Il nero, la Sicilia, la parola

Desidero iniziare a scrivere di Black Sicily (Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2020) di Fernando Lena dicendo subito che, a mio parere, un libro di poesia riuscito è un libro che si distingue per qualità stilistiche ed espressive, perché non ha eluso quella che per me è l’irrinunciabile necessità di passare attraverso e oltre un vero e proprio stretto, pericoloso e insidiosissimo: quello cioè che contemporaneamente separa e avvicina il continente dell’esperienza personale, del mondo interiore di chi scrive e il continente della convincente realizzazione linguistica, strutturale, espressiva – troppi autori hanno preteso e pretendono di alimentare i propri testi con il loro portato di storia esistenziale e interiore, pochi, pochissimi hanno scritto poesia, hanno saputo attraversare lo Scill’e Cariddi (per dirla con Stefano D’Arrigo), cioè quel pericoloso imbuto che permette, poi, di navigare transitando da un mare all’altro, com’è, in effetti, del dire in poesia: transitare da quello che, alle mie spalle, mi spinge a scrivere verso il futuro prossimo e poi anteriore dei testi realizzati.
Fernando Lena ha scritto un libro di poesia che bisogna senz’altro leggere e apprezzare, che non cade nella trappola dell’autobiografismo e della confessione sentimentale, che non pretende di essere letta perché “umana” (categoria quest’ultima incerta e quant’altra mai capace di giustificare tutto e il contrario di tutto), ma perché adulta per scelte di stile e di linguaggio.
Fernando proviene, infatti, da precedenti esperienze in poesia sulle quali ha umilmente e testardamente lavorato per approdare a questo Black Sicily il cui titolo è già una dichiarazione d’intenti: il ricorso a un’espressione inglese fa già pensare a un qualche legame dell’isola con la mafia statunitense, oppure potrebbe essere il titolo di un portfolio fotografico, mi vien fatto di dire, di uno di quei grandi fotografi nordamericani dell’Agenzia Magnum; non escluderei che il titolo possa essere sottilmente ironico (il vezzo d’infilare vocaboli inglesi ovunque, ma per parlare, infine, di una situazione ben definita – e tragica – a livello geografico, sociale, storico) – comunque sia Fernando Lena ha composto un libro nel quale s’incrociano le sue esperienze personali (un passato di tossicodipendenza, il suo legame con l’Isola, il rapporto con il padre, le persone incontrate) con una Sicilia nient’affatto colorata e allegra, ma prostrata sotto il giogo della violenza e del condizionamento mafiosi, apparentemente incapace di uscire da un feudalesimo sociale ed economico che continua a ucciderla.
Ma mi sembra che la colonna vertebrale del libro sia costituita innanzitutto dal rapporto col padre, decisivo anche per l’emancipazione del figlio (sono l’emancipazione e la libertà della Sicilia tutta a costituire l’aspetto politico dell’opera – altro elemento da non trascurare – per cui la storia privata di un diventare adulto si rispecchia in un processo collettivo, ma continuamente abortito).
Leggiamo allora uno dei testi del libro:

VIII

Un giorno rimetti la patente
nel buio d’un cassetto
è quella di tuo padre
che ormai non andrà oltre
il tuo chiamare invano la rabbia
che non hai saputo urlargli.

Ora la casa è ferma
al codice dello spaesamento,
i quadri storditi,
l’equilibrio della luce
a gattoni sulle pagine gialle

eppure i gatti parlano un’altra lingua
e non graffiano nemmeno il cuore.
Il battito? All’improvviso è granitico
e così lo rimetti come il posacenere
nel cimitero asmatico delle cicche

Quale profilo migliore
ho conosciuto di noi che non fosse
disperazione e incanto, ma infondo
se resisto è per l’etica del sangue (pag. 21).

Si notino (e si apprezzino) l’asciuttezza del dettato, la chiarezza e la nettezza della dizione, la scansione dei diversi passaggi concettuali in strofe di differente durata: il verso libero è costruito secondo il ritmo del pensiero e il linguaggio è chiamato così a dominare il magma interiore, l’accavallarsi dei ricordi, le differenti spinte sentimentali – l’intero libro è scandito in testi (relativamente brevi) numerati progressivamente senza alcuna interruzione, anche se vi si distinguono tre parti (Black Sicily da un testo non numerato che fa da prologo al XXIX, Ematismi barocchi dal XXX al XXXIX, C. R. L. – Centro Recupero Luttodipendenti – dal XL al XLVIII più una prosa finale intitolata Buon compleanno) e, come spiega l’autore nella nota finale, Questo libro è stato pensato e scritto come un breve romanzo in versi (pag. 71). È un avvertimento importante perché dà conto dell’impianto di ampio respiro, invita a leggere ogni testo non isolato, ma in relazione a tutti gli altri, pone sul tavolo la questione del respiro prosodico e del rapporto tra il verso (unità minima del ritmo) e il testo e, poi, l’impianto generale del libro.

XII

(Pasqua)

È quello dei vicini il rumore
di una sega elettrica che divide
in due un agnello per Pasqua.
Il sangue come una mitragliata
di rosso cade sulla tela del cemento
tutto viene preparato con cura
come da tradizione mentre
tra il cortile e il mattatoio
c’è la curva del figlio
che pedala come un invasato
e forse va incontro al suo destino
o verso una primavera di starnuti biblici.
Dalla mia voce eppure
arriva lo sguardo di un estraneo
che cerca un’isola e vede
una croce di parole (pag. 25).

Lena non si abbandona certo a simbolismi o a metafore (non l’ha mai fatto), ma cerca la presa diretta della realtà usando il linguaggio come sguardo lucidissimo e diretto, scrivendo senza sbavature sentimentalistiche o patetiche e la stessa croce di parole, immagine mutuata dalla Passione di Cristo, ovviamente, e anche il sangue e il rosso (termini questi ultimi ad alta occorrenza in Black Sicily) sanno conservare una concretezza e, ribadisco, un’asciuttezza encomiabili.
Se in apertura avevo pensato a quei grandi fotografi della Magnum che fin dallo sbarco alleato in Sicilia percorsero l’Isola fotografandola in bianco e nero, voglio ora correggere il tiro: questo libro di Fernando è anche un libro fotografico (molti testi sono fotografie di precise storie, di persone, di fatti) e merita di essere accostato all’opera eccelsa di Letizia Battaglia: medesima è la postura etica e intellettuale nei confronti del reale, medesima la scelta artistica di non ornare, di non estetizzare quello che la mente vede e il corpo avverte. Ecco: per me il non estetizzare è uno dei punti cruciali in base al quale misuro quello che leggo, benché non esista opera riuscita senza uno stile che la completi e valorizzi.
A leggere il testo che propongo qui di seguito si ha la conferma di una scelta stilistica capace di controllare magnificamente l’enorme pressione memoriale e sentimentale, conservando al testo la capacità di emozionare e di non lasciarsi dimenticare:

XVI

Era il modo con cui
mi lasciavi andare al traghetto il ricordo,
lo stesso modo con cui
voltavo le spalle all’isola
propenso di vedere
un delfino disegnare l’aria,
l’ultimo rigo di costa

poi di corsa a vomitare nel cesso
non per quell’andamento delle onde
ma del sangue troppo inquieto di valium (pag. 29).

E propongo ora un altro testo che penetra, senza ambagi, in una tematica dolorosissima e appartenente a una realtà totalmente dominata dal maschilismo e dal machismo, che Fernando affronta evitando qualunque espressione sentimentalistica o moralista a livello linguistico, riuscendo proprio per questo convincente ed efficace: ho l’impressione che Lena abbia lavorato sempre a rasciugare i testi, cercando di far coincidere le parole con le cose e con i fatti, scegliendo, inoltre, costruzioni sintattiche articolate che contribuiscono a evitare banalizzazioni e cadute sia concettuali che stilistiche – se sintassi riconosce la propria etimologia nel concetto di ordinare, di mettere in ordine, è allora chiaro che anche questo sia uno degli aspetti che consentono al discorso la sua chiarezza e la sua determinazione a dire mostrando, a guardare comprendendo, a organizzare argomentando.

XX

(tuo fratello Luciano)

Eppure sembra facile sopravvivere così:
un po’ di violenza, una traccia di paura
qualche pugno rilasciato come una carezza
è ciò che hanno fatto a tuo fratello Luciano,
per un finocchio nascere tra questi ingorghi di degrado
è un viaggio d’ematomi, d’insulti ad alto impatto.
Un giorno lui diventerà una donna
una di quelle con il silenzio nella certezza
quella certezza d’amare con un corpo intenso di desiderio:
ma tu non ci credi con quei suoi fianchi
a inondare questa piazza di spaccio,
tra tacchi a spillo, minigonna,
la saliva come proiettili… quando lo sputo
è l’inizio di un’evasione, lo slancio verso la luce (pag. 33).

E si consideri la perfetta costruzione del testo seguente, simmetricamente articolato in due parti (9 versi + 9 versi) e che s’inizia con qualcosa di estremamente “normale” e addirittura piacevole (la granita) e con una bellissima, efficace immagine (l’inzuppare il sole nel bicchiere) per ribaltarsi nella scena dell’omicidio che tocca da vicino l’io e il tu del testo (il nostro amico provetto killer) e per dar luogo a quell’accostamento scioccante tra lo sciroppo d’amarena e il sangue, così che si è davanti a una struttura circolare che dalla granita (felicità spensierata di un mattino estivo) approda, attraverso la citazione dello sciroppo d’amarena, al rosario di piombo, concomitanza di un’immagine di luttuosa violenza e di un simbolo della pietas cristiana:

XXXV

La granita al mattino d’estate
che non fosse una bestemmia
lo sapevi anche tu
perché c’è qualcosa di sacro
nell’inzuppare il sole nel bicchiere,
Dio è lì con i brividi
nel cuore della barista,
ma quel giorno era più latitante
del nostro amico provetto killer:
un agguato e un padre morto
davanti agli occhi del figlio
e poi le nostre domande
mentre il sangue fluiva
come sciroppo d’amarena
tutto in quel giorno
quando senza accorgercene
la misericordia stringeva a sé
un rosario di piombo (pag. 51)

Chiedo venia se insisto, ma torno a pensare a molte fotografie di Letizia Battaglia colme di persone allibite davanti a un cadavere insanguinato.
E leggiamo ora un altro testo contrassegnato da una materia in sé incandescente e dolorosissima, ma condotto e costruito con lo sguardo fermo che solo il labor limae sull’espressione in versi può consentire di raggiungere:

XLI

Un centro recupero per luttodipendenti
pura follia? Qui come negli alcolisti anonimi
la parola diventa un’assatanata
sofferenza da spurgare,
Mara intanto ci racconta
di come ha perso Elisa
dopo uno stupro, il sangue
il suo respiro interrotto
nel baccello materno
e io? Dovrei raccontare
di come ho perso me stesso
guardando il cielo
da un cortile al buio
mentre il pollice spingeva
l’instabilità di qualche Dea
venuta a sussurrarmi che Marte
è appena fuori dalla vena
appena dopo che togli l’ago
e la musica allinea i pianeti
con un prurito e un dire rauco
disfatto dal silenzio (pag. 60).

E concludo con un testo che comprova ulteriormente (se ce ne fosse bisogno) il dominio sulla forma raggiunto da Fernando; l’asciuttezza coraggiosa del suo dire non vieta al lettore l’emozione e la partecipazione fraterna, mentre continua a sembrarmi decisivo questo Leitmotiv del rapporto tra padre e figlio e, inoltre, tra la memoria del padre e il figlio ancora in vita, perché l’intera Sicilia nera è tale anche in ragione del lutto che costante accompagna la vita quotidiana di molte persone (l’illustre concittadino di Fernando, Gesualdo Bufalino, ha scritto un libro non a caso intitolato La luce e il lutto), ma lo è, soprattutto, in ragione della costante presenza della violenza mafiosa che impedisce ogni forma di emancipazione (sia essa psicologica che economica, culturale, sociale e storica) – ulteriore aspetto interessante del libro è che esso non si pone come libro di denuncia, ma, nella sua armoniosa e rigorosa scansione, sa unire storia personale a storia generale, scegliendo un cammino di scrittura che non mitizza, che non trasfigura, che non colora la realtà:

XLIII

A mio padre,
il giorno del suo funerale
misi qualche verso
nella tasca della giacca
con la stupidità di chi
desiderava dalla poesia
una forma di eternità
e non mi sono mai chiesto
se ai vermi le parole
piacciono in salamoiate di lacrime
o croccanti di profezie
un po’ fumanti
come dopo i primi
cortocircuiti lisergici (pag. 62)

Qui di seguito propongo altri estratti dal libro, non senza aver segnalato l’appassionata e intelligente Prefazione del carissimo Francesco Tomada e ringraziato Nino Iacovella e Christian Tito che da tempo si erano interessati in maniera fattiva alla poesia di Fernando Lena.

XXII

(una passione incomprensibile)

Certe regole non vanno cambiate,
niente assuefazioni se vuoi essere un killer
né coca né eroina potrebbe tremarti la mano
o andare chissà verso quali ombre
la tua lucidità, eppure Zio Totò
le declamava con una calma estiva invidiabile,
per lui era soltanto una guerra
a volte in crescendo
altre volte eticamente indispensabile,
in tutto quel tango di scooter
la musica non cambiava
mentre era il fuoco incrociato l’armonia
e pare anche che affiorasse
una passione incomprensibile
a forza di sovrastare l’ego del mostro,
all’improvviso pioveva piombo dove
il deserto era un vastissimo idioma dell’anima.

XXVIII

(treni)

I treni avevano infinite voci
abbandonate in uno scalo,
e qualche volta ci dormivi
pure con quei clochard
disorientati come quel ragazzo
che aveva attraversato una lingua di mare
per rimanere con quell’accento
del piccolo marinaio naufragato nell’LSD.

Oceani e oceani di mostri
dalla parola dilatata
mentre il tuo continente
era un precipizio di caos.

XXX

È bello che tu dica
quanto io sia fortunato
a vivere in tutto questo verde
e c’è pure il silenzio
e un paese che si abita di auto
e qua e là un pugno di ciclisti
reduci da un girovita plasmato
da pasta e melanzana,
c’è che se fai in tempo
ad aprire le orecchie al giorno
non vieni svegliato
dai soliti petardi quasi ogni domenica
perché è di domenica
che grida la festa di ogni chiesa,
la sua processione e Dio che ride.

Fortunato è colui
che trova nelle ferite la causa,
anche perché a sanguinare
ci si abitua presto
tra questi muri a secco.

Il verde che ricordi
può darsi che sia
lo stesso che ricordo io
delle mimetiche che impazzavano
negli anni ottanta,
sotto il caldo il loro strapotere,
quella premonizione nucleare,
mentre noi strisciavamo
come lucertole per opporci
a un sole d’uranio.

XLVI

Muore il vicino sussurra Erminia
e pensi a come sarà da adesso
il suo giardino, muore il fruttivendolo
e mi chiedo come sarà il peso
delle mie mele preferite
senza il suo tocco bilanciato da un sorriso,
muore il figlio del panettiere
lui così gentile in una curva di farina
scivolato nell’oblio abbracciando
un albero in coma, e poi muore
una parte di me, mio figlio
dietro una pompa di benzina
con un paio di proiettili nel torace,
l’odore di nafta con quella del sangue
radicale nelle vendette esecrabili
e non mi chiedo perché è il silenzio
a chiedersi come il dolore
con le sue capacità architettoniche
riesca a proteggermi dentro un simulacro,
morta anche io respirando la vita degli altri.

XLVIII

È un respiro pesante
quello che abbiamo da dirci,
pesante è l’intonaco della stanza
questa pelle di gesso
che come un ventre materno
vorrebbe proteggerci
quando siamo qui a parlarci
dimenticando la vita,
Massimo non vorrebbe capire dice
non vorrebbe intuire che qualcosa
si è rotto, dopo ogni morte
la frattura è un tramonto
che non puoi condividere
è quella giostra dove la sua bimba
rideva precipitata nella felicità
che solo l’aria ti dà
accarezzandoti come un aquilone,
lui non vorrebbe che quella giostra
si fosse arrugginita in una data,
ma noi siamo fatti di date
con un inizio e un’angoscia
e quell’alba in cui mio padre
morendo mi disse d’andare altrove
solo ora capisco che quell’altrove
è la paura di non poterci dire
quanto di umano c’è nel delirio dell’arresa.

7 pensieri riguardo “Il nero, la Sicilia, la parola”

  1. Quando Antonio dedica la sua attenzione a un libro, al suo autore, non si può che esserne grati sin nel profondo dell’animo. Sono doni immensi per chi scrive. Fernando è un poeta di spessore. Antonio è un poeta e letterato dotato di rara empatia che spazia nell’arte a 360 gradi. Qui la sua analisi critica va ben al di là del freddo tecnicismo retorico.

    Fernando l’ho amato appena sono venuto a conoscenza della sua scrittura.
    Gli abbiamo dedicato uno dei degli incontri più belli di Perigeion al Bezzecca Lab di Milano. Con Christian Tito, Fernando e il pubblico abbiamo tirato su una di quelle sere indimenticabili.
    Quando la poesia c’è, c’è anche un poeta.
    E quella sera se ne sono accorti tutti.
    Noi lo sapevamo già.
    Grazie Antonio per la splendida lettura.
    Nino

  2. Caro Fernando e caro Nino, grazie per i vostri interventi; dell’incontro al Bezzecca Lab di Milano mi aveva raccontato proprio Nino e alla carissima memoria di Christian è dedicato “Black Siciliy” (una commovente nota chiude il libro).
    Cari Nino e Fernando, la Dimora aspetta vostri contributi se ne avete voglia…

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