Nonostante gli stracci (1)

                                      Yves Bergeret

            Nonostante gli stracci (1)

                        Malgré les guenilles, 1
                        Tratto da Carnet de la langue-espace.
                        Traduzione di Francesco Marotta

 

Prologo

I cani abbaiano nella foresta.
Tra i cespugli del pendio i cani abbaiano.
La selvaggina ansima nella tana.

Di sera a fondovalle
sotto la falesia ghiacciata
lei entra nel capanno dei cacciatori.
Guarda.
Trascinano il corpo del cinghiale
e lo appendono a testa in giù.
Lo aprono dal collo ai genitali.
Le viscere fuoriescono rosse.
Così zampilla il sole della notte.

 

*

 

Il cinghiale morto è appeso all’ombelico del cielo.
Gocciola dalle sue zampe
ancora un po’ di sangue
che disseta tre alberi color ambra.

Nonostante il sangue, le foglie dei tre alberi muoiono.
Un miscuglio di terra e di sangue
invoca all’autunno il cedro riarso.
Ai suoi rami si appenderanno
delle chiavi d’oro per aprire la morte.

Perché le gocce di sangue del cinghiale
portano semi di lotta e di visione.
E già la folla sul suolo nero si dispone
in cerchio. Fanno la loro comparsa i ballerini,
e alcune attrici, e un coro.

 

 

Nonostante gli stracci, 1

Per andare da una valle all’altra
sotto le colline corrono sentieri sotterranei.
A volte si incrociano.
Allora il loro minuscolo bagliore interno
diventa accecante.
E’ il bagliore accecante che fa spuntare
le radici degli alberi che sono le mie ossa.
Non sono così dure come credete:
sono di legno.
Sanno perfino galleggiare
sulla superficie di stagni profondi
e di notte sulla superficie del mare
quando il mare non ha proprio superficie
e tutto è oscuro;
allora dal cavo delle mie ossa soffia un vento
che canta. Quel canto sono io.

I rami degli alberi tendono le montagne
appena poso gli occhi sui loro ripidi pendii;
intanto io mi muovo nelle loro profondità.
Le fronde dei cespugli gonfiano le colline
appena poso gli occhi sulle loro inusuali movenze;
intanto io mi muovo nelle loro profondità.
Le mie ossa lignee sono di materia flessibile e cava.
Siate gentili, fate attenzione
perché io vibro per un niente.
Ciò che in me vibra è l’anima-parola del mondo,
siate prudenti.

 

*

 

Vi siete accorti che la nebbia sono io?
Sono l’alito e la condensa del canto
modulato dalle mie ossa.
Io vivo all’alba e poco oltre
perché le radici mi trasudano.
Mi sembra di non essere altro da quello che mi circonda
e che lievemente mi spinge da un punto all’altro
dei pendii e nello stridore dei paesi.
A volte sono proprio ciò che mi circonda
e mi stupisce

Quando a mezzogiorno dissolvo la nebbia, vedo
che sotto si è attaccata come una ventosa
una paccottiglia grigia e puzzolente.
E infatti lo vedo, io sono duplice:
da una parte il nocciolo illimitato,
due strani occhi bianchi
sistole diastole
grido e rifiuto, o meglio
memoria e pensiero, o anche
speranza e tenacia
e nel contempo un confuso sparso assemblaggio
di cinture, di bretelle, di imbracature,
di tracolle, di licenze, di inventari,
di liste, di cavezze
che con pugno di ferro
si sostengono a vicenda.

Ah, se mi ci avvolgo, mi esaurisco, soffoco.
E allora non sono che un catasto del tempo e del mondo,
dei confini e degli appezzamenti, dei cassetti e degli armadi,
dei pascoli e dei recinti.
Se sono ciò che mi circonda,
ne soffro, è veleno.

Ogni primavera il conflitto
tra i miei occhi sporgenti e la mia cerchia oppressiva
s’inasprisce sempre più, fino al sangue…
e io vado via, quasi nudo ovviamente, arrabbiato,
clandestino se è il caso,
ipocrita se occorre. O pudico.

Percorro lunghe distese pianeggianti
e mi fermo poco perché gli abitanti mi annoiano.
Per pagare il mio pasto, lascio uno dopo l’altro
rimasugli del mio mondo, barattandoli:
il rammendo di un vecchio mito obsoleto, una medaglia
militare, una cinghia di cuoio, una catena.
Che ancora sfrigola un po’.
Li butto via senza rimpianto,
questi balbettii da Massenet di quart’ordine.

Perché desidero ritrovare il canto che fuoriesce
dal cavo delle mie ossa di legno,
quel canto che io sono, senza sapere se ci sono.

Percorro lunghissime distese salmastre.
Troppo spesso la violenza mi priva del mio canto
e io divento muto, gli occhi ancora più distanti.
Dovrei accontentarmi delle bucce,
di frammenti striati di sporcizia,
di idiozie accademiche che abbrutiscono…
E’ quello a cui voi vi affidate troppo in fretta
e vi rassicurate sbeffeggiando,
ma io grazie ai sentieri sotterranei
sono già un soffio che è venti colline più lontano.
La ventunesima si dissolve
nella luce splendente
dell’armonia del canto dai mille movimenti
e il suo soffio sereno dischiude
così tanto spazio tra il mio sguardo diventato blu
e i vecchi ambiti diventati zampe nere di cento formiche,
così tanto spazio, tanto spazio che il suo sangue
è la gioia dell’alba,

tanto spazio che io sono l’alba.

 

 

La ventunesima si è dissolta facilmente.
Mi avevano sempre detto che era peggiore
dell’ambiente che mi circonda e che scricchiolava e si piegava
e piagnucolava chiedendo pietà.
Il suo umore e il suo corpo erano di ruggine,
di escrementi e di truffe meschine,
insomma un pullulare di sonagli,
di campanelli e di ricompense grottesche
come medaglie, premi letterari, rivendite
e altri morsi gli uni più tossici degli altri.

Io sono l’alba davanti al soffio del mio canto.
Emergo dai sentieri delle venti colline.
Stringo la luce e la visione nel mio soffio.
Della vecchia realtà, la mia memoria non rimanda più
neanche il nome né le ombre.
Il mio soffio apre la luce e la visione.

La ventunesima collina si frantuma
nel soffio in leggeri e leggeri e leggeri
pigmenti che risuonano all’orizzonte
quando le mie ossa di legno si levano in aria, volano
e, aspirando le correnti ascensionali,
rovesciano l’ordine del mondo,
posano le cime in basso e le caverne allo zenit
e danno inizio al grande racconto
nel quale il sangue non si coagula mai
ma tesse il libero legame tra ogni osso di legno
e ogni parola che vola felice nel palmo del cielo,
tra ogni osso di legno e il cedro riarso
dove il tintinnio delle chiavi d’oro apre la morte;
che libera se ne va, battendo le ali,
senza voltarsi,
e io canto per sempre, io canto.

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