Scritto 42

La “Maison des peintres” a Koyo era fatta di una materia solo un poco più pesante (e visibile) di quella di cui è fatta l’intera civiltà di Koyo: mattoni di terra seccati al sole e ricoperti, all’interno dell’edificio, di pitture – ché la materia di cui è costituita la civiltà di Koyo è il fiato di donne e di uomini che si trasmettono il sapere di generazione in generazione o che cantano (così perpetuandoli) gli accadimenti che toccano la comunità.
Le violente piogge delle ultime settimane hanno distrutto molti edifici del villaggio, tra cui la Casa dei Pittori che, all’interno della comunità (la quale a occhi superficiali può apparire come “povera” se non “indigente”), era il luogo sulle cui fragilissime pareti forme, colori, cadenze di segni non alfabetici si davano alla vista per essere letti e detti ad alta voce.
Non occorre sfarzo architettonico né dovizia di mezzi e di materiali per creare un luogo di altissimo significato di pensiero, l’immaterialità del sentire, del rimemorare, del saper vedere l’invisibile sa essere, a Koyo, una realtà ben più reale e presente degli oggetti usati nelle pratiche e nelle necessità della quotidianità.
Basta un cerchio di pietre e, dentro, un essere umano che elevi architetture di pensiero perché lì fiorisca una civiltà.
Nella “Maison des peintres” varie mani e varie menti avevano dipinto un sentire comune, affidando alla fragilità della terra seccata e dei colori stesi su di essa non la perpetuazione di quel sentire sotto forme illusoriamente fissate per sempre, ma la testimonianza di quel sentire, la sua traccia mai identica a sé stessa e mai irrigidita in una forma definitiva.
Perché la vera casa dei pittori sta nei corpi di chi ricorda e, dicendo e cantando, rende presente quello che non è più dato vedere. In attesa di ricostruire una “Maison des peintres” fatta, di nuovo, di laconici muri sulle cui superfici l’illimite del pensiero rende senza limite i rettangoli di quelle pareti.

4 pensieri riguardo “Scritto 42”

  1. Merci à Antonio Devicienti d’écrire si bien et si clairement que La première Maison des Peintres de Koyo agit, vit et “se définit” (très étrange expression si on réfléchit) non pas comme une admirable oeuvre pérenne mais comme pensée en acte, comme transmission intense et dynamique d’une conception du monde dont la profération et la formulation ne cessent jamais. Acte de pensée créatrice en mouvement.

    En somme c’est ainsi également que se comprend le mieux une cathédrale gothique comme celle de Paris (elle aussi est une oeuvre collective, mais à échelle immense), qui ne peut se détacher des premières polyphonies de Pérotin le grand.

    Yves Bergeret

  2. Forse i primi grandi posatori di segni sono i quattro elementi naturali della vita e Nôtre Dame e la Casa di Koyo possono essere considerate crocevia dei loro segni e come tali indistruttibili: ovunque e perennemente creano spazio del loro sapere ..
    Bergeret mi perdonerà questo azzardo interpretativo, solo frutto del dispiacere per quello che è accaduto al villaggio e alla Casa dei Pittori.

    1. Merci, Madame, pour votre commentaire.

      Je dirais plutôt que les quatre éléments fondamentaux (si c’est bien ce dont vous parlez), l’eau, la terre, l’air et le feu, sont les éléments à partir desquels un peuple et ses poseurs de signes élaborent un langage avec ses mythes, son sacré et ses rites ; ce langage se dépose dans la mémoire collective et individuelle, qui est toujours vivante et en devenir ; ce langage se dépose aussi sur des supports très simples, grâce à des signes visibles, d’abord graphiques, qui sont audacieuse initiative et finalement oeuvre des poseurs de signes.

      Maison des Peintres de Koyo et cathédrale gothique sont la cristallisation, plus ou moins durable, de cette mémoire collective que ses poseurs de signes mettent en très active position de transmission. Elles ne sont pas des oeuvres d’art statique et académiquement muséale; elles sont de la parole en rebond.

      Yves Bergeret

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