Hop-Frog

Nino Iacovella

Il nano della Stazione Termini

Non tollero i rumori indistinti,
l’anonimo paesaggio di corpi,
inafferrabili per un rapace
senz’ali, né artigli per predare

Eppure è qui il pasto per la mia specie,
dentro gli occhi di chi è in cammino
e inciampa nel caos

So cosa pensano di me
da come osservano i miei passi,
un nano smarrito nel ventre della stazione,
un uomo costretto a cibarsi della bellezza
caduta dal tavolo degli avanzi

Sono quello che sono: uno storpio
inginocchiato per statura,
ma anche un sortilegio del mondo,
un suono che si stacca dal rumore
grigio dei giorni per farsi canto

 

*

 

Non potrai mai vedermi mentre ti guardo,
corpi inchiodati alla stessa croce,
sangue fuoriuscito dallo stesso costato,
ognuno condannato a volgere lo sguardo
dall’altra parte di un sogno

io, nel mio sogno, ti cerco la lingua a occhi chiusi
mi nutro della linfa che ci appartiene
e strappo chiodi dalle nostre mani

tu, nel tuo sogno, sei così fragile
per sostenere la bellezza,
mi accarezzi nel freddo delle carcasse
dove io ho immortalato la morte

ora sei mio, nudo e indifeso sul divano,
il sorriso canta l’innocenza,
la droga slabbra le sembianze,
forse
ora mi vedi come un uomo
e non come un nano
che ti lecca la ferita nel costato

A volte, toccarti è aprire una porta segreta,
d’un altro sogno, dove viverti

 

*

 

Il sogno è una stanza cieca infranta dalla luce
con noi che precipitiamo dal paradiso perduto

Tutta la gioia è destinata alla risacca:
l’onda ci spinge lontano dalla riva,
ma noi siamo come un vento che ritorna
con orme conficcate sulla spiaggia

Ho colto la mela proibita,
sbagliato l’inciso sul cuoio
degli animali impagliati

resto impigliato in una zona d’ombra,
una rete tessuta nei miei sbagli

l’amore di chi ama mi coglie di sorpresa
come una lama che prende alle spalle

 

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Tratto da: Poe (Trittico di poesia, realtà e violenza), di prossima pubblicazione in “Quaderni delle Officine”, CII, nov. 2020, con una nota di Antonio Devicienti che qui di seguito anticipiamo.
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Questo Trittico di poesia, realtà e violenza di Nino Iacovella affronta l’arduo nodo del rapporto tra scrittura poetica e realtà, tra cronaca ed espressione letteraria – anzi, parte proprio da tre suggestioni provenienti da racconti di Edgar Allan Poe (quindi da un indiscusso classico della letteratura che sa dire l’abisso della psiche umana nel suo urto con la realtà e con la violenza, con i desideri più perversi, con le solitudini più profonde e buie) per inoltrarsi in tre fatti di cronaca (che chiamerei le premesse oggettive) e provare ad approdare a un concetto possibilmente nuovo di realismo, ovviamente liberato da ogni ormai attardatissimo cascame positivistico, dalle pur nobili poetiche del neorealismo italiano o dalle banalizzazioni da manuale scolastico per le scuole superiori: ché intorno al termine realismo resistono molti malintesi.
Nino Iacovella sa infatti benissimo che il passo decisivo (e rischioso) si compie nel momento del passaggio dal dato di cronaca alla scrittura in versi, quindi a come quel dato di partenza più che rappresentato viene interpretato e oggettivato in termini di stile, di cadenze prosodiche, di scelte lessicali.
Se penso siano imprescindibili i magisteri di Pasolini, Pagliarani, Roversi e Mesa, constato anche che Iacovella continua una sua ricerca intorno e nella scrittura quale energia linguistica che, condotta alla sua giusta tensione (non poco sotto o poco sopra tale grado, si badi), fa compiere alla cronaca il passo decisivo verso la rivelazione del dolore o della solitudine o dei sogni dei singoli protagonisti, i cui nomi e le cui figure e storie vengono spesso maciullate e digerite nell’inumana centrifuga del sensazionalismo e della curiosità pruriginosa, del moralismo bigotto e a buon mercato, dell’interesse superficiale suscitato presso l’opinione pubblica per uno o due giorni al massimo: è, appunto, la discesa nel maelstrom delle storie individuali, tragiche perché segnate e condannate dal dolore che in questi casi è sempre radicale e forse irredimibile.
Nino Iacovella monta i testi di cronaca insieme con le cadenze in versi da lui composte al fine di creare una convincente dialettica tra il linguaggio giornalistico o giudiziario e il timbro della voce poetica: sono, ribadisco, lo stile, l’architettura del verso, le pause e le riprese, le sospensioni e i rimandi da testo a testo a intessere una poesia deprivata dell’io autoriale, dell’espressione del sentimento dell’autore perché è quest’ultimo che, compiendo con la propria scrittura la discesa nel maelstrom, si eclissa dietro di essa lasciando emergere la voce dei protagonisti delle tre storie, il che significa farne vibrare il portato più intimo, più segreto, saperne cogliere le due polarità: quella dei fatti raccontati con linguaggio che non ha alcun intento d’arte e quella, necessaria per contrappunto, del risuonare in forma di ritmo che quegli stessi fatti vengono ad acquistare se si vogliono tracciare per la poesia sentieri che s’addentrino nel cuore nero del nostro tempo.
La ricerca poetica di Nino Iacovella possiede non a caso tratti comuni con quella di Francesco Tomada, di Christian Tito, di Massimiliano Damaggio, di Stefano Raimondi, di Lorenzo Gattoni, di Claudio Pasi, di Francesco Filia, scritture tutte asciutte nel loro realizzarsi, attentissime a non cadere nel sentimentalismo o in un realismo banale e ovvio, ma molto sensibili alla necessità di dire come venga sentita e percepita la realtà del quotidiano, anche quand’essa cova in sé la violenza; probabilmente è Mario Benedetti un altro nome da accostare a quello dei maestri perché è quest’ultimo che apre, con Umana gloria, un possibile realismo lirico credibile e fecondo per questi ultimi decenni e Nino Iacovella mi sembra radicalizzarne le suggestioni nel senso che discende alle radici della scrittura in poesia di questi anni: la vita delle persone comuni anche negli aspetti più crudi, gli ambienti urbani, la verità dei corpi desiderati, oppure straziati, oppure deformi. La scrittura proviene da Latitudini delle braccia (2013) dov’era già molto matura e consapevole, si affina attraverso il libro in lavorazione in questi anni (La parte arida della pianura) e offre, qui sulla Dimora del Tempo sospeso, questo Trittico che, nel nome di Edgar Allan Poe, non rinuncia alla scrittura come sonda nell’abisso. (A.D.)

13 pensieri riguardo “Hop-Frog”

  1. Seguo Nino Iacovella con poca obbiettività, perché l’affetto che provo per lui mi impedisce di valutare in modo distaccato la sua poesia; non mi impedisce, però, di comprendere che si tratta di un percorso di grande dignità e spessore. E l’acuta nota di Antonio (grazie) lo conferma.

  2. Nino Iacovella, a mio avviso, è più che un semplice autore di versi, non è versificatore ma a suo modo poeta. Rubo la terza parte per il Domenicale del 6 dicembre prossimo, grazie

  3. Da possessore di orecchio non-poetico, cioè incapace di inseguire i versi nelle loro evoluzioni paraboliche ho trovato avvincente la cavalcata dell’amico Nino lungo i tumulti di un’anima che viaggia tra chiari e scuri lancinanti in sterzate centrifughe e vertiginosi cambi di altezza; il tutto modulato tra cercati -ma non ricercati- dislivelli di toni, registri e perfino ambiti semantici. Spiazzante il susseguirsi di immagini, non sprazzi estemporanei ma correnti lungo un filo che sebbene invisibile negli sprofondamenti nell’oscuro, si presenta sensibile al tatto e dunque mai suscettibile di essere smarrito.

  4. Ho amparato ad apprezzare Nino fin dai primi versi che ci fece leggere anni fa, volendo mandare in stampa “Latitudini delle braccia”. Come lettrice non ebbi dubbi e in seguito, come editrice (deComporre Edizioni) sono stata sempre orgogliosa di questo libro che ho commentato e presentato o solo citato tante volte in serate di poesia e incontri con studenti. Nino? Un POETA!!!

  5. Cari Nino, apprezzo il tuo lavoro sulla realtà, per cui con coraggio ti sei assunto consapevolmente i rischi del caso. Da sempre distengo che la poesia può essere fatta in mille modi, ma io sostengo soprattutto l’impegno della poesia e del poeta sulla e dentro la realtà. E tu stai camminando consapevolmente sulle braci di tale impegno. Aspetto di leggere l’intera raccolta, che già da queste tre anteprime di rivela vigorosa. Ne parleremo ancora, ciao

  6. Poesia che incide, che graffia, che accarezza. Quindi completa nel suo dirsi quel tanto “narrativo”. Direi un approccio al versificare che mi vede molto partecipe. Grazie della lettura.

  7. Non c’è che da aspettare la pubblicazione dell’intera silloge. Questi testi, calibrati dal punto di vista ritmico senza per questo perdere in “narratività”, e la nota come sempre puntuale e completa di Antonio Devicienti sono un’ottima anticipazione!

  8. Grazie di cuore a chi si è soffermato su questa scrittura. Per Francesco Tomada le parole di gratitudine sono arrivate in privato.

    Ma grazie soprattutto ad Antonio Devicienti e Francesco Marotta per l’accoglienza. Quest’opera, appena terminata, nasce da una deviazione di percorso avvenuta durante il completamento del progetto de “La parte arida della pianura”.

    La presenza nei Quaderni, voluta da Francesco, rappresenta un duplice dono: il suo nei confronti della mia poesia; il mio, nel sapere di aver lasciato una traccia dedicata (e inedita) nell’archivio online della biblioteca di Rebstein.

    Non finisce qui la gratitudine verso Antonio Devicienti. Antonio è tra i pochi ad adottare una critica empatica del testo. Quando sceglie di parlare di un libro è perché ci crede, lo sente, lo vive. E questo modo di vibrare, questa correlazione sentimentale e intellettuale insita in questo tipo di lettura, che restituisce un senso all’opera letteraria, all’attività creativa di un autore.

    E parole di gratitudine fraterna vanno a Massimiliano Damaggio, mio primo lettore ed editor sui due terzi del trittico.

    Nino

  9. La poesia è dolore, questo è il messaggio che mi arriva sempre leggendo le poesie di Iacovella, un dolore quasi dolce, e la sensazione di orbitare intorno al nucleo della Vita.
    Vado a leggere subito il Quaderno :)

  10. Lettura molto suggestiva e coinvolgente, cronaca di storie individuali in cui è tangibile il dolore e la solitudine dei personaggi, veri eroi tragici del quotidiano. I testi ricordano certe atmosfere gotiche, capaci di condurre il lettore, insieme ai protagonisti, oltre i limiti della ragione e della natura. Le trovo gradevolissime e ben scritte. Complimenti, Nino, davvero!

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