (scrivo dedizione, non abuso, ché Jonny mette ben in evidenza come il bere sia stato per Hayden una scelta cosciente non di autoabbrutimento né di autoannientamento) ha trovato prima nel lungo, complesso, radicalmente anticommerciale e anticonvenzionale girato di Bühler e nell’altrettanto anticonvenzionale e protestatario libro di Jonny Costantino menti e disposizioni umane aperte e ospitali, capaci di farsi carico, per propria coerenza etica e intellettuale, di una storia che meritava non solo di essere raccontata sullo schermo e nella scrittura, ma anche di essere fatta entrare dentro sé stessi e proprio in anni così vili quali i presenti.
Due avvertenze prima di concludere: ho usato nel mio intervento anche vocaboli ed espressioni presi pari pari dal libro, ma non dirò quali sia per sfidare la perspicacia del lettore, sia per stuzzicarne ulteriormente la curiosità; riporto tre brevi passaggi del libro, invitando comunque i lettori della Dimora a seguire la scrittura di Jonny anche sul Primo Amore, su Antinomie e su Rifrazioni, spazi nei quali riconoscerne e seguirne una precisa idea di cinema e di arte.

 

Poi c’è la questione della scrittura. Teniamo presente che l’uomo filmato a Besançon è l’attore Hayden e il navigatore Hayden, chiaramente, ma anche e soprattutto lo scrittore Hayden. Per lui uno degli effetti più devastanti del Caos è l’impossibilità di scrivere, l’impotentia scribendi. Il Caos è quando quella «lenta meravigliosa forza guida» che ti spinge a scrivere viene meno e tu sei perduto. Il Caos è quando non puoi scrivere e, non potendo scrivere, non sapendo cosa fare, sei alla mercé dei tuoi vuoti, della tua balordaggine, dell’insensatezza del mondo. Recitare, navigare, scrivere: sono le tre cose che Hayden dice di saper fare bene, precisando che la terza, scrivere, è «la più difficile». Scrivere – per quest’uomo che scrive con un tuffo al cuore – è innanzitutto recitare la propria verità di uomo, cercare la scatola nera che fluttua tra i marosi della coscienza e dell’incoscienza, che non è facile afferrare e men che meno trattenere: arriva sempre un flutto birichino che pregiudica la presa e spinge l’agognata verità sotto qualche piega dell’anima. Scrivere è raschiare dalla faccia i residui della maschera, sapendo che sotto la faccia può esserci un velo più duro del cranio. Una procedura, si capisce, sanguinolenta: capita come niente di staccare fette di carne e scalfire il velo arrivando all’osso. Nemmeno l’osso, di per sé, è garanzia di verità. (pagg. 103-105)

Sterling Hayden è un uomo bigger than life che, in quanto tale, avrebbe sofferto a contatto con i registri e gli stilemi del documentario canonico, come ha sofferto a contatto con i margini e le motivazioni della vita canonica e della Hollywood canonica. Era necessaria una forma filmica proporzionale alla sua fisionomia spirituale e temperamentale. Era necessario fare un cinema corrispondente a un’altra idea di cinema. Un cinema impudente e imprudente, più alto e più basso del cinema che si conviene. Un cinema fuori-formato che altrove ho chiamato ultracinema. Un cinema bigger than cinema. […] Pharos of Chaos è un film bigger than cinema e dicendolo affermo per prima cosa che è un film eccessivo su un uomo eccessivo. (pagg. 162-163)

Quello che voglio dire, con un’energia prossima all’urlo, è che non è vero che il cinema d’autore è morto, checché ne dica chicchessia, fosse pure il fantasma di Murnau o Vigo. Il cinema d’autore non sarà morto finché ci sarà a piede libero un solo autore vivo. Forse è destinato a un periodo di clandestinità, di corroborante messa al bando, ma non morirà almeno fin quando ci sarà uno screanzato col pallino di scrivere romanzi o poesie o invettive o bestemmie non con le lettere dell’alfabeto bensì con i suoni e le immagini in movimento. «Io sono una forza del passato». Questo verso di Pasolini da Poesia in forma di rosa (1964) mi ha sempre interrogato e fatto pensare, ma solo negli ultimi anni ho cominciato a coglierne, o almeno credo, l’effettiva portata protettiva e propulsiva. Mi sono chiesto: di quale passato parla PPP? Cosa protegge, cosa propelle, PPP? Condenso la risposta che, con beneficio di ulteriore inventario, mi sono progressivamente dato. Il mio passato, fossimo anche gemelli, non è il tuo passato. Il passato non è già dato, blindato. Il passato è creazione ed elezione. Scrive Pasolini in forma di rosa:

E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più

Essere una forza del passato, esserlo nell’accezione di PPP, significa essere «più moderno di ogni moderno»: significa essere una catapulta nel futuro. A fronte di un amore per la vita che non per tutti è incondizionato, a fronte di affratellamenti e assorellamenti a prova di morte legale e biologica, a fronte di un’arte eroicamente vissuta, più resistente di ogni singola comparsa carnale nel caos dell’esistente, il futuro dove ci fa piombare il passato che amiamo è l’unico futuro sul quale ha senso puntare, l’unico futuro dove possiamo proiettarci senza tradirci, mentre viviamo l’unico tempo che c’è dato vivere con il corpo, la mente e tutto il resto: il presente (pagg. 183-185)

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