Khadija

Massimo Rizzante

KHADIJA

23 giugno
Soltanto mia madre era in grado di consolarmi di non aver partorito un mostro. Nei villaggi s’impara dagli animali e, spesso, è l’unica lezione. Mostri, viaggiatori, puttane, orfani, moribondi, tutti coloro che hanno tagliato i ponti dietro di sé hanno in comune un vincolo terrestre oscuro, ineluttabile. La schiava ride o eiacula. Si vendica

26 giugno
Nel mio ventre si annida una placenta di uomini che affolla ogni giorno di più i miei sogni. Lo so che dare importanza ai sogni significa farli degenerare in incubi. Il mio è uno strano e complicato suicidio

27 giugno
Oggi i pensieri devono morire nell’eccitazione

29 giugno
Gli uomini temono la potenza dei confronti: centimetri, cataloghi, giochetti per ardere qualche secondo in più come eretici sul fuoco

30 giugno
Un giorno sulla strada per Ouarzazate, mentre un emigrato mi leccava la fica, ho rivisto mia madre. Se ne stava con i suoi grandi occhi da civetta dietro l’abisso delle mie palpebre. Vieni, mi sussurrava

2 luglio
Oggi un ricco europeo, storpio e beato, ha bussato tre volte. Si è innamorato della mia farfalla tatuata su una natica. Dice che vuole salvare la mia anima

3 luglio
In questo paese ogni atto sessuale compiuto fuori dal matrimonio è punito severamente. Io, perciò, secondo la legge, sono un carcere speciale dove i figli di Allah e del marchese de Sade entrano ed escono alla ricerca di uno sguardo supplice

5 luglio
A volte, quando chi mi è sopra è preso da uno spasmo o s’immerge nella resina del mio sperma, conto su un pallottoliere le teste mezze incappucciate come fichi aperti che emergono dai vicoli della mia infanzia. Soltanto due bambine lottano nel fango strappandosi la pelle a vicenda

8 luglio
Mi sento come un pozzo avvelenato. E poiché mio padre continua a vivere, non c’è antidoto. Ogni volta che un uomo mi tocca, convoco il suo volto, il suo corpo macilento, carico di ascessi, i suoi reni ridotti a sabbia granulosa. A forza di pisciare sangue ha trasformato il mio letto in una palude. Come se ogni volta si aprisse un mar rosso dalle mie vene senza fede

13 luglio
Esiste un’invocazione in arabo per salvare i libri dagli insetti. Anche il mio corpo è un libro aperto e spesso prego le parole affinché le loro punture velenose non abbiano effetto sul mio sistema nervoso, affinché i loro strani suoni notturni non mi facciano impazzire, affinché i miei gemiti di piacere restino umani

17 luglio
La prima cosa che impari è: non essere. Perciò non prenderei mai il posto di dio: non poter mai smettere di essere, per una puttana, sarebbe una tortura

18 luglio
Il sonnambulo del Mandalay è dimagrito. Dissenteria, credo. Non smette di entrare e di uscire dal bagno. L’odore acido della sua merda molle ha invaso la stanza. Del resto ha sempre odiato il grasso, il superfluo, la dismisura dei pingui che si lasciano riempire come sacchi d’immondizia. Correggere, evacuare, eliminare sono i suoi verbi preferiti: un poeta ha una vita sottile, mi ha detto una volta. Quando scopa tiene gli occhi aperti: è il suo modo di non spingersi fino al limite per poter credere alla realtà

23 luglio
C’è uno che si sente diverso, un profeta che gioca con parole che non conosco: essenza, ad esempio. Poi si abbatte con i denti sul muschio bagnato della mia piccola caverna fino a farmi piangere. Poi grida: Lacrimae rerum!

27 luglio
Il mio numero di cellulare me lo sono tatuato sul braccio. Così è più facile prendere un appuntamento, soprattutto con gli stranieri. Anche se una volta un vecchio ebreo di Haifa, liberando in estasi il seme sul mio seno, blaterò: Myriam, Myriam! Wo ist deine Mutti?

30 luglio
Ci sono notti in cui sono sola. Allora il mio sesso diventa un formicaio in cui tutte le formiche-amplessi di cui ho goduto si organizzano in minuscole squadre di soldati per trasportare il mio corpo come un’enorme briciola di pane ammuffito in un luogo segreto, un formicaio-bunker, in cui tutti gli amplessi-formiche attendono la fine della guerra in trincee costruite intrecciando i miei capelli caduti. Un buco nero formicolante di orrore in mezzo a un deserto di noia

1 agosto
Questa notte ho commesso due omicidi. Due tizi, due stupratori. Li ho strangolati. Ne ho nascosto il corpo e bruciato i vestiti. Ricordo una stanza dell’hotel Octavio, ad Alegeciras, credo. Sono colpevole. Così colpevole da essere in pace con me stessa

2 agosto
Esce dalla mia fica come un puritano dopo aver sguazzato nel pantano della rivoluzione. Ne ho conosciuti di uomini così, intellettualmente superiori: come direbbe il mio vecchio ebreo di Haifa, gente che nemmeno un forno crematorio sarebbe in grado di riscaldare

3 agosto
Quando entra il sonnambulo del Mandalay, inizia la disgregazione. Anche lui come me durante l’orgasmo sente due cucchiaini colmi di rabbia tintinnare all’unisono. Poi, la caduta. E nel bicchiere l’acqua effervescente che gorgoglia implorando di essere mescolata. Ma i cucchiaini restano sospesi, svuotati. Nessuno dei due ha più voglia di immischiarsi

4 agosto
Sarebbe bastato qualcosa di meno complicato, credo. Un quaderno di scuola con meno orecchi. Meno fiotti di sperma sul viso. Una maestra meno frigida di un compasso. Sulle unghie meno smalto. Meno henné, meno tatuaggi. Meno riccioli nei capelli. Meno tarli. Meno eloquenza durante gli spasmi. Giudica i miei orgasmi secondo l’arte, e non con il metro persiano, mi disse una volta lo straniero del Mandalay

5 agosto
Ho letto non so più dove, forse in una rivista femminile, che molti animali, a differenza degli uomini, praticano per lo più il sesso anale. Certo, non sono esseri civilizzati. A volte annusano gli escrementi di chi amano e in segno di grande comprensione ci cagano sopra, rimestando la materia con grandi cerimonie fino a quando l’unità degli elementi rispecchia il loro sentimento. Anch’io a volte vorrei tornare a una vita regolata dalle stagioni, sentire solo la campanella degli istinti, indossare di nuovo il grembiule sporco di terra. Riprendere il mio posto alla scuola del calore

7 agosto
Un giorno Kamal, che non era in vena di scopare, mi ha detto: Tu, Khadija, con la tua farfalla tatuata, il tuo numero di cellulare sul braccio, i tuoi aborti, la cicatrice che sporge dal tuo ciuffo brumoso, sei la storia dei deboli, il suo corpo, un bel sogno!

12 agosto
Inarcarsi lentamente e offrire il proprio ano è una forma di inchino pieno di buon senso nei confronti di chi il più delle volte si sente al posto sbagliato, prova disgusto e sorveglia come una sentinella una piccola e profumata cloaca dove non distingue più la morte dalla vita

13 agosto
Tomber amoureux d’une pute, c’est du romantisme! Sulla strada per Ourika, queste le parole del vecchio taxista

17 agosto
A un uomo d’affari di un altro continente, che di tanto in tanto mi fa visita, piace affondare la sua dentatura cavallina nel mio seno in carne. Il male è insopportabile, ma ancor più insopportabile è la noia di indossare un paraocchi e scalpitare senza zoccoli con un paio di redini intorno al collo

22 agosto
Lo specchio ineluttabile della felicità è la paura. L’ho visto negli occhi di una coppia che passeggiava nella Medina. Mano nella mano, frasi-feto, parole-ricatto, demenza infantile: tutti i gradi del sentimento amoroso. Poi una scossa alle labbra, una risata, e i due corpi sono andati in pezzi

27 agosto
Chiunque viene qui, una volta soddisfatto, lascia un vuoto che dovrebbe essere redento. Per questo ogni giorno dipingo sulla parete un fiore, un fiore innocente, che si limita a esistere e che, fedele alla sua carnefice, non cresce. File di guardiani tricefali dalla nascita si stanno ammassando sul muro, fratelli di coito

3 settembre
La regina del preservativo, così mi chiama con un sorriso lo straniero del Mandalay. Per me è come succhiare il latte materno, gonfiare un palloncino, soffiare per dare forma a una bolla d’acqua e sapone. Viene dall’infanzia. E, infatti, non sono mai riuscita a distinguere i vagiti di un neonato dai gemiti di un uomo

5 settembre
Un giorno un poeta ha voluto rendere onore alla mia fica. Aharon, credo si chiamasse. E siccome un vero poeta è come un lattante che stringe i pugni tutto il giorno senza che le sue mani serrino qualcosa, non ha preferenze, cammina senza sapere dove va, si offre a ogni offesa e crede solo in ciò che divora, egli dimentica. Stesa a carponi sul pavimento guardo le fotografie della mia vulva ornata di foglie d’alloro. E sento le sue parole: che coglione, l’uomo!

        __________________________
        Tratto da Scuola di calore, Effigie Edizioni, 2013,
        ora in Una solitudine senza solitudine, Effigie Edizioni, 2020.

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