Uscita dalla terra

Yves Bergeret

Uscita dalla terra
Sortie de terre, de Stéphanie Cailleau

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta

La grotta è luminosa. La sua volta è bianca. Alle pareti sono accostati piedi e testiere di letto di due secoli fa, in legno scuro di noce, credo. Nessuna rete. I componenti dei letti sono sparsi alle estremità della stanza. Al centro levitano verticali tre vesti vuote; mantengono la forma dei corpi. Una quarta veste, marrone, vuota anch’essa, anch’essa verticale, poggia sul pavimento; dell’erba vi cresce sulle spalle e sulla scollatura. Questo è dato vedere nella Cantina Girard a Die, in realtà un’antica manifattura, uno splendido spazio a volta attualmente utilizzato per esposizioni di arte contemporanea.

Le falesie calcaree del versante meridionale del Vercors si trovano nelle vicinanze. Le grotte vi abbondano. Poco oltre il colle del Rousset, principale via di accesso da Die agli altipiani, nei boschi umidi, gli uomini della Resistenza avevano organizzato un ospedale clandestino per i loro feriti nella Grotta della Luire. I nazisti l’hanno scoperto e hanno ucciso sul posto diciassette tra feriti e inservienti, poi hanno deportato sette infermieri. Settantasei anni dopo il massacro, Stéphanie Cailleau presenta il suo gruppo di quattro indumenti; ha chiamato l’opera Uscita dalla terra.

Sotto il tappeto vegetale prosegue incessante il potente lavoro di interramento e di sollevamento geologici. Grotte, sedimentazioni, spinte, controspinte. Il tappeto vegetale è la pelle della valle e della montagna. Nel tappeto vegetale prosegue incessante il potente lavoro di interramento e di sollevamento botanici, humus, distruzione, germinazione, fioritura per la riproduzione. Sulle creste, tra grotte e boschi vanno donne e uomini, tutti impegnati nel duro lavoro quotidiano; sulla loro pelle portano quella del tessuto, una seconda pelle necessaria dal momento che la fatica del vivere assottiglia quella dei corpi. Stéphanie Cailleau sceglie quattro vesti di cotone stampato, tutte con semplici motivi floreali, che rinforza con cuciture in poliestere. Poi le sotterra per tre-otto settimane in dei contenitori all’aperto con del terriccio della discarica di Die mescolato al compost, a volte con humus dei sottoboschi del Diois. Al pari di un corpo sepolto, il cotone si decompone. L’artista riesuma le vesti, risciacqua quello che ne resta e poi di nuovo le interra in altri contenitori, al coperto, cosparsi di terriccio, aggiungendo dei semi di grano. Il grano mette radici a partire dal fondo dei recipienti. In seguito riesuma una seconda volta le vesti trasformate.

Così Stéphanie Cailleau si chiama anche Cerere o Demetra; in verità non seppellisce quattro donne, nelle loro semplici vesti con l’invocazione floreale a risorgere, ma i loro sudari modellati sul vuoto dei corpi assenti e la cui immagine, il fiore a profusione, proclama liberamente la volontà di vivere, di fiorire, di germogliare, di inseminare. Le quattro bocche assenti, che erano già state riempite di terra e humus, non dicono niente, sono inudibili. Stéphanie Cailleau, con un gesto da dea, recupera il grido soffocato e la parola attraverso il seme di grano. Germogliando, sviluppando radici e steli, il grano restituisce solidità alla veste, le ridà un corpo attraverso la parola. Le restituisce la vita.

E’ allora che si alzano, praticamente da sole e senza la mano dell’artista, non quattro alte marionette che quella mano manovrerebbe, ma quattro esseri maestosi, quattro donne presenti-assenti, quattro corpi senza testa; ed ecco, nella più totale consapevolezza, l’Uscita dalla terra, come la resurrezione dei morti il giorno del giudizio universale alla base del timpano romanico della cattedrale di Autun. La persona umana è fragile, di una materialità friabile, ma rinasce incessantemente perché il gesto cosciente di interrare e di seminare il grano come una parola indistruttibile, imputrescibile, è di una fermezza assoluta. Demiurgico.

Tuttavia la quarta veste non fluttua. Si leva dal suolo, in forma di fallo, come un fungo vigoroso; e con grande vividezza perché, grazie a un secondo gesto demiurgico volontario di Stéphanie Cailleau, questo indumento marrone, pesante come un saio, porta sulla scollatura e sulle spalle degli irti e perenni fili di erba verde. La quarta veste viene certamente da uno stesso terriccio, ma la sua aura è mito e profondità. Profondità selvaggia e rauca. E’ difficile decidere di chi si tratta. Una cenerentola… la schiava dei tre angeli che levitano di lato, la madre sfinita delle tre fanciulle che volano estatiche, la coscienza terrestre del triplo battito di ali insonore che proietta gli assenti in un’eternità impudica? la sorgente stessa della vita, la sorgente erbosa e salina dove si decompone e si ricompone la parola femminile che canta il mondo e gli dà forma…

Le quattro vesti sono piene di vuoto, sono piene di attesa, di rifiuto e di ripiegamento, sono piene di slancio e di domande: pienezze-vuote sempre paradossali, anzi provocanti perché incredibilmente mobili e incompiute; noi che entriamo nella sala a volta, siamo rapiti da domande mormorate e lancinanti. Stéphanie Cailleau non ci offre qui un’opera da contemplare; mette in scena per noi, dal suolo fino al vuoto a mezza altezza dalla volta, una drammaturgia profondamente umana dove Cassandra, già uccisa da Clitennestra, ci interroga chiudendo i suoi occhi – ma la donna-indovino ci interroga con tutte le fibre della sua pelle vegetale -; una drammaturgia dove le tre Dame del Flauto magico aspettano le nostre risposte, dove le Erinni di Eschilo accettano di calmarsi e di rinascere in Eumenidi, dove i grandi Resistenti, i grandi Guardiani ci mormorano con certezza e fiducia: “muovetevi ora, in quest’epoca in cui la parola potrebbe crollare sotto i colpi della violenza, è giunto il tempo di parlare e dialogare con risposte alterne”.

Da un suolo minerale, con il materiale perenne della pietra chiara, le Kore greche del VI secolo a. C. definiscono la certezza apollinea dell’equilibrio del cosmo; sul drappo regolare e ritmico come le onde del mare calmo, regolare e ritmico come il trascorrere delle ore del giorno e della notte, riposa il collo potente, si leva dritta la testa dalle fluenti trecce simmetriche, si leva immobile la testa i cui grandi occhi calmano ogni inquietudine e insegnano a morire felici.
Le sculture del portale reale occidentale della cattedrale di Chartres, del XII secolo, tendono verticalmente i drappeggi dell’alba del canto polifonico di Pérotin e della Scuola di Notre-Dame, per sorreggere una fede nella quale l’indistinta folla dei devoti si riunisce sotto l’egida di un solo e medesimo slancio ritmato della pietra ascensionale; ma la tensione della raffigurazione umana tanto nei volti quanto negli irrealistici drappeggi manifesta con altrettanta forza il giubilo forse anche beffardo degli intagliatori di pietra, l’indipendenza primitiva del virtuosismo degli artigiani.

L’Uscita dalla terra di Stéphanie Cailleau pone le stesse domande fondamentali: cosa dire della persona umana, cosa mostrare della donna che qui spunta oscuramente dal suolo e là danza ariosa tre volte tra intrecci di fiori appassiti che riprendono vigore? La persona umana della nostra epoca occidentale è un vuoto, il suo corpo non ha altra interiorità che l’aria che soffia e passa, visitato da una luce esitante e segreta, esitante di quel poco di segreto che l’interiorità perduta gli ha lasciato. La persona moderna è femminile, si raccoglie, si ritrae, si nasconde e alla fine rinasce in una pelle vegetale in divenire, putrescibile e incessantemente rinascente, una pelle costantemente annodata a fili di vita e di morte, una presenza complessa e per niente essenzialistica in una società dello spettacolo dove la fluidità rabbiosa delle apparenze gesticola. Ma Stéphanie Cailleau, secondo me, non ha né la disperazione né il sarcasmo di una nichilista. Perché la donna che lei va ritmando in quattro pelli vegetali e intrecciate è la parola che chiama, la risposta primordiale che chiama, che dà slancio, che dà vita alla drammaturgia contemporanea nella quale niente è acquisito né dato per scontato in anticipo, ma dove, davvero, è venuto il momento di parlare e dialogare.

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