Il passo dell’obbedienza

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Laura Corraducci
Il passo dell’obbedienza
Bergamo, Moretti & Vitali, 2020

L’ultimo libro di versi di Laura Corraducci, Il passo dell’obbedienza (Moretti & Vitali, 2020) è un affresco potente, insieme lirico e civile, della resistenza umana e personale a disastri diversi: guerra, follia, malattie, dolori. Come osserva Giorgio Galli: «Alla vastità, ma anche all’unitarietà, del progetto corrisponde la struttura musicale del libro, basato su ritorni di nuclei tematici e di immagini-guida, come in una sinfonia di Bruckner dove tutto eternamente si ricrea e procede a partire da alcuni nuclei germinali». Aggiungerei, a questa osservazione, una riflessione conseguente: la struttura poematico-musicale dell’intero libro, diviso in cinque sezioni, si presenta con poesie brevi e compatte totalmente prive di punteggiatura, che proprio nel loro articolarsi in un continuum non scandito da punti o virgole modellano un discorso che inizia sempre e non finisce mai, fra impennate, pause, slanci, variazioni e ritorni al tema, dove la voce del poeta è ora sussurro lirico ora descrizione straziata ora affabile ellissi. Il lettore si trova trascinato nel ritmo, morbido e incalzante, sempre sicuro e ampio, del libro:

poi c’è una terra che è tua solo d’’estate
quando il sole di luglio sa di vento d’autunno
con un dramma recitato in mezzo al cielo
questa lingua che spinge aria nella gola
e un odore acre di cannella sulle labbra
lasciami ora al ciglio di questo bosco
dentro labirinti di verde senza uscita
dove la casa non conosce porta
e io possa entrare senza chiave

“Il passo dell’obbedienza” è camminare, interi, verso il proprio destino. La parola, in queste poesie, è ininterrotta energia di concatenamenti e di strade, dove le vite straziate e gli incontri felici sono mostrati nella loro emblematica e abbagliante chiarezza Pur narrando di episodi straziati, le poesie sono nitide e potenti, come un largo intimo e solenne. Le ombre, qui evocate e narrate, sono esposte in piena luce, come sul palcoscenico di un teatro interiore. La fede cristiana, che sottende molte delle storie rappresentate, è soprattutto vigore spirituale, simbolo di un varcare i limiti umani La voce di Laura è in levare e risuona nella pagina come “cantus firmus”, come “mono-tono” nel quale possono poi scorrere le parole e il loro corredo di immagini e suoni. Questa poesia è una interrogazione accorata sul destino civile e privato dell’uomo, evocato da quelle figure imperfette a cui allude Pontiggia nella sua nota di copertina. Qui le visioni scaturite da certe figure della cronaca civile e da certi sventurati destini, come quello di Juana la Loca, non sono proprietà del linguaggio o dell’io ma traversano questa o quella vita come personali modi di interpretare il mondo, non hanno bisogno di uno scrittore superbo, per esistere, ma di un umile trascrittore, che regoli la propria voce secondo l’intensità percettiva che emana da quelle storie. Il poeta usa il linguaggio come un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso e continuare ancora il viaggio. Il lavoro è con e nelle parole: cancella, aggiunge, riscrive, ma quando ha già visto, nella sua interezza, tutti gli intrecci del ponte. Un ponte non di cemento, di ferro o di marmo, ma di fibre diverse annodate insieme, oscillante e resistente, composto dal lavoro ostinato, plurale, onirico, di mente e corpo, come quando Corraducci fa emergere, come canto apocrifo, la voce della ballerina senza braccia Simona Atzori:

Sul palco mi colpiscono i rumori
il tamburo che batte colpi sulle assi
il legno non chiede mai delle braccia
vede alzarsi polvere dalle ginocchia
fare cerchi e salire verso le luci
in tasca porto sempre qualche libro
le poesie le so leggere coi piedi

In questo libro non percepiamo mai una rassegnazione, un dolente piegarsi all’ordine statuito delle cose, ma un coraggio costante, una fermezza evocativa che la pagina mostra in tutta la sua pienezza visiva e verbale. Questa poesia parla da destini cancellati ma ancora colmi del loro desiderio di essere nel mondo, contro il mondo, come nella drammatica poesia dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la staffetta partigiana Lia uccisa all’ottavo mese di gravidanza:

e sei tornata qua sulla strada a cercare
le carte e le parole nascoste nel cappotto
ed è così diversa e buia questa casa
non c’è più nulla nemmeno la paura
che ti aspettava nell’occhio della notte
questo paese spaccato con le mani
che è nato nel cuore freddo di tuo figlio
e cerca luce dal nero di un abisso
la bicicletta gettata in fondo al fosso
e tu che resti ferma immobile a vedere
la libertà naufragare nella nebbia

A lettura ultimata, il libro appare come un poema non frammentario che racconta disarmonie e armonie dell’esistenza, e dei suoi sentimenti essenziali. La sensazione che resta nel lettore è quella di un’inquietudine che esige ancora nuovi paesaggi, nuove parole, perché nulla è mai sufficiente. Come scrive Emily Dickinson: «Questo mondo non è conclusione, / C’è un seguito oltre – / invisibile, come musica – / ma reale, come suono – / attira e confonde – / la filosofia non sa». Questo non-sapere passa attraverso i corpi umani, le vite “al limite” del loro essere vite, e genera emozioni brutali, malinconie potenti, violenze indicibili. Ma la poesia ne esce con la sua misura, con il suo “passo” mai rassegnato, obbediente a un richiamo che è d’amore («non servono molte parole alla verità / basta sentire sottovoce il mio nome / e tutto il vento che soffi tu mentre lo dici) e di dolore («fra i fogli e i libri ora bianchi come sudari / nel deserto che da sola / hai seppellito a mani nude») e di coraggio silenzioso («le partenze hanno i colori degli arrivi / dipinti alla sinistra dello specchio»). Laura Corraducci non esita a confrontarsi con il limite e sempre lo varca, dal sorriso spettrale di Dora la sposa alla parola di Hetty Hillesum, indossando maschere diverse di vittime infelici e sopraffatte ma spiritualmente vittoriose. “Dentro un dolore legato al polso come un bracciale”: questo suo verso indica un fermo percorso di poetica: trasformare la sofferenza in gioiello vivo, rendere il passato che annichilisce attimo presente che illumina.

alla fine anche tu ci sei arrivato
a guardare il bicchiere dal suo fondo
e spegnere il telefono dentro la tasca
a scrostare tutti I muri per vedere
quali segreti possono nascondere
in mezzo al rosso dei mattoni
a cercarla nelle pagine dei libri
e annusarla nell’aria della notte
per scoprirmi felice su di un letto dove
le lenzuola sono barche per il mare
come un’unica vela che si spiega
a soli pochi centimetri dal collo

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