Scritto 50

Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).
Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

 

ed era sempre Pallaksch
la parola involuta indecifrata
che scoccava alle cinque della sera
l’ora gemella in cui solo il toro ha il cuore in alto
un’ora prima che le lacrime parlassero all’orizzonte
delle fughe
le inviolate vie di fuga musicali
lungo le quali avevo temuto la felicità
nel contrappunto delle passioni
dei tentennamenti  Continua a leggere Scritto 50

Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)

Fra le molte torri che svettano nel paesaggio della letteratura (ma dovrei più appropriatamente dire della scrittura) quella nella quale più volentieri m’intrattengo è la torre di Monsieur de Montaigne.

In un’incisione del 1498 (Das Meerwunder) Albrecht Dürer raffigura una fanciulla che viene rapita da un mostro marino; dell’opera mi hanno sempre affascinato le torri e le fortificazioni sullo sfondo: la postura della fanciulla (una ninfa?), l’atto violento del mostro marino, l’insenatura e il paesaggio hanno, per me, il proprio punctum in una delle torri (in tutte contemporaneamente, o in una in particolare, non importa) dalle cui feritoie senza dubbio alcuno uno scrittore poliglotta guarda, inorridito, la scena lontana.
Il rapimento della ninfa, che priva quelle acque della loro grazia, è l’accadere (orrido e violento) che strappa lo scrittore al suo mondo d’erudizione mettendolo di fronte alla distanza che intercorre tra lui e la fanciulla che non potrà essere salvata. Continua a leggere Breve saggio sulle torri (e sulla letteratura)

Crittografie

radiografie.. di. alfabeti parlati combinati.. di.. nausee
covate in letarghi di preda.. forse il tempo .li ha graziati
sigillando nell’ambra.. labbra .e .silenzi.. visioni. arate. da
avverse marine nel transito di secoli prima.. labili oracoli
riemersi. da angoli quieti.. in liquidi segni.. di. sale.. segni
di un solo dolente profilo. lo specchio riflette ombraluce
d’oblio l’immagine.. cresce lingue.. spinate ..florilegi
impigliati nell’occhio di dio.. imboscata di pupilla sonora

*

stampi.. sulla. frana. del. buio.. se. dal. lontano. si. svuotano
le stelle. in labirinti d’aria. che forzano soglie d’orizzonte
ma. non. è. delle notti. irriflessa traversata di specchio. o
grazia disarmata. di acrobata. che ti sorprende a illazioni
d’inconoscenza .e tu annaspi a lume di peccato. in quieti
alvei. di. acque. che trascorrono alla curva d’intermittenti
reliquiari d’ombre. traccia. sul punto di sparire. dall’ordito

Scritto 49

Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).
Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

Quando cominciano la letteratura e la sua fascinazione, il suo potere ipnotico, la sua irrinunciabile presenza? Quando comincia la letteratura? E dove?
Essa comincia sempre, ogni volta che una pagina aperta diventa (e deve diventarlo subito) accesso a un labirinto che è poi accesso a un altro labirinto che è a sua volta accesso a un altro labirinto…
Un medico di campagna velocissimamente trascinato da due cavalli traverso il gelo della notte nella camera di un ragazzo – e i due cavalli che sporgono le loro teste nella camera: ecco che comincia la letteratura.

Il cacciatore Gracco che approda a Riva del Garda: ecco che ricomincia la letteratura.

Non si sveglia chi muore

Giorgio Stella

Non si sveglia chi muore
Non si deve svegliarlo
La palude è attesa con le ali –

Mi sono fatto i tarocchi da solo
Una miriade di bicchieri
E bottiglie
Ridotti a vetri rotti –
E poi ridotti
Ad essere ricomprati
Da chi non li ha mai avuti –

L’asso di gesso
Pietra mi passa –
Sono nubi
Nere sui palazzi bianchi.

[Roma, notte di Natale 2020]

Scritto 48

Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).
Pierre Tal Coat: Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

(per Francesco M. e per Yves B. che sanno di quale bosco scrivo qui)

Il bosco apparentemente sta, piccolo o vasto, delimitato (dalla città, dall’industria, dai campi coltivati), apparentemente giacente su di una determinata area.
Ma il bosco è un respiro, un incessante contrarsi e decontrarsi della traspirazione fogliare, un appena percepibile (per l’occhio umano) orientarsi dei rami e delle foglie verso la luce.
Il bosco si muove – e non parlo del vento quando lo attraversa: si muove nel ritorno ciclico delle stagioni, nel trascorrere del tempo (è esso stesso tempo), nell’essere sempre diverso all’espandersi su di lui e in lui di buio e di luce, di freddo e di caldo, di pioggia o di neve o di siccità.
I labirinti radicali, le sotterranee tessiture fungine non rimangono mai immobili, ma spingono, si cercano, succhiano e rilasciano.
Il silenzio appartiene al bosco ed è anch’esso segreto e vitale: non è, ovviamente, il silenzio inteso come assenza di rumori – ché il bosco è intriso di suoni – è, invece, un invisibile silenzio, un silenzio trasparente e tattile perché avvolge e attrae. È il silenzio sulla cui superficie si danno a udire il richiamo della civetta e del gufo, il passo della volpe, la caduta del riccio maturo: è necessario questo silenzio per udire le spore spostarsi sulla superficie del terreno. È il silenzio-lievito, il silenzio che fuoriesce dalla punta del ramo e che solca la pelle del tronco.
Il bosco che nell’intrico dei rami e delle fronde si slancia verso l’alto (ma c’è rigorosa geometria che orienta ogni foglia verso la luce: non c’è disordine, dunque, non c’è caos, bensì un movimento incessante a ricevere la luce e a restituire ossigeno) trattiene universi sotto la superficie del terreno, li plasma e muove, li respira e li fa respirare.
Il bosco solo apparentemente sta: i sentieri che lo attraversano, le radure che gli si aprono all’interno, gli scoscendimenti del terreno sono mobile spazio che si dilata e si restringe a ogni attraversamento del pensiero. Il bosco è spazio e tempo pensati.

Fossili di luce

Francesca Woodman: Untitled, Rome, 1977-1978.
Marianne Breslauer: Défense d’afficher, Paris, ca. 1936.

Lightfossil. Sentimento del tempo in fotografia e letteratura di Beatrice Seligardi (Postmedia books, Milano 2020) è un libro bellissimo: per la sua strutturazione concettuale e il percorso sia conoscitivo che espositivo che segue, per il non lieve impegno di pensiero, per lo stile elegante e raffinato, per la bruciante passione che pur ben si riverbera attraverso il rigore e la precisione scientifica sia dello studio che delle fonti documentali di riferimento, per il tema scelto, per gli artisti di cui si discute.
Sono due citazioni a fare da viatico all’opera; la prima è di uno dei migliori intellettuali e studiosi europei viventi, Georges Didi-Huberman, che nell’Immagine insepolta scrive: «[…] l’abito, lo slancio, la passione e la forza sono in movimento. Ma tutto ciò rimane “latente”, come bloccato in una “semi-immobilità”, fissato nella pietra degli antichi bassorilievi»; il secondo esergo è di Deborah Levy (da The Cast of Living): «”We don’t need to tell the past through flashbacks”, I said, but when asked to explain how it might reveal the past in another way, I found myself stuck for words». Continua a leggere Fossili di luce

Muriel Rukeyser – Poem

Muriel Rukeyser (USA,1913-1980)

Poesia
(Ho vissuto nel primo secolo di guerre mondiali)

Ho vissuto nel primo secolo di guerre mondiali.
Alla mattina, più o meno sarei impazzita,
Presto sarebbero arrivati i giornali, pieni di storie indifferenti,
Le notizie sarebbero traboccate da vari apparecchi,
Interrotte soltanto dai tentativi di vendere qualcosa agli invisibili.
Con altri apparecchi avrei chiamato i miei amici;
Anche loro impazziti, più o meno per le stesse ragioni.
Con calma avrei preso in mano carta e penna e mi sarei dedicata
Alle mie poesie, scritte per altri invisibili e per quelli non ancora nati.
Durante il giorno, mi sarebbero venuti in mente questi uomini e donne,
Audaci, che lanciavano segnali da molto lontano,
Modi di vivere incomprensibili, valori impensabili. Continua a leggere Muriel Rukeyser – Poem

Scritto 47

Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere).

(dedico questo scritto a Ida Travi)

Ma sono davvero vuote le stanze “vuote” dipinte da Gianfranco Ferroni?
Certamente no perché sono colme delle tracce di una presenza esattamente come il silenzio è colmo di riverberi di pensiero e di vita.

«La sua vita è irrefutabilmente presente anche se egli manca nell’immagine. Anzi, forse proprio per questo. […] la figura umana attesta la sua presenza nella pittura di Ferroni con più forza di quando vi è esplicitamente convocata. […] La voce che qui parla è quella di linee, velature e colori dai toni singolarmente quotidiani, algidi e sommessi. Questo pittore sobriamente, meravigliatamente profano trova il respiro esicastico di un mistico – quasi un inverno o un grigiore in Dio. Secondo l’antico aforisma, la pittura è qui veramente una “poesia che tace” (poiesis sioposa)» Giorgio Agamben, Studiolo (Einaudi, Torino 2019, pp. 51-53 passim). Continua a leggere Scritto 47

Il vuoto tra le colonne

Fermo immagine dal film “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” di Kim Ki-Duk (2003).

 

Spesso mi accompagna questa poesia di Giulia Niccolai:

 

 

GIAPPONE

A Kyoto il tempio
dei 1001 Bodhisattva
ha nome Sanjusangen do
che vuol dire “33”.
Il salone che ospita le statue
dei 1001 Bodhisattva
è sorretto da 35 colonne.
33 sono gli spazi vuoti
t r a  l e  c o l o n n e.

Filosoficamente, il fatto
di dare il nome al tempio
in base al numero degli spazi vuoti,
dunque a ciò che non c’è,
può essere interpretato
come la garanzia più elegante,
squisitamente Zen,
di non escludere mai niente,
e nessuno.

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