Contro i “like” compulsivi e automatici

Dal sito della Casa Editrice Laterza riporto la scheda dedicata al libro di Alberto Maria Banti La democrazia dei followers:

Dilagano le disuguaglianze, la nostra vita è sempre più precaria, l’ascensore sociale si è rotto. Eppure, invece di indignarci e lottare, passiamo il tempo a mettere like su Facebook e a seguire l’influencer più in voga. Come mai? Alberto Mario Banti, uno degli storici italiani più innovativi e originali, propone una provocatoria interpretazione del nostro tempo, capace di tenere insieme economia, cultura di massa, politica e psicologia sociale.

Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno arricchito una minoranza, approfondendo le disuguaglianze e riducendo la mobilità sociale. Eppure a questo stato di cose non corrisponde una reazione di massa, come se le persone fossero impoverite non solo materialmente e fossero incapaci di immaginare un altro scenario. E in effetti, sul piano politico nessuno mette veramente in discussione la logica del ‘libero mercato’, che viene considerata una legge di natura. La destra sovranista – con Salvini e Meloni – ha aggiornato la retorica nazionalista ottocentesca indicando negli immigrati e nell’Europa i nuovi capri espiatori. La sinistra ha passivamente seguito, illudendosi di poter dare una versione ‘progressista’ del patriottismo. Entrambe le parti politiche, in Italia come in tutto l’Occidente, si trovano perfettamente unite nell’accettare il ‘culto neoliberista’ della performance e della vita come competizione per il successo individuale. Questa narrazione ha trovato una potente linfa a suo sostegno in una cultura di massa – sapientemente alimentata dalle grandi corporation dell’intrattenimento – che ha eliminato ogni aspetto tragico della realtà, portando il pubblico a credere a una dimensione inverosimile e infantile in cui il bene trionfa sempre e il male viene punito. Una continua produzione di favole che incantano e alla fine inducono ad accettare passivamente ogni iniquità e ogni sfruttamento.

3 pensieri riguardo “Contro i “like” compulsivi e automatici”

  1. Mettere un like a un articolo contro i like non so se fa di me una follower meno o più compulsiva e automatica.
    Non mi sono mai sentita follower quando vado a casa di qualcuno che stimo e dal quale, comunque sia, so di poter trarre un arricchimento o spunti di riflessione. Il mio like è questo: io vengo a casa tua e ti ringrazio di quello che mi doni.
    Non mettere il like significherebbe per me entrare dalla finestra e rubare un libro dalla libreria.
    Lo so, può sembrare un excusatio non pentita ma, siccome condivido il tema dell’articolo, volevo far presente che esistono anche altre forme di silenzioso consenso che non implicano solo passività di giudizio.

  2. Leggo:

    ” Eppure a questo stato di cose non corrisponde una reazione di massa, come se le persone fossero impoverite non solo materialmente e fossero incapaci di immaginare un altro scenario. ”

    Ma mi sembra abbastanza ovvio il motivo: l’operaio degli anni Settanta poteva immaginarsi un futuro – tipo la propria fabbrica, con i guadagni sempre crescenti meglio ripartiti, il figlio dottore, i trasporti pubblici più comodi.

    Viste le tendenze dell’epoca, tutte cose abbastanza plausibili.

    Ma viste le tendenze dei nostri tempi, non è più possibile immaginarsi alcun futuro, tranne “ritardare la catastrofe, non essere licenziato almeno io”.

  3. Per questo che le classi politiche occidentali non governano più, ma sono diventate semplici subappaltatrici di un “format” che impone limiti precisi (la destra sarà ultraneoliberista, la sinistra sarà il neoliberismo dal volto umano) nell’impossibilità di sognare per migliorare.

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