Echi di un genocidio dimenticato

[Sei anni fa, il 3 agosto del 2014, nella regione del Sinjar, Nord Iraq, l’autoproclamato Stato islamico si accaniva contro la più numerosa comunità del mondo yazida, un’etnia di origine e di lingua curda con religione propria, comunemente indicata come “adoratrice del diavolo”. Tre settimane dopo, il 29 agosto, veniva scoperta la prima fossa comune che rivelava al mondo quel genocidio. In quella grossa buca furono ritrovati i cadaveri di gran parte delle 3 mila vittime trucidate dai combattenti di Daesh che non solo massacrarono uomini e anziani ma rapirono donne e bambini per ridurli in schiavitù. (da qui)]

Yves Bergeret

Echi di un genocidio dimenticato

Traduzione di Francesco Marotta

 

I
Poema-canto yazidi

Chant-poème yézidi, à Die,
avec Hussein Shamo Roto

Tratto da Carnet de la langue-espace.

 

Nelle strade medievali di Die saluto da giugno, a varie riprese, un uomo sulla quarantina. Di grande cortesia, forse straniero. A fine luglio, passando per un vicolo nei pressi di casa mia, lo vedo affacciato alla finestra di un’alta palazzina. Lo saluto di nuovo. Mi risponde: “Signore, salite a prendere il caffè con noi”. Per discrezione rifiuto. Egli insiste più volte. Salgo al secondo piano. La conversazione non è facile: è un rifugiato yazidi, vive qui da un anno e mezzo con sua moglie e i loro nove figli. La loro ospitalità è molto premurosa. I figli parlano bene il francese. Il loro popolo, estremamente minoritario, vive in territori siriani, iracheni, curdi e anche un po’ al di là di questi. La sua cultura è almeno bimillenaria; vi si trovano talvolta parentele con lo zoroastrismo iraniano. Quel popolo è stato orribilmente perseguitato dal sedicente Stato Islamico, fino ai massacri spaventosi nella città di Sinjar e nei dintorni dal 3 al 14 agosto 2014. Con una parte della popolazione, la famiglia dei miei vicini è riuscita, nella più totale deprivazione, a rifugiarsi sulla montagna vicina. In seguito, dopo un lungo girovagare, si è finalmente insediata a Die, supportata dal REDAR, un’associazione locale di aiuto ai rifugiati. Tre altre famiglie, imparentate, si sono stabilite nella valle della Drôme; altre ancora nella regione parigina.

Dico ai miei ospiti che sono onoratissimo di essere ricevuto da loro. Mi chiedono chi sono. Glielo dico e aggiungo che sarei felicissimo di ascoltare uno dei “poemi” della e nella loro lingua, che mi è completamente sconosciuta. Sorpresa: il tono cambia, l’atmosfera assume una certa gravità. E’ la parola “poema” a fare da ostacolo; i figli, per quanto scolarizzati, dalle elementari al liceo, fanno fatica a comprendere il termine o, più precisamente, credo, a tradurlo in kurmanji, la lingua yazidi. Qualcosa d’importante, senz’altro, è in gioco in quel momento e l’uso francese attuale della parola “poema”, come testo scritto spesso raffinato, sentimentale o elitario, solitario quando non proprio melanconico, non trova un equivalente in kurmanji. La famiglia discute a lungo; poi d’un tratto la madre, se ricordo bene, dice: “Sì, una parola c’è e noi andiamo ad interpellare nostro nipote che vive in un paese a fondovalle; è un poeta-cantante, è molto particolare. Aspettate, qui su Youtube c’è lui: canta il suo “poema”, una poesia che non può che essere cantata”. La famiglia promette di avvisarmi, non appena il nipote verrà a casa loro.

Ieri la famiglia mi chiama: “Venite subito, nostro nipote è a casa”. Una curiosa combinazione ha voluto che la mia famiglia sia partita due ore prima. Saluti, molto calorosi, caffè, dolciumi preparati dalla madre ed entriamo quasi immediatamente nel vivo della questione. Il nipote, Hussein Shamo Roto, giovanissimo, nato nel 1999, come mi dice, ha trovato un impiego da tecnico specializzato a Valence. E’ diventato un poeta-cantante già riconosciuto nella diaspora yazidi in Francia. Dice precisamente queste parole: “Già a Guébê, il mio paese vicino a Sinjar, amavo suonare un po’ di musica con gli amici della mia età. Dopo le orribili persecuzioni, arrivato in Francia, sono stato rapito dalla parola cantata. Il dolore nel mio cuore era tale che ho deciso di imparare a suonare il saaz (strumento a corde dal lunghissimo manico); ne ho comprato uno in Germania e ho creato e cantato per primo questo “poema”, Risvegliati, mio popolo. Te lo canto.”

Gli chiedo come si chiama in kurmanji quello che lui è e quello che fa; lui e l’intera famiglia mi dicono che una sola e identica parola risponde alla mia duplice domanda: Stran’-bèj. Mi spiegano che lo Stran’ è la parola solenne e bèj è l’atto di dire-cantare. Il poeta è più esattamente il “salmista della parola elevata”; è molto rispettato e ammirato da tutti i Yazidi perché, dice Hussein, “egli non inventa niente, ma mette nel canto che esegue, sostenuto dal saaz – che, dice, è la sua seconda voce – gli avvenimenti più importanti della comunità. Tutti lo rispettano perché rivela la realtà, attraverso e nel canto”. Lui, Hussein, si considera come un ancora giovanissimo Stran’-bèj. Ma si è già costruito un repertorio memoriale, senza partitura né testo scritto, di una quindicina di pezzi; li canta nelle feste yazidi. Le prime volte gli succedeva di piangere cantandone alcuni versi.

Da secoli gli stran’-bèj cantano in lunghissime narrazioni, fin dai primi tempi, le azioni importanti e profonde di questo popolo; chiedo se la parola “epopea” sarebbe appropriata e i figli più grandi, che frequentano il liceo, mi dicono di sì. Hussein precisa che lui preferisce creare degli stran’-bèj corti perché la capacità di ascolto attuale si è notevolmente ridotta; vuole che il pubblico europeo arrivi a capire quello che lo stran’-bèj trasmette del mondo yazidi. La parola solenne, epica o più breve, non può che essere cantata; quelle con altri statuti possono essere parlate. Il canto dello stran’-bèj sublima ogni cosa per l’intero popolo.

Ecco dunque una delle più alte e profonde funzioni della poesia, come l’aedo omerico, come lo sciamano yakoute, come il gruppo delle Donne che cantano a Koyo. Ecco dunque questa parola performativa, quasi liturgica e senza alcun egocentrismo, che unisce e rifonda una comunità nel suo insieme. Mostro a Hussin la foto di questo disegno di Soumaïla Goco Tamboura;mi risponde immediatamente che quel disegno gli “parla” e che egli “sente con estrema chiarezza le parole dell’autore”. Perché questo disegno vive e soprattutto agisce nel cuore della parola e del pensiero animisti responsabili, allo stesso modo in cui vive e agisce tutta la conversazione di questo pomeriggio nella casa della famiglia Roto.

Hussein canta il poema che ha annunciato. La modalità è generalmente in minore, l’esecuzione vocale e strumentale è di grande raffinatezza e mi ricorda certe litanie che, in occasione di una scalata, ho sentito in Afganistan e in Iran quaranta anni fa. Ognuno dei cinque versi segue un percorso melodico discendente, con forti accenti tonici proprio sulle interiezioni e le particelle di appoggio retorico. Subito abbiamo tentato, tutti insieme, questa traduzione:

(lingua kurmanji traslitterata in caratteri latini)

1 Akh gali men
2 Mana bassa haftchank farman (1 & 2 ripetuti 4 volte)
3 Dest Bedin haf djan ou del
Hafra raben gali delkol (emistichio ripetuto 3 volte)
4 Direuk-ata galik jméja (2 volte)
Tchirok-ata p’eul drija
Daka Chingal kate béja mana bassa
Haftchant farman
5 Dank darnaï del jedlima
Daste dejmena lé nefma (2 volte)
Daka raben hama jberma (3 volte)

1 Aïe mon peuple
2 mais enfin, un si grand génocide ne suffit pas?
3 Vos mains, donnez-les, prenez-les, allez, avec l’âme et le cœur!
Ensemble, éveillez-vous, debout, peuple au cœur blessé.
4 Ton Histoire de haute époque est ô combien ancienne;
Ton histoire actuelle est immensément longue.
Ah oui, Singar [le génocide de 2014], oui, toi, dis-le, mais est-ce
Qu’un tel génocide ne suffit pas?
5 La voix ne sort-elle pas du plus profond du cœur
Des mains trop proches de nous nous détestent
Ah oui, levez-vous, peuple, pour nous tous!

Ahi, popolo mio
Ma ancora un genocidio così grande non basta?
Le vostre mani, offritele, prendetele, andate, con l’anima e il cuore!
Insieme, svegliati, alzati, popolo dal cuore ferito.
La tua storia dei tempi remoti, oh quanto è antica;
La tua storia attuale è immensamente lunga.
Oh sì, Sinjar [il genocidio del 2014], sì, tu, dillo,
Ma un tale genocidio non è sufficiente?
La voce non esce dal più profondo del cuore
Mani troppo vicine a noi ci odiano
Oh sì, alzati, popolo, per tutti noi!

 

II
Trasmissione dello Stran yazidi

Transmission du Stran’ yézidi,
avec Hussein Shamo Roto

Tratto da Carnet de la langue-espace.

 

Hussein Shamo Roto, giovane autore-compositore yazidi, è venuto a rendermi visita domenica 27 settembre. Desiderava parlarmi. Cinque giorni prima mi aveva detto al telefono che aveva delle cose molto importanti da comunicarmi. Ci eravamo lasciati alla metà di agosto promettendoci di proseguire la traduzione dei suoi “Poemi yazidi dalla parola solenne”, che egli chiama i suoi “Stran”, componimenti non molto lunghi, che ha già composto e che canta nelle riunioni yazidi. Percepisco, comunque, che ha voglia di parlare d’altro, al di là di questo progetto. Si sistema davanti al grande affresco che Hamidou Guindo, di Koyo, ha dipinto nel giugno del 2005 e col quale trasmette il pensiero ontologico ed etico del suo popolo, i Toro nomu, creando un legame performativo tra la parola in atto di Koyo e quella che avverte a Die. La coincidenza è particolarmente significativa: la testa di Hussein, che sta per cantare, si staglia sulla raffigurazione danzante del mare salato di cui le Donne anziane di Koyo, con un coreografico canto notturno, avrebbero reso reale l’esistenza a distanza di un mese. Intenso palinsesto di trasmissioni che io ricevo in quanto poeta e offro all’attenzione di lettrici e lettori.

Condividiamo un breve pasto e subito Hussein imbraccia il suo saaz a tre corde e canta uno “Stran” seguito senza soluzione di continuità da una canzone ritmata. Poi mi dice che ci teneva a venire a trovarmi per parlarmi, e che ha molto riflettuto sulla decisione che stava prendendo. Vuole parlarmi di un atto di parola e gesto che è stato per lui decisivo da tutti i punti di vista, e per l’intera sua vita. E di cui fino ad ora non ha mai parlato con nessuno diffusamente. Ecco l’atto: il 3 agosto 2014, il primo giorno del genocidio dei Yazidi a Sinjar, in Irak, lui e la sua famiglia riescono a fuggire. A marce forzate raggiungono la montagna distante dieci chilometri, dove arrivano alle due del mattino e vi si nascondono. Sopravvivono. Egli ha quattordici anni, è il più piccolo della famiglia. Chiede a sua madre dov’è il letto. Fratelli e sorelle dormono su delle rocce o anche per terra. Si addormenta su una roccia. Il freddo è glaciale, la giornata sarà torrida. Al risveglio raggiunge sua madre; che è là, a una quindicina di metri. Piange. Vedendolo, si asciuga le lacrime. “Mamma, non c’è la colazione”. In lacrime lei risponde: “No, non c’è”. E aggiunge: “Avevo quattordici anni, non ci capivo niente. Un po’ più tardi mia madre mi ha chiamato, mi ha cullato tra le sue braccia, mi ha detto parole mischiate alle lacrime che io ricordo ogni giorno. Sto creando lo “Stran” di queste parole. E ho deciso di venire a trovarti per cantartele, nella loro prima costruzione in uno Stran. Tu sei il primo a sentirle, ho voluto che fossi proprio tu. Perché ho capito, dopo la nostra prima conversazione del mese scorso, che dovevo e potevo finalmente costruire questo “Stran”. Potrei chiamarlo “conversazione con mia madre”; ma credo che il titolo sarà piuttosto “il rumore/suono/mormorio che riecheggia nel mio corpo e mi risveglia continuamente”. Hussein canta allora la stesura in fase molto avanzata di questo “Stran”, splendido, di un’alta e chiara nobiltà epica, con un accompagnamento raffinato e abbastanza complesso al saaz. Ne annoto la traduzione:

“Figlio mio, ci sono uomini che non ci amano
e che vogliono ucciderci.
Tu hai già vissuto settantatré genocidi,
il settantaquattresimo è oggi.
Tu sei là, sempre in vita.
Non dimenticare mai che sei yazidi.
– Madre, sì, io so di essere un figlio yazidi di Sinjar,
sono passati milioni di anni
e settantaquattro genocidi.
Non ho mai dimenticato la mia lingua
né mai la dimenticherò.
– Resta sempre yazidi,
non dimenticare la tua cultura né la tua religione.
Non dimenticare che tu sei sempre solo.
Noi non abbiamo mai avuto qualcuno che potesse aiutarci…”

Hussein posa il suo saaz e senza cantare riprende il suo racconto: “Siamo restati sei giorni sulla montagna; non avevo da mangiare nient’altro che le foglie degli alberi. Ho visto persone che morivano di fame o di sete intorno a me. Mia madre mi ha detto: “Figlio mio, un giorno potrai raccontare tutto questo e soprattutto le parole che ti ho detto il primo mattino, perché io potrei morire”. Hussein aggiunge: “E io ho deciso di dire ora, sei anni dopo, tutte quelle parole di mia madre”. Turbato, Hussein rimane a lungo in silenzio. Poi si alza. Esce un momento nell’aria fredda del vicolo.

Rifugiata come tutta la sua famiglia, la madre di Hussein vive in una cittadina a una trentina di chilometri più a valle. Hussein vive e lavora a Valence, a sessanta chilometri da Die. “Ecco uno ‘stran’ completo, prosegue Hussein. Questo ‘stran’, ammette, potrebbe intitolarsi Ritratto di mia madre; il suo titolo esatto è Mi sono svegliato stamattina”. La tonalità è in minore, il rapporto dello strumento con la voce è di una grande delicatezza. La voce, di tenore, sembra proprio adagiarsi come un soffio leggero sul senso delle parole. La voce è una carezza che scivola su ogni sillaba. E conclude come una cantilena, ritraendosi in un sospiro.

“Mi sono risvegliato stamattina
come tutte le mattine.
Lei non era là
lei non era là.
Ti amo, madre
io ti amo, madre.
I miei occhi ti cercano
ma tu sei scomparsa.
Grido il nome di mia madre
ma il suono della mia voce non esce.
Madre, mi manchi molto in questo mondo.
Spero di rivederti ancora una volta,
io mi vedo come prima nelle tue braccia.
Non posso rimettere il passato davanti al presente,
tu mi manchi molto, madre.
Ho visto i giardini pieni di fiori
ma non ho visto il mio fiore.
Ho visto i colori dei fiori
ma il mio fiore non ha colore.
I profumi dei fiori mi colpivano molto
ma non c’era il profumo che cercavo
perché tu non eri là, madre.
Ti amo, madre
io ti amo, madre”.

Poi Hussein canta lo ‘Stran’, dice, di Shabass. Il titolo è in effetti il nome di un amico carissimo dei suoi fratelli più grandi. Shabass è stato ucciso da una bomba a Sinjar nel 2015. Tonalità principalmente in maggiore, i versetti si alternano in registro di tenore e in registro di baritono, a seconda che si tratti di recitativo o piuttosto di indirizzo diretto al personaggio di Shabass; la tensione drammatica è forte, il ritmo fermo e andante. Come un’eco lontana ma rovesciata sento la cavalcata del dramma, anch’esso con l’alternanza di recitativo e di allocuzione diretta, del Re degli Elfi di Goethe e Schubert.

Il tempo, i giorni e gli anni
passano, sono passati e tu non sei tornato.
Ho avuto bisogno di te
ma tu sei sempre assente.
Ho avuto momenti di grande bisogno di te
ma tu non eri là.
Ero ansioso
ma tu non eri là.
Shabass, fratello, amico mio
tu sei la luce del nostro popolo.
Le stelle e la luna e il sole
piangono su di te.
Ma ecco che montagne e vallate
cominciano a verdeggiare, fioriscono
con la tua voce, con la tua voce.
Un fiore e il giardino fiorito spandono il loro profumo.
Dai tuoi occhi sposati al profumo dei fiori
nascono i raggi del sole.
Shabass, fratello, amico mio
tu sei la luce del mio popolo”.

2 pensieri riguardo “Echi di un genocidio dimenticato”

  1. Ringrazio di tutto cuore Francesco Marotta per la rapidità di traduzione e di pubblicazione sulla Dimora di un testo pubblicato nella sua versione originale appena poche ore prima e ringrazio Yves Bergeret per questo nuovo, straordinario progetto da lui avviato e che si proietta in un futuro nutrito di dialogo, memoria, scoperta e conoscenza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.