La testa di Paul Verlaine

Jean-Michel Maulpoix

      La testa di Paul Verlaine

Il primo gennaio alle tredici un piccione si è posato sulla testa calva di Paul Verlaine.
Anche quest’anno non nevicherà. Arthur continua a camminare rasente i muri. Ha con sé uno zaino di cuoio.
Marie ha due buchi rossi sul fianco destro. Dorme. Il mento contro il petto. Un bel sonno da immagine dipinta.
Il sole entra dalla finestra. Le mie giornate sono caratterizzate dalla prosa. Il mondo mi porta notizie.
Leggo nei giornali frasi senza testa né coda, storie di omicidi e di bombardamenti.
Passo in rassegna le disgrazie degli altri come un erbario di piante morte e di lacrime essiccate.
Ogni volta mi ripeto la stessa cosa: non scriverò più poesie, sono un retaggio del passato.
E tuttavia mi riprende questa voglia bizzarra, questo strano bisogno di parole avventate, di disarmonia e di rumore.
In verità non ho niente di particolare da dire, niente che valga la pena, ma nutro una vaga fiducia nelle parole
Il ritorno a un po’ di chiarezza, di misura o di senso. Non so proprio da dove mi arriva questa speranza
Come se qualcosa di nuovo potesse ancora prodursi. Come se qualcuno dovesse arrivare.
L’amore è un cargo cinese che arrugginisce. I seni delle donne sono in lutto. Ma il nero gli si adatta bene.
Momento giusto per perdersi in questa fine di secolo. Non ci recheremo più nel bosco. Gli alberi di alloro sono abbattuti.
Stavolta non presto nessuna attenzione alle parole che vi aspettate da me. Io non sono che il singhiozzo di un ubriaco.
Conto sulle dita le ore che mi separano dalla mia morte. Ciò mi distrae o mi tiene occupato.
Perdonatemi, divento fastidioso. Una porta che sbatte: tutto quello che resta delle case che ho potuto sognare di costruire
Con vista sul mare e balconi di legno dipinto. La domenica tutti insieme a inzuppare pasticcini secchi nel tè
Vicino alla spiaggia, a due passi dall’azzurro… Si ride per non piangere, questo è sicuro, voi mi avete capito…
La poesia? Un piatto frantumato. Il lascito di mia nonna che, non molto tempo fa, mi insegnava a scrivere in cucina.
Mi sento tanto solo dopo la sua morte: ho dovuto annerire montagne di carta. Nessuno si è accorto di questa assenza.
Io scrivo per dimenticare qualcuno. Come altri bevono o fanno festa. Scrivo per esserle fedele. E’ la stessa cosa.
La poesia è una vecchia cagna che abbaia contro i bambini degli altri. Non morde più.
Tutto amore che non ci sarà. Amore che non si farà più. La speranza è passata di moda.
Troppe persone cercano lavoro. Io invece sono in cerca delle mie parole. Colleziono i dizionari e le antologie.
La fabbrica del silenzio assume. Ha un eccellente fatturato. Si vocifera che il tempo passi in fretta.
Non si sente il grido dei morti. Nemmeno il rumore delle granate che esplodono. La televisione va avanti per conto suo.
Le cisterne in Africa sono vuote. I nostri pianti non le hanno riempite. La carità ha qualcosa di triste.
Dio si occupa dei suoi affari. La sua tonaca è di un bianco immacolato. Calza delle scarpe di tela.
Cristo sulla croce ha dolori ai polsi. Non crede più al cielo.
Anche l’erba si domanda per quale motivo rinverdire. Il paesaggio è invecchiato. E’ strano, la stanchezza è tanta.
E’ un periodo infausto per l’amore, questa fine di secolo. Quale gioia ormai ci darà l’opportunità di piangere?
La vita sghignazza di un ridere rauco. Ha perduto ogni ragion d’essere. Bisogna pertanto farla cantare.
La poesia, ecco cosa può allietarla, qualche osso tra i rifiuti e le pulci che la grattano.
La diverte non essere più niente, far rimare insieme la tristezza degli altri e la sua.
Fumatrice o non fumatrice? Con o senza sale? Io le preferisco di un biondo morbidissimo, o molto brune con gli occhi azzurri.
E’ falso quello che ho appena detto: per una volta, sto attento a non dire altro che la verità.
Le fotografie di donne nude sono aerei da caccia. In picchiata, dritte sul viale. Fermate ai semafori rossi.
Per me, io attraverso sulle strisce… Quand’è che troverete la cesoia che ci libererà da questo filo spinato?
Ci riprenderà la voglia di lirismo, ve lo assicuro. L’entusiasmo ci ritornerà. Con qualche grido imprevisto.
Non quello degli asini che vanno a pascolare dietro la chiesa e che ascoltano devotamente risuonare le campane.
Piuttosto quello della mitraglia e dell’esplosivo. Quello che scorta lontano lunghi convogli di bambini feriti.
So di cosa parlo: sono nato in un giorno di armistizio. A portata di fucile dei morti. Ho un cuore abbastanza pacifista
Ma non ho deposto le armi. Lo vedete, cerco le mie frasi. Come dire che credo ancora in qualcosa.
Ogni volta che cala la notte, mi assale il male della luce. Di notte, non prendo più il largo. Il mio sonno resta nel porto.
La poesia, lo ripeto, è una vecchia donna che solleva la tendina e osserva i passanti attraverso la finestra.
Inchiodata alla poltrona dalla sua artrosi e dalle sue varici, guarda le graziose fanciulle che sfilano in televisione.
Da molto tempo non gioisce più, e fa collezione di francobolli, di portachiavi, di spillette e di cartoline
Dai quattro angoli del mondo, visto che il mondo è quadrato, brillante e colorato come un vetro di Venezia.
Ci sono sempre dei vecchi pazzi che non le fanno mancare notizie e le assicurano che pensano a lei con molto affetto.
Tanti baci da ogni dove! Alcuni parlano della radura, dell’orlo del pozzo, e del frastuono dei venti impetuosi.
Affermano che un dio furtivo viene ogni tanto a deporre il suo immenso amore in un lacerto di parole ben accordate.
Abusano di questa inferma, inchiodata alla sua misera sedia, che ha imparato a leggere nei libri degli altri.
Le piace credere a queste cose. Quelle parole la fanno star bene. Diffondono un dolce suono. La sua vita non è più cosi grigia.
Alcuni sostengono che la poesia fa spuntare il giorno, oppure che la poesia vince l’oscurità.
Come dire due volte la stessa cosa. Non amo queste frottole. Io la vedo senza speranza, nuda su una sedia di paglia
Come una donna che si concede per niente al primo venuto. Le sue mani ne sanno più del suo cuore.
Non amo per niente le prodezze da circo e le carte truccate. Io non sono in affari.
Mi accontento per la mia salute della dose di speranza minima che permette a un uomo di alzarsi al mattino.
Se, in più, le parole offrono un po’ d’amore, non lo rifiuterò: è una merce rara, a quanto sembra.
L’amore vero, quello degli altri che se ne vanno a coppie nel tepore della sera, guardandosi e sorridendosi.
Quello non si discute. Si vorrebbe piuttosto impararlo a memoria, e recitarlo a voce alta.
Come una poesia di padre Hugo o di Ronsard: cogliendo rose in giardino nell’ora in cui la campagna imbianca.
Dopo tutto, non era così male il suono d’orologio o di violoncello del cuore ben accordato.
In un cuore felice, la parola in poco tempo produceva bei suoni. A volte, si cominciava a credere…
La poesia mi dice: «Non toccare i miei seni.» Io le rispondo: «Evita, te ne prego, di telefonarmi di sera
Soprattutto dopo le otto. Io registro le mie cassette e ripasso le mie lezioni. Vorrei vederci chiaro.
Riprendo a parlare, da solo. Mi dà fastidio che mi si distragga. La mia tristezza è l’unica cosa che mi appartiene.»
Inutile mentire: la poesia, in verità, non mi chiede niente. Sono io che vorrei conversare con lei. Ma fa finta di non sentire.
E la mia memoria è così cattiva che a malapena mi ricordo di aver vissuto. Non riconosco più la mia ombra.
Devo aver perso qualcuno, o qualcuno deve aver perso me, senza che me ne accorgessi, alla fermata dell’autobus
Per provare così poco interesse, oggi, per quello che mi circonda, così poche cose che valgano la pena.
A meno che non sia il mondo a non somigliare alle idee che il bambino che sono stato si era create.
Ho rinunciato e sono invecchiato, senza vedere più passare le ore, mangiando in fretta e dormendo profondamente.
La mia stessa vita non mi appartiene. Ho dimenticato di essere qualcuno. Attendo colei che mi proverà il contrario
Il cuore nudo come un’unghia. Con un cerotto incollato alle labbra, il mio amore cerca di cantare. La sua smorfia non restituisce alcun suono.
Addio marine e belle domeniche, il ricordo dei quaderni nuovi. Il cappotto rosso della ragazzina
Sola all’uscita dalla fabbrica: un uccello di ceramica sul caminetto, ma non abbastanza da riempire il piatto!
Curioso questo bisogno di ripetere periodicamente frasi sconnesse per immergersi nella musica!
Prosa, ancora prosa: la poesia verrà più tardi, con il piccolo camion nero, i crisantemi e le corone.
Le parole si fanno carico della morte. Per la vita ci si arrangia da soli. Le orecchie degli altri sono distratte.
Ho l’anima un po’ umida e il cuore abbastanza secco. Non porto ancora gli occhiali. Le mie tempie sono imbiancate.
Navigo come un pesce perduto in fondo a un bosco, un pezzo di pane nella zuppa, un grumo di sangue nel cuore.
Tocco la notte con le dita. Ogni mattina accarezzo il cielo quando le sue palpebre sono ancora calde.
Mi piacciono la carta assorbente, le boccette di inchiostro, i ricordi dolorosi e le stelle cadenti.
Amo l’amore di Marie: la nostra vita, in fondo, non è così monotona. Ci denudiamo spesso in qualche stanza vuota.
Marie dalle dita unite, dal cuore di colore blu. Marie tiepida nel profondo della mia notte. Marie e il suo accurato silenzio.
Giorno dopo giorno ci ripetiamo: «Vorrei essere una frase nuova, con parole non ancora dette.»
Mi sto arrugginendo come un cargo cinese che trasporta nitroglicerina sulle verdi acque del Pacifico
E centoventimila tonnellate di apparenze serene da scambiare con l’uranio arricchito di un semplice grido di gioia.
Con un accento circonflesso, proprio sopra la A maiuscola della parola amore. Sono sicuro che il mio spirito, allora, si rinfrancherebbe.
Tira, tira l’elastico della malinconia: che schiocchi tra le mie dita. Che il cielo si metta a gridare
Gli uccelli, per i loro canti, ricevono un ben misero salario. Non abbastanza per sfamare la nidiata
Con tutte quelle imposte straordinarie sul blu, pagate in contanti, per soccorrere la solitudine notturna delle stelle.
Le calze nere sono sparite. L’abito da ballo cade a pezzi. L’oro dei vecchi gioielli si offusca. La poesia, invece, lascia degli splendidi residui.

1 commento su “La testa di Paul Verlaine”

  1. Dal brano qui riportato di “La testa di Paul Verlaine”:
    “Curioso questo bisogno di ripetere periodicamente FRASI SCONNESSE per immergersi nella musica”

    Quel curioso bisogno, sono le parole lasciate dalle onde dell’inconscio sulla spiaggia della razionalità. Le ho raccolte e accostate, ed il loro significato è chiaro solo se prese nel loro insieme vi applica un poco di riflessione.

    https://www.lucaperlini.it/poetry.php

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