Ricordi della natura umana


[Presentiamo in anteprima alcuni testi tratti dall’ultima opera poetica di Massimo Rizzante, Una solitudine senza solitudine, pubblicata da Effigie Edizioni.
Il libro raccoglie tutta la produzione in versi (1989-2019) del poeta, saggista e traduttore veneto, con un’ampia sezione di testi inediti.
Un ringraziamento particolare all’autore e all’editore per la gentile concessione. fm]

 

Fedele a una modernità troppo spesso sbertucciata dai post-qualcosa, Massimo Rizzante dà forma a una poesia che racconta e fa entrare il tempo narrativo della prosa nel verso in modo originale proprio perché volutamente pieno degli echi dei Maestri. La sua poesia è un vademecum per resistere alle mitologie del presente e ingaggia una terribile battaglia frontale contro l’oscena volontà di potenza sposata al capitalismo spettacolare che è la sola religione del nostro tempo. Ma è anche un taccuino sui cui foglietti sono segnati i luoghi dove abbeverarsi alla poca sapienza che ci resta. La voce profonda che qui parla con il tono inconfondibile di chi è in viaggio verso l’essenziale chiede che sia fatto spazio a una civiltà fuori dalla sopraffazione, una civiltà che chiede sogni per vivere e non incubi per morire. Raccogliendo in questo volume la sua opera poetica, Massimo Rizzante ha scritto semplicemente uno dei più bei libri di questi anni di miseria dei sentimenti e della mente.
Giuseppe Montesano

 

Massimo Rizzante

RICORDI DELLA NATURA UMANA

 

Quando la ragione si addormenta
si risvegliano le macchine
bisogna ricominciare da capo
il cammino verso l’immaginazione

Zbigniew Herbert

 

I

di come l’uomo smetterà di essere uomo,
ne abbiamo già testimonianza in una delle liriche
che Mandel’štam riuscì a pubblicare dopo cinque anni
di letargo, perduta la coscienza di essere nel giusto

quando i poeti dormono, la parola giustizia
diventa un termine ingiurioso, dato che chi veglia
danza sulle note della dialettica, del materialismo,
del progresso, o di come altro diavolo si chiama

se poi intorno non c’è più nulla del passato,
ti basta un giovane amico, alle prese con il sesso
di alcuni parassiti, che legga con innata avversione
per ogni conformismo i classici in latino

senza il miracolo dell’amicizia, infatti, ti trasformeresti
alla velocità della luce in un reperto sotto vuoto,
incanaglito dall’attesa, o in quella specie di vermiculus
che striscia sullo spartito della verità senza mai eseguirla

 

II

insieme al miracolo dell’amicizia, mi hanno rinfacciato
lo stupore infantile davanti alla scienza: Aristotele, Linneo,
Buffon, Darwin e tutti gli altri tassonomisti – tranne uno –
in cerca di un comune antenato tra le intemperie del creato

lo splendido influsso dei loro cataloghi sull’umore:
una società di porcellini di terra (cochinillas), concepita
come un complesso architettonico, dove ogni corpo dannoso
ha il suo scopo e si alimenta della linfa di tutti gli altri

ricoperti di ceralacca, con antenne sgraziate
che non servono a stringere altre antenne nel momento
del pericolo, di metamorfosi in metamorfosi,
regrediscono fino a trasformarsi in galle vegetali

apparentemente poco evoluti, sono spinti come ossessi
ad adattarsi a ogni regime. Polifagi, si diffondono a latitudini
ignote agli altri insetti. Resistono a blitz e ad assedi, marciando
a tappe forzate fino a pigmentare di rosso il loro fortino

 

III

c’è sempre un disegno sulla loro corazza di ufficiali
subalterni con cui portano al macello – alla simbiosi
con la pianta – i loro simili. Si potrebbe definirlo mimetismo,
quel puntare le antenne sugli altri per educarli

del resto, obbediscono agli ordini della natura:
si mettono in fila al trotto di Auschwitz o al passo
della Lubianka. Così, dopo un mese, non si nota più nessun
appetito e i porcellini di terra raggiungono lo stadio ninfale

o post-embrionale, insomma, il regno dell’infanzia,
dove i figli di Darwin, preso il controllo delle colonie,
dei campi, delle città, o di come altro diavolo si chiamano,
sciamano sporcando le strade e frantumando i timpani

con i loro organi stridulatori. Non sazi del loro canto,
origliano dietro le baracche. Le proteste contro la selezione
si sono ridotte a crisi isteriche: tanto ormai non c’è modo
di uscire se non per il camino, o spettegolando sui vivi

 

IV

come due perdenti nati che si confrontano gli appunti
in un immaginario cabinet dopo milioni di morti
e la pubblicazione con testo a fronte della Dialektik der Natur,
il poeta e l’amico studiano il principe dei molluschi,

il patriarca degli insetti, l’enciclopedista degli invertebrati,
l’inventore della generazione spontanea degli esseri, diversi
dalle cose inanimate e dalla macchine, per il loro corpo
irritabile e la tendenza a rendersi più complessi

e soprattutto per l’onore e la dignità di cui accreditava
le specie prive di selezione, senza sconfitti e vincitori,
mortali e di passaggio, tutte, perfino le alghe azzurre
e giù, giù fino all’ultimo gradino della moltiplicazione

dove con le spore e i procarioti, in un campo di lavori
forzati, un parassita dello Stato e un giovane scienziato,
rievocano Lamarck, sotto un mucchietto di terra umida,
con in mano un microscopio puntato sul vetrino del passato

 

V

o era un periscopio issato dalla tomba per osservare,
supino, i kolchoz dei nemici della patria? Dall’al di là
la parola eternità fa sorridere, ma in assenza di gerundi
e pronomi, basta «la minima appendice del sesto senso»

cari selvaggi che desideravate il pentimento,
l’autocritica, o ben più numerosi la mia scomparsa,
vi sbagliavate su tutto tranne su un punto: non ho mai
padroneggiato la vostra lingua. Del resto, come imitarvi?

i naufraghi conoscono solo la grammatica delle onde.
Ma guardate cosa avete fatto agli alberi! («senza alberi
mulinavano le foglie»). Guardate cosa avete fatto
all’amore! («il sussurro nacque prima delle labbra»)

ora, con una parrucca da luogotenente di vascello,
ho finalmente chi in alto mare mi sorveglia da lontano,
e, benché ispirato non abbia mai conosciuto dove sono sepolto,
con il consenso dei vermi leggo, Lamarck, «il tuo manuale, infinità»

 

VI

ti hanno infilato in tasca un biglietto:
non creda con il suo anti-darwinismo
di rubarci il progresso! Non glielo permetteremo.
La risposta avrebbe dovuto essere istantanea

invece, come dicevi, «bisogna attraversare in tutta
la sua larghezza un fiume ingombro di giunche cinesi
spinte in diverse direzioni». Il vento le fa strambare
troppo spesso perché si possa decifrarne il senso

in ogni caso, non te l’hanno permesso e, deglutendo
a fatica, «il noioso progresso barbuto» ha seguito la rotta
dei porcellini di terra (cochinillas), discendendo
tutti i gradini della scala fino al disastro

per difendersi secernono gocce rosso sangue
e così, declassati da insetti a vittime, allettano
il più grande dei predatori, l’eterna crisalide,
a cui la natura ha voltato le spalle, ma non le stigmate

 

VII

l’uomo, naturalmente, parla in astratto, il concreto
è inattaccabile senza la metafora. Perciò ne ho abbastanza
della religione della scienza, per non dire ribrezzo
per le molte cause e il suo unico effetto

a chi devo credere? Alle allucinazioni acustiche
che mi tormentano dall’infanzia? ai miei genitali
allo specchio? o alla vostra panacea di bordo
che non tiene conto dell’imprevedibile forma delle nuvole?

che cosa c’è di più inconfutabile della mia esperienza?
E a proposito di forma, il movimento di ogni filo d’erba,
di ogni onda, perfino quello di ogni microcefalo
privo di tatto e di gusto della Duma, tende ad averne una

per questo la morfologia di ogni essere vivente
la contiene già dalla nascita. Ma l’uomo nasce più inetto
e immaturo di ogni insetto tubolare, la sua nicchia
è l’infinito. Per questo non può smettere di tormentarsi

[se le allucinazioni acustiche smettessero di ronzare
tornerei libero, cioè privo di espedienti, a incidere tacche
sulla pietra. Di qui il vostro atteggiamento: sarò sempre
a dir poco un guaranì ricoperto di piume e alghe secche]

 

BENVENUTE, VERTIGINI!

 

I

La tua guerra contro il tempo
la chiamano esaurimento:
violente crisi di vomito, disappetenza,
diminuzione dell’udito e ronzii auricolari
che i dottori, dopo inutili esami,
hanno diagnosticato come sindrome di Ménière.

È accaduto prima a Metaponto,
poi a Siracusa, e ancora, guarda caso,
a Pompei, un posto che mi è sembrato subito
famigliare, come se, non riuscendo a sottrarmi
alle vertigini, avessi atteso duemila anni
prima di tornare alle mie rovine.

Fino a che punto i ricordi sono miei
o quelli di vite precedenti?
Non me lo chiedere. L’ultimo secolo
che ci coniugava al passato è per sempre alle spalle.
Chi lo avrebbe mai detto che con gli accenti tonici
avrebbe cancellato come sgorbi perfino i nomi sulle lapidi?

Vallo a rimproverare.
A forza di imitare si diventa fantasmi.
Ma la civiltà richiede agoni, stragi.
Perciò, chi non sente l’antifona perde l’equilibrio
e, mentre sta per cadere, fa segnali con le braccia
come un marinaio, in alfabeto morse, dal ponte di una nave

 

II

Tutte le vertigini hanno origine in un labirinto.
Ma non è come perdersi in un’isola dell’Egeo,
tra tori e agapanti. Fai finta piuttosto
di aver vissuto a Venezia dopo un’alluvione:
il tempo di sfregarti le meningi
e la marea, con il suo lezzo, ti giunge ai testicoli.

Di solito, dicono, c’è un segno premonitore:
la palpebra all’alba balbetta alla vista di una civetta.
Fai finta allora di aver vissuto a Venezia
dopo l’arrivo di una chiatta: alla Dogana
qualunque verso tu emetta, ti ritrovi, fradicio,
su un onda così lunga che ti possono udire solo i pennuti.

Perciò, prova a fare il morto,
invece di resistere all’attrito del suono:
l’orecchio è indissociabile dalla posizione eretta.
E poi non c’è posto là fuori per chi striscia sui fondali.
La psiche, sebbene da millenni se ne discuta,
non è prigioniera del corpo, ma il suo involucro.

Non si schiude se non ubbidisce
agli sbalzi del barometro. «Non mi sento bene!»,
ovvero la membrana ha smesso di vibrare
come un diapason. Perfino il cosmo, interpellato
sulla tua fine, resta muto come il suo artefice:
non è un caso se le vertigini siano sorelle del vuoto.

 

III

Si tratta di indossare – capita spesso –
la maschera dell’ossigeno.
E le maschere, come è noto, sono, con l’assenza,
l’unico collante. Di qui società, valori,
comportamenti. Sebbene, in fondo, il più delle volte
siamo spasmi, svenimenti, sudori freddi.

Ci aggiriamo attorno al prossimo
come funesti anelli di Saturno,
mostrando i nostri siderali impulsi,
mentre, a frotte, generazioni di burocrati
si legano gli uni agli altri per non lievitare, o sparire
addirittura nell’ozono assorbiti dalle loro occupazioni.

Malgrado le migliori previsioni dei medici,
oltre all’udito, ho perso il gusto.
Così mi vesto come un pezzente, e la mia lingua,
che non ha mai fatto le ore piccole con l’eterno,
può parlare con ironia anche maggiore
a chi riduce la poesia al lamento del suo ombelico.

Agli asceti gourmet,
direi che leggiamo troppo.
Se anche questo non fosse il menù del giorno –
lo stesso da decenni. Ma ora che il mio sistema
neurovegetativo si è arreso al mondo vegetale, preferisco
all’acre profumo dell’intelligenza il ronzio primordiale.

1 commento su “Ricordi della natura umana”

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