Il passo dell’obbedienza

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Laura Corraducci
Il passo dell’obbedienza
Bergamo, Moretti & Vitali, 2020

L’ultimo libro di versi di Laura Corraducci, Il passo dell’obbedienza (Moretti & Vitali, 2020) è un affresco potente, insieme lirico e civile, della resistenza umana e personale a disastri diversi: guerra, follia, malattie, dolori. Come osserva Giorgio Galli: «Alla vastità, ma anche all’unitarietà, del progetto corrisponde la struttura musicale del libro, basato su ritorni di nuclei tematici e di immagini-guida, come in una sinfonia di Bruckner dove tutto eternamente si ricrea e procede a partire da alcuni nuclei germinali». Aggiungerei, a questa osservazione, una riflessione conseguente: la struttura poematico-musicale dell’intero libro, diviso in cinque sezioni, si presenta con poesie brevi e compatte totalmente prive di punteggiatura, che proprio nel loro articolarsi in un continuum non scandito da punti o virgole modellano un discorso che inizia sempre e non finisce mai, fra impennate, pause, slanci, variazioni e ritorni al tema, dove la voce del poeta è ora sussurro lirico ora descrizione straziata ora affabile ellissi. Il lettore si trova trascinato nel ritmo, morbido e incalzante, sempre sicuro e ampio, del libro:

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Il nero, la Sicilia, la parola

Desidero iniziare a scrivere di Black Sicily (Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2020) di Fernando Lena dicendo subito che, a mio parere, un libro di poesia riuscito è un libro che si distingue per qualità stilistiche ed espressive, perché non ha eluso quella che per me è l’irrinunciabile necessità di passare attraverso e oltre un vero e proprio stretto, pericoloso e insidiosissimo: quello cioè che contemporaneamente separa e avvicina il continente dell’esperienza personale, del mondo interiore di chi scrive e il continente della convincente realizzazione linguistica, strutturale, espressiva – troppi autori hanno preteso e pretendono di alimentare i propri testi con il loro portato di storia esistenziale e interiore, pochi, pochissimi hanno scritto poesia, hanno saputo attraversare lo Scill’e Cariddi (per dirla con Stefano D’Arrigo), cioè quel pericoloso imbuto che permette, poi, di navigare transitando da un mare all’altro, com’è, in effetti, del dire in poesia: transitare da quello che, alle mie spalle, mi spinge a scrivere verso il futuro prossimo e poi anteriore dei testi realizzati. Continua a leggere Il nero, la Sicilia, la parola

[PER ARA GÜLER CHE FOTOGRAFAVA ISTANBUL]

…e sarà per un cortile turco-bizantino, certamente, questa scrittura.

la bottega delle bambole e il bulbo della lampadina accesa (anche di giorno) dove Imperatrici del Giappone seducono la penombra che, risaliti cinque gradini del seminterrato, ha luccichii di Bosforo, funambola lungo ringhiere forse transfughe da navi alla fonda al largo.

le cantine e casse colme dei quaderni per i compiti di anni scolastici andati o telai di biciclette appesi ai muri, processioni di bizantina solennità, silente immobile incedere da miniato salterio o da piastrelle dipinte in lettere ottomane.

i cavi bianchi fissati ai muri, sottilissime gomene calate dalle antenne in cima ai tetti e sparenti all’improvviso nei muri, sempre all’altezza delle cucine.

ballatoi pigiati di stendini di corda o tricicli di metallo o mastelli di plastica, oggetti restituiti a una loro umile litania e per questo commossa.

Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

Non discuterò qui né della trama né della caratterizzazione dei personaggi, ma del linguaggio e dello stile dell’opera di Andrea Donaera Io sono la bestia (NN editore, Milano 2019): è mia convinzione che il libro s’imponga non solo in ragione di un racconto avvincente e originale, ma, ancor più, proprio in forza del suo impianto linguistico e del montaggio narrativo – penso sia facile lasciarsi coinvolgere profondamente dal racconto (a me è successo di averlo letto in poche ore senza sapermene staccare), ma perpetrerei un’ingiustizia nei confronti dell’autore se mi fermassi qui, poiché, a una riflessione più ponderata e lucida, sono proprio le virtù dello stile e del linguaggio a costituire il valore decisivo dell’opera perché linguaggio e stile ne portano alla luce i significati profondi. Continua a leggere Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

[PER EGON SCHIELE CHE DISEGNAVA I TRENI]

di notte rimaneva solo con la sua stella*  scrive il poeta.
Visitato da ombre e da presagi nella casa addormentata dopo essere stato spinto nella città nemica fuori dal ventre claustrale di uno scantinato.
Il suo assassino lo seguiva insidioso, abbeverava l’odio.

I poeti, gli scrittori, i pittori hanno la parola che inciampa e s’aggroviglia di Kaspar Hauser: ma per tentare di portarla oltre l’assassinio e la cancellazione.

Quando, adolescente appena, stava seduto sulla banchina della stazione di Tulln a disegnare i treni, già coltivava il talismano del viaggio: un’Europa di binari, locomotive in moto, le matite vagoni allineati nella scatola di latta accanto a sé – e il foglio di carta sulle ginocchia.

* Nachts blieb er mit seinem Stern allein – Georg Trakl da Kaspar Hauser Lied (1913)

[PER UN CAVALLO E UN CAVALIERE]

Alle mura di Pistoia abbeverare gli occhi.
Alle mura di Pistoia chiedere un’aruspicina per un cavallo e un cavaliere.
Sceglie un punto dell’orizzonte e lo congiunge con il proprio corpo: l’immaginaria linea è orizzontale, parallela al suolo.
Sceglie poi un punto nel cielo, diciamo lo zenith e lo congiunge col proprio corpo.
L’immaginaria linea è perpendicolare al suolo.
Il suo corpo è a dorso d’un cavallo, il cavallo è l’intersezione delle due linee che tracciano lo spazio del pensiero.
Il cavallo s’allunga e si torce: il cavaliere pure.
Quell’incrocio di linee invisibili, nodo di vita e di pensiero, cavallo e cavaliere, cielo e terra, prima e dopo, linguaggio del silenzio.