Vulnus

Kiefer

Vulnus

ci vuole la luce violenta di un rogo
per accostare l’abisso di volti che migrano
immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi
liberare le tue labbra dal gelo
madre che parli l’infanzia dei giorni

*

nessun presagio
solo un fremito di ebbra insidia
ripensando l’orlo franato
del calice il pungolo inquieto
che fosse visibile sostanza
l’urlo tracimato del sole il nero
di luce che tradisce le dita
così sciama in rivoli d’insonnia
l’immagine a cui la mano aggiunge
il taglio e l’ombra e dentro l’ombra
il segno che racconta un corpo
dove il mattino è scritto
in piaghe e croci dove il farmaco
pietoso rovesciato intorno
era cedimento d’argine e labirinto
di voci appare ora al tatto

*

correggi la luce
che si aggroviglia e confonde
senza dimora e indovini
in un fiotto di polvere il corpo
la bocca l’informe respiro
che porta ancora il tuo nome
chi ti conobbe consumata di sere
esitante del vivere
stringe nel pugno il tempo
di un fiore di neve l’impronta
di un seme ritornato per sempre
alle terre pellegrine dell’aria

*

di notte ti protegge il ricordo
di una casa in piena luce il labbro
stretto in un suo silenzio e il corpo
che quasi cede su un fianco
senza impurità senza più sogni
ma sono attimi che ti riguardano
come l’acqua un sasso
immobile nel suo deserto
azzurro privo di varchi
come la voce fulminata in gola
la misura esatta del respiro
ora che l’attesa pare una specie
di vento la curva che gli occhi fanno
nel dolore

*

dispensa vampe
che il volto consuma di un bisogno
inevaso la prigione che dici si cura
di fuochi andature persuase
e sentieri sbarrati
da tagliare a passi di lama
nella resa che cerchi
perdendo lune dagli occhi questo
gioco che è sprezzo di serpe
tra tutte le voci la vocale
più scura più viva

*

sensibilità del vento
che assottiglia il crepuscolo e
sciama abitato da un fuoco
in lampi di attesa la sua grazia
diventata uragano che irrompe
a franare le ore a disperdere
il giorno in un groviglio di braci
senza un grido
che possa da immagini frante
ricomporre con l’olio dei santi
parole passate al setaccio
di bocche di mani restituire
allo sguardo figure d’offerta
rivestite di pelle di umori la sera
ti cerca che avverte già le tue ali
ripiegate all’incontro

*

si trascinano occhi e mani di morti
a correggere il respiro malato
degli alberi il fermo immagine
di nevi dissepolte e le dita
che incrociano rami e bagliori
come chi attraversa la soglia e
si abita dove la fronda s’arrocca
vomita germogli di grida

*

la mano raccoglie ricordi
perfettamente tesi sgomenti
levigati a filamenti di saliva
in quello scarto che la lingua compie
per distorta afasia di speranza
poi si allontana senza tormento
murata in uno sproposito
di nuvole una parvenza d’alba
impigliata nell’occhio la tenta
ma nella gola un veleno preme
brucia consuma la voce
un dovere d’aria la chiama
senza nessuna legge di parole forse

*

si perde in sabbiose minuzie
in un vociare stento di clausura
che non basta la vita a definirne
il senso la grammatica visibile
dell’esistente eppure quanta anagrafica
purezza cova l’imperfezione
che rileggi materna lo sghembo
tenace ornamento che ricopre
a malapena la lesione del ventre
la cicatrice sepolta nel bianco
del foglio lo smorire dell’orma
l’inganno senza memoria della riva

*

dissipare la memoria di uno specchio
senza tradirsi al pensiero
di ciò che rimane muto in quella fiamma
in quella banda d’illusione
da spremere in profili d’acqua
orbite di scintille e due papaveri
ardenti per occhi e lasciare
che sia questa la sera la lingua
che s’intorbida come un respiro
d’erba sul ciglio delle sabbie
l’oscuro di una donna tra le braccia
in un polverio di sguardi
che recitano rosari di luce
in faccia alla morte nel qui e ora
che tace che si tace insieme

*

un cerchio di umori
il rarefarsi della luna su un paesaggio
di resti cui manca l’afflizione dello sguardo
il permanere nel punto estremo
dove l’ultimo refolo di luce
ammanta la maceria di miracolosi
risvegli sarà questa leggera
vigilia di attimi inudibili
il rovescio che a volte germoglia
da umbratili congiunzioni di polvere

*

sopra pagine di giorni
consumati da uno stesso fervore
di dimenticarsi coltiva la pazienza
farfalla di povertà e di scontrosa
disadorna metrica
proteggi il suo breve tramonto
come il corvo la vigile inesistenza
delle messi tentate dalla falce
la luce superstite
custodiscila fino a che si placa
il volo in un ultimo battito
di mondo arreso al buio

*

coerenza di eccessi
fino agli abissi del più furioso bene
restituiti alla riva senza misura
e senza luogo per dirsi nudi
fioriture residuali di azzardi e
nominare la crudeltà di alcune ore
l’orbita delebile di un segno
stagnante sul foglio questo il paesaggio
e del viaggio la parola riaffiorata
nel palmo si perde tra intrico
e distanza che ancora ci assedia
la permuta un saldo indiviso
di quiete la fiaccola disseminata
in percorsi e peccati che supplicante
lontana oltre il margine dilegua
fa segni di errare a folate

*

la chimica dei passi
la musica che serra orme in un intrico
di curve e forme in fuga lo spazio
severo incorniciato da pietre
di confine l’ultima possibile nascita
d’indivisa appartenenza
dove si apre il passo e il corpo
è acceso dai suoi mille nomi
resina e respiro in fiamme irreparabili

*

sorprendersi nel novero delle ombre
nell’eco che ci volge
al discorrere quieto delle siepi
in tutto quanto va a morte
tra sostanze destinate oscure
e nel folto intuire la traccia
di ciò che ci precede senza parole
di ciò che si mostra senza lasciare
traccia

*

restituire l’immagine
al vuoto che precede alla pronuncia
perduta dove suono e colore
si congiungono indifesi
in ciò che arde senza pensiero
nel bianco che annotta inconsapevole
lungo il filo reclinato della luce
solo l’ombra che resiste intatta
al congedo dalla sua dimora
conserva legame e distanza
l’eco del sentiero inaugurato
dal passo oscuro della lingua

(da qui)

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