Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve

Secondo Abbas Kiarostami l’arte cinematografica offre la possibilità di raccontare una storia, la fotografia quella di fermare un attimo in cui un particolare (in special modo del paesaggio rurale) colpisce la mente di chi osserva.
Allorché il regista si pone alla guida della propria automobile e percorre molti chilometri lungo le strade della campagna iraniana, volentieri si lascia affascinare dalle gocce di pioggia che cadono sul parabrezza scivolando via da esso o verso il basso, oppure restando come sospese sul vetro, tremolanti lenti dotate di vita propria e che donano ben altre forme al mondo fuori dell’abitacolo: Kiarostami fotografa allora, servendosi di una fotocamera digitale, decine di situazioni e il parabrezza della sua automobile è l’inedita retina sulla quale si fissano la pioggia, i colori, le forme di alberi, di strade, di lembi di cielo.
I giorni di pioggia e i viaggi traverso la pioggia trasfigurano il paesaggio, tra quest’ultimo e l’occhio del fotografo-regista ci sono la fotocamera e, soprattutto, il parabrezza attraversato da rivoli di pioggia in movimento perpetuo: è un vedere per rimandi e per intuizioni, per fascinazioni e per distanze cangianti, ingannevoli e proprio per questo veritiere.

È facile pensare a un foglio bianco sul quale siano tracciati dei segni neri quando si guardano le foto dei paesaggi innevati di Abbas Kiarostami: è, in realtà, una reductio ad unum che lo sguardo della mente opera dentro la complessità estrema di un paesaggio perché una delle moltissime straordinarietà di un paesaggio è proprio quella di offrirsi come un testo da leggere che, però, abbondantemente eccede i limiti e le strutture del testo stesso.
La fotocamera fissa così il bianch’e nero giuocato tra alberi e neve, viene a darsi a vedere un’estrema purezza di visione e di tratti che sembra (ed è) altro dalle fotografie scattate traverso il parabrezza irrorato di pioggia.
C’è, allora, una doppia accezione di purezza: quella che filtra attraverso la doppia lente (trasparente eppur densa) delle gocce d’acqua piovana e del parabrezza e quella immediatamente squadernata attraverso l’aria ripulita dal freddo e dalla neve.

E ci sono le fotografie di strade (asfaltate, sterrate, camionabili) che s’inoltrano traverso lande prive di case e di manufatti umani, tracciate direzioni che invitano ad andare per guardare, ci sono nobilissimi alberi la cui regalità s’accampa solenne nella campagna e dona allo sguardo una certezza di bellezza.

Quasi un lascito, infine, 24 frames celebra e sancisce l’incontro tra arte del cinema e arte fotografica, come se la visione delle cose del mondo fosse la lettura più alta e più degna che la mente umana possa compiere.

2 pensieri riguardo “Breve saggio sul fotografare la pioggia e la neve”

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