Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm

Lo sguardo di Christer Strömholm restituisce il riflesso di un riflesso: Alberto Giacometti e la sua scultura visti traverso i vetri della finestra, in essi riflessi – ma in primo piano ci sono i pennelli, la sgorbia, gli stracci, la scodella di colore rappreso, il davanzale, la polvere mineralizzata, si vedono anche i tocchi dello stucco che fissa i vetri tra i sottili legni verniciati dell’anta: come se l’artista e la sua opera fossero riflesso o proiezione degli strumenti di lavoro o questi ultimi guardassero l’artista e le sue opere che stanno dentro lo studio.
Salutare pedagogia ricordare l’azione decisiva degli strumenti, sinolo di pensiero creatore e di corpo che realizza affrontando le resistenze della materia (anche il testo è materia da lavorare).


Giacometti al telefono e la sua scultura come sospesa nell’aria si profilano nel vetro determinando (almeno per alcuni istanti) l’incertezza tra chi e che cosa sta fuori e chi e che cosa sta dentro la stanza: lo sguardo è costretto a concentrarsi, a mettere a fuoco, a capire e salutare è anche quella pedagogia dalla quale si apprende a dubitare, che i sistemi di riferimento percettivi possono mutare, che la verità stessa (o pretesa tale) può essere riflesso di un riflesso oppure forse raggiungibile per ipotesi, inferenze, finzioni del pensare.

E questo scatto di Strömholm (del 1960) perpetua un Giacometti che conversa con un interlocutore o un’interlocutrice che potrebbe essere proprio chi in questo momento sta guardando e chi ama la sua opera: privilegio di atti artistici che aboliscono la distanza temporale: «Contro ogni storicismo, che lascio volentieri ai professionisti del pensiero, io leggo qualsiasi libro o documento, anche di duemila anni fa, come se fosse stato scritto per me, in questo momento, per la mia vita. Solo la risonanza delle anime conta; il resto è, in tutti i sensi, tempo perduto» scrive Mario Andrea Rigoni in Fondi di cassetto / Aforismi e frammenti, Elliot, Roma 2019, pagina 7.
Impossessarsi così di un’immagine (fotografica, nel caso presente: ma potrebbe essere quella di una scultura giacomettiana, di un testo di Char, quella sonora di un pezzo di Anton Webern…) e sentirla propria, lasciarla fluttuare nella stanza della propria mente mentre la notte preme attorno.

Praticare la devozione dovuta alle finestre, salvifiche fessure nella compattezza del muro (che protegge e racchiude, ma anche limita ed esclude): è una finestra pure l’obiettivo fotografico, mobilissima finestra che si sposta in cerca delle cose, delle persone, dei luoghi da vedere, è una finestra l’occhio – e si pensi alla struttura vetri / telaio / davanzale delle finestre nelle case occidentali (con in più l’aggiunta, talvolta, della tapparella o della persiana o della veneziana… o, all’interno, del tendaggio) che, pur non potenziando, per dir così, né modificando la funzione primaria della finestra quale fessura più o meno vasta praticata nel muro, sostengono e confortano tale funzione (guardare all’esterno, proiettare lo sguardo e la mente verso il fuori necessario e vitale – e, dall’esterno, guardare dentro) – si pensi al tormento di Gregor Samsa impossibilitato ad affacciarsi dalla finestra della propria camera, per quanto essa desse su un triste muro della città.
Da dentro verso fuori, da fuori verso dentro è il giuoco serissimo del vedere e del conoscere (esse est percipi? sì, ma anche esse est percipere tramite l’osmosi continua che accade proprio traverso la finestra).

In uno dei suoi testi da me più amati – Nuns painting Water-Lilies / Monache che dipingono ninfee del 1950 – Wallace Stevens immagina un gruppo di monache, creature “dagli strani cappelli”, come Claude Monet intente a dipingere delle ninfee e che riflettono sul loro stesso dipingere:

[…]

Inside our queer chapeaux, we seem, on this bank,
To be part of a tissue, a clearness of the air,

That matches, today, a clearness of the mind.
[…]

We are part of a fraicheur, inaccessible
Or accessible only in the most furtive fiction.

1 commento su “Breve saggio su di una fotografia di Christer Strömholm”

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