John, 1910

Gwen John, “L’artista nella sua stanza a Parigi”, ca. 1910, olio su tela, Collezione privata

di  Marco Furia

Attorno al 1910, Gwen John dipinse “L’artista nella sua stanza a Parigi”.
Vediamo una donna – Gwen medesima – seduta, con aria malinconica, accanto al letto e, dietro le sue spalle, un’ampia finestra sotto la quale si scorge un piccolo tavolo.
La pittrice, che indossa sobrie vesti e tiene le mani unite in grembo, mostra un’espressione non allegra ma nemmeno drammatica: discreta con se stessa, ritrae le sue sembianze limitandosi a suggerire.
Quell’atteggiamento è momentaneo o abituale?
Quell’umore è occasionale o costante?

L’osservazione, in sé, non può fornire risposta a simili quesiti, poiché il dipinto non offre elementi utili a sciogliere il grumo dell’interiorità della sua protagonista.
Non si possono dipingere i sentimenti in quanto tali: qui, però, soggettività e oggettività, pur restando distinte, convivono in maniera particolarmente intensa.
Scopriamo così che quella pittrice malinconicamente assorta ci attira non tanto perché suscita una curiosità destinata a rimanere insoddisfatta, bensì per il fatto di riuscire a renderci consapevoli dell’articolazione ulteriore di un’intima circostanza.
Siamo abituati a distinguere, in modo netto, tra interiorità ed esteriorità, tuttavia, guardando attentamente “L’artista nella sua stanza a Parigi”, notiamo un affievolirsi di simile distinzione.
È come se una linea ritenuta continua si rivelasse, a un esame più approfondito, frammentata.
La sfera emotiva di quella donna c’è.
È anche in quell’abbigliamento non appariscente, in quella capigliatura, in quella posizione delle braccia, in quel volto.
È anche?
Forse qualcuno potrebbe dire è soltanto, poiché non è dato vedere altro.
Usiamo dunque ogni giorno espressioni linguistiche riferite a un’interiorità di cui possiamo avere conoscenza unicamente in maniera indiretta, incerta?
No: non siamo imprecisi, ad esempio, se definiamo “spaventata” una persona in preda alla paura.
Così, è sufficiente soffermarsi sul dipinto in esame per rendersi conto di come si possa parlare, con correttezza, di “malinconia”, intendendo con siffatto termine un modo d’essere, non una cosa.
L’immagine può sostituirsi alla parola e può perfino risultare più espressiva di questa (dipende dalle capacità di chi parla, scrive, dipinge).
Un autoritratto, dipinto oltre cento anni orsono, ci invita a riflettere su ciò che siamo, su come comunichiamo, rivolgendosi a noi con un’immediatezza tale da rendere nullo un lungo intervallo temporale.
Un secolo, talvolta, può essere più breve di un attimo, poiché lo sviluppo cronologico non è l’unico criterio in base al quale prendere in considerazione la vita umana.
Gwen, d’altronde, non intende riferirsi ad alcun parametro, bensì a un sentire d’esserci, a un’intensità esistenziale ampia e non inerte, estranea al concetto di misura e, nondimeno, dicibile.
In questo caso, davvero, un’immagine vale una parola.

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