Un lessico per Irma Blank

ASCESI: si scrive, si dipinge, si canta, si danza con tutto il corpo che è corpomente – quando Irma Blank traccia pagine e pagine di segni, quando ruota, tenendoli stretti nelle mani, due mazzi di penne a sfera ricoprendo fittamente un’intera superficie (dal corpo in allontanamento le mani verso il margine del foglio per ritornare al corpo e sempre circolarmente, in una sorta di trance scrittoria e danzante), quando, partendo dal centro, spinge il pennello (senza mai sollevarlo) verso il margine sinistro del foglio, poi verso quello destro e ripete il gesto rigo dopo rigo, dall’alto verso il basso, lo fa con ascetica dedizione, con paziente, pazientissima andanza del corpo e della mente.
Il monaco compie, pregando o leggendo (ma la sua lettura è preghiera, la sua preghiera è lettura) numerosissimi peripli del chiostro : len-ta-men-te: il chiostro della pagina accoglie il laico pregare d’Irma Blank perché non c’è dubbio che preghiera è attraversare i territori sconfinati della mente immersa nel mondo: sconfinato il chiostro della pagina.
Il pastore, compiendo il suo viaggio traverso le illimiti pianure dell’Asia, leva un canto di laica, coraggiosa consapevolezza: pagine come illimiti pianure o deserti, segni come solchi e come lunghissimi sentieri, la luna del silenzio sorge e tramonta su queste superfici che aprono. Che si aprono. La luna, muta, è l’astro che illumina i segni d’Irma Blank, privi di suono, ma vibranti di movimento, cicli di apparizioni e sparizioni.

LIBRO: generazioni formatesi su libri da aprire, sfogliare, segnare: una pagina affrontata all’altra, accumulo di pagine rilegate, carte di diverso formato e filigrana, scritte prima dallo stilo dello scriba, poi dalla pressione del torchio per la stampa, carte che hanno un odore, un colore, che hanno scalfitture e pieghe e che talvolta sono tracce di ricordi, di luoghi, di persone…
Irma Blank sembra celebrare il libro in questa forma, cercarne la materialità (spiritualissima) capace di ospitare: parole, immagini e, di conseguenza, la mente che guarda, che legge.
Magnificenza della parola ospitare e, tranne poche eccezioni, il libro è uno dei luoghi per eccellenza dell’ospitalità – mi spingerei a dire che persino il volume in cui è stampato Mein Kampf ospita la mente che cerca di sapere, capire e quindi rifiuta, fatta consapevole, quelle idee inaccettabili e criminali. Indicibile tragedia se la mente ospitata si lascia irretire, sedurre, pervertire. A maggior ragione il libro d’Irma Blank apre la propria luce, ospita e avvia l’erranza dello sguardo e della mente lungo i sentieri, i crinali, le svolte e le giravolte dei segni.
Se, in parallelo, leggo Jabès vi scopro una poetica del deserto: Il n’y a de trace que dans le désert, de voix que dans le désert (Le Livre des marges, Fata Morgana, Fontfroide le Haut 1975 et 1984, pag. 168) – Ainsi, la «chose à transmettre» n’était que poussière de sable et le livre, poussière de vocables.
Tout est à récrire.
Naissance de l’hospitalité (Le Livre de l’Hospitalité, Gallimard, «Nrf», Paris 1991, pag. 96)
E che cos’è un libro totale? Pagine acquerellate di delicatissima trasparenza, un volo della mente.

RESPIRO: l’opera della mano che traccia segni è un accordo del respiro, un sentirsi respirare mentre dita, mano e braccio avanzano sul campo arabile del foglio (verità dell’indovinello veronese; verità di un’anabasi a traversare la terre arable du songe).
Irma Blank impiega dieci anni a terminare le sue Eigenschriften, poema senza parole, scrittura senza sé stessa perché anteriore a sé stessa, deprivata di significante e di significato, ma sovraccarica di senso, cioè della direzione verso il passato (stato albale dei segni tracciati o incisi dall’essere umano – dovremmo pensare forse anche al linguaggio della Dea? Marija Gimbutas appassionatamente cataloga segni che rimandano a, accennano a, conducono a: acqua, morte, nascita, terra…) e della direzione verso il futuro, mentre il presente è luogo mobilissimo di tracce.

SCRITTURA: il segno cercato nella sua primordiale manifestazione, puro atto del tracciare su superfici accoglienti, permeabili alla pittura o all’inchiostro; si chiami allora Avant-Testo (o Ur-schrift: scrittura originaria), sia un danzante tracciare il respiro con le braccia che, movendo dal corpo verso l’esterno della superficie e ritornando al corpo con moto sempre circolare (ciclico, ritornante, in allontanamento e in riavvicinamento) fino a coprire completamente la superficie che, infine, rende visibile la densità interiore – bellezza dell’inchiostro blu scaturito da una semplicissima penna a sfera (il blu dei Romantici di Jena? il blu di un film di Derek Jarman? il blu di Yves Klein? Kind of blue di Miles Davis? I blueprints di Francesca Woodman?)
Scrittura recuperata alla sua pura memoria segnica, prima ancora del significato e dell’espressione logica: bisogno fisico, puro piacere fisico e mentale di tracciare segni, di vederli emergere sulla superficie desertica della pagina o della superficie.
È l’artista stessa a intitolare moltissime sue opere writings: segnatura del vedere, marcatura dell’andare, distensione del pensare.

SILENZIO: Eigenschriften, forza, ragione e ritualità della ripetizione del segno, sempre il medesimo fino ai Radical writings nei quali il segno si allunga dal pieno verso il vuoto, dal centro verso il margine, dall’ombra addensata al centro del foglio verso la luce dei margini: neanche le labbra, impercettibilmente e involontariamente, si mettono in moto come accade quando si legge un testo scritto in caratteri alfabetici, ma tacciono e il fecondo silenzio (le labbra, gli occhi leggono il silenzio) si diffonde nello sguardo – si pensa al fruscio del pennello o della punta della penna, allo sfregare dell’avambraccio sul foglio i quali, cessati, aprono la strada al contemplante silenzio (ma continua il respiro di chi ha tracciato i segni, di chi guarda i segni).
Schriftzug / Atemzug: mi piace tradurre respiro scrivente o, anche, fiato della scrittura.
Ed esistono almeno due tipi di silenzio: quello fecondo del pensiero e dell’attesa e quello opaco, ottuso dell’eccesso di parole e d’informazione, ché un tale eccesso conduce, di fatto, all’eclissi del senso e a un paradossale mutismo – in Hypertext / Overwriting Irma Blank sovrappone testi nelle sue tre lingue (tedesco, italiano, inglese) e il risultato è la totale illegibilità del testo stratificato; troppa informazione, spiega, equivale a nessuna informazione.
Scrive Stefano Raimondi: «lascia che il silenzio dica di te l’aspetto, la postura, il tuo deambulare dentro le cose che ancora hanno una voce per raccontarti da lontano: quella distanza della prossimità e dell’abbraccio che ha un paese, una via, una stanza abitata dal mondo e dal tuo stesso tacere per loro. Si ritorna a volte per trovare orme di luce, proprio da dove si era partiti, come per silenzio, come dal silenzio. […] Fammi spazio per sentirmi ora che posso farlo, ora che sono di silenzio anch’io: quello lasciato rimanere, come quando si strappano le edere dai muri e i segni dicono l’arrampicarsi, il tenersi e le ombrature raccontano il respiro passato da lì per vivere. “il tuo nome infranto all’altro capo del silenzio fu riconosciuto nella morte; ma chi dunque avrà la forza di occuparsene?” L’hai scritto sul margine del Libro; l’hai scritto all’edera con l’edera» Ora nona, Prova d’Artista / Galerie Bordas, Venezia 2013 – e le parole tra virgolette sono, di nuovo, di Edmond Jabès.

TEMPO: pur stretto tra nascita e morte individuale, il tempo generato dalla mente (o nella mente?) coincide con il tempo stesso della storia umana: il presente assume profondità (in avanti o indietro) capaci di riscattare il mercanteggiamento che offende i giorni; schreiben ist sein / scrivere è essere – e anche gehen: andare.
Poème quotidien intitola Irma Blank alcune sue opere, chioserei anche poèmes du quotidien, exercitium mentis nel trascorrere dei giorni, ché nulla dies sine linea: e si ricongiunge il cerchio del fare nella verità fattuale di un ascetismo che riscatta il tempo, restituendolo alla dimensione della libertà e della bellezza.
È così che l’arco della mattinata e quello del pomeriggio, l’addensato silenzio serale, il dilatato incedere notturno accolgono l’opera della mente: l’opera d’Irma Blank è una celebrazione del tempo nel suo operoso trascorrere.

TRASCRIZIONI: scrittura come segno allo stato puro, primordiale; Urzeichen sottratto al significato, pura visione prima che divenga scrittura portatrice di significato (ma, sempre, portatrice di senso) – restituire il segno al silenzio, offrirlo alla meditazione non condizionata dall’obbligo di o dall’impulso a decifrare, interpretare, chiosare.
Irma Blank dedica suoi lavori agli scrittori che ama (a Grillparzer, a Schiller), ne trascrive pagine e pagine in forma di segni asemici e ogni pagina è irripetibile manoscritto (manu scriptum), segno umano nella sua purezza e segno irripetibile d’Irma Blank.
Il prefisso di trascrizione è il medesimo di traduzione: trasportare da un tempo in un altro, da un luogo ad altro luogo ed è possibile tradurre (trasporre, trascorrere, transitare) non solo da una lingua a un’altra, ma da un sistema segnico a un altro, da un mezzo espressivo a un altro, si può tradurre Schiller dal tedesco in scrittura asemica, in una scrittura, per essere più esatti, che è emersione della struttura tipografica, retinica (per dirla con Duchamp) del testo e del libro, in una scrittura che è amorevole ricopiare da amanuense l’andamento del testo – andare: gehen intitola le opere degli ultimi anni Irma Blank (un’infermità, spiega l’artista, le impedisce di camminare e allora ella cammina con la mente e con la scrittura, fa della sua particolarissima scrittura un sentiero che sempre si biforca e l’occhio segue, ammaliato e grato).
Scrive Antonio Prete: «La traduzione, ci ricorda Benjamin, non mira alla somiglianza (die Ähnlichkeit) con l’originale. Perché l’originale, sopravvivendo, si è già trasformato, ed è quel mutamento che il traduttore dovrebbe poter raccogliere, rappresentare. Più che la somiglianza la traduzione tende a mostrare l’affinità profonda tra le lingue, l’affinità (die Verwandtschaft) fondata su ciò che trascorre in ogni lingua e di ogni lingua è anima, energia, fondamento: la lingua pura, die reine Sprache, dice Benjamin. Non il modo di intendere ma l’inteso (das Gemeinte) sta nascosto in ogni lingua, in attesa di affiorare come “pura lingua”, scaturendo proprio dall’armonia dei vari modi di intendere». All’ombra dell’altra lingua / Per una poetica della traduzione, Bollati Boringhieri, Torino 2011, pag. 81 – ecco: le trascrizioni / traduzioni d’Irma Blank dischiudono la somiglianza e l’affinità, cancellando l’evidenza del significato (scomparso il medium alfabetico) si apre l’affioramento del senso, quel che giace all’ombra del testo originario è, in realtà, un’altra forma o presenza della luce che illumina e dispiega senso, essendo quest’ultimo l’empito alla lettura e all’ascolto, alla visione e al ritmo.

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